Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 38653 del 06/12/2021

Cassazione civile sez. lav., 06/12/2021, (ud. 23/09/2021, dep. 06/12/2021), n.38653

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. LEONE Margherita Maria – rel. Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – Consigliere –

Dott. PICCONE Valeria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 5153-2020 proposto da:

G.W., domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dall’avvocato SIMONE GIUSEPPE BERGAMINI;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, – COMMISSIONE TERRITORIALE PER IL

RICONOSCIMENTO DELLA PROTEZIONE INTERNAZIONALE DI VERONA, in persona

del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso o e legis

dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO presso i cui Uffici domicilia

in ROMA, ALLA VIA DEI PORTOGHESI 12;

– resistente con mandato –

avverso la sentenza n. 4095/2019 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 02/10/2019 R.G.N. 3153/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

23/09/2021 dal Consigliere Dott. MARGHERITA MARIA LEONE.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

1. La Corte di appello di Venezia con sentenza pubblicata il 2.10.2019, respingeva il ricorso proposto da G.W., cittadino del (OMISSIS), (anche prigioniero in Libia) avverso il provvedimento con il quale la Commissione territoriale di Verona aveva rigettato la domanda di riconoscimento di protezione sussidiaria o benefici di cui al D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, proposta dall’interessato.

La Corte aveva ritenuto che:

2. il racconto non era credibile; non erano state allegate ragioni di pericolo nel rientro in patria; erano assenti i presupposti per la protezione sussidiaria perché in (OMISSIS) ((OMISSIS)) non sussistono situazioni di generalizzata violenza; non ci sono le condizioni attestatine della integrazione nel nostro paese non essendo sufficiente, a tal fine, l’aver partecipato a corsi di lingua italiana.

La Corte rigettava la domanda e revocava la ammissione al patrocinio in favore dello Stato.

3. Il ricorrente proponeva ricorso avverso detta decisione.

4. Il Ministero dell’Interno non si costituiva e depositava memoria al solo fine di eventuale partecipazione all’udienza di discussione.

Successivamente alla adunanza era comunicata alla cancelleria la rinuncia al ricorso.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

5. il ricorso è articolato in quattro motivi;

5.1. Con il primo motivo si denuncia, in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 1, 2 e 3, art. 25 Cost., la violazione delle norme in materia di competenza per materia. Il ricorrente lamenta che a seguito del progetto organizzativo la causa era stata assegnata ad altro giudice (ordinario) rispetto alla Sezione specializzata competente.

La censura è priva di pregio poiché questa Corte ha chiarito che ” La ripartizione delle funzioni tra le sezioni specializzate e le sezioni ordinarie del medesimo tribunale non implica l’insorgenza di una questione di competenza, attenendo piuttosto alla distribuzione degli affari giurisdizionali all’interno dello stesso ufficio” (Cass. n. 21744/2016; Cass. n. 7227/2017; Cass. n. 11332/2019).

5.2 Con il secondo motivo è denunciata la nullità della sentenza (sentenza apparente), l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio, quali le condizioni del ricorrente e la comparazione tra situazione paese di provenienza e paese accoglienza.

5.3 La terza censura denuncia la mancata cooperazione istruttoria 5.5 In ultimo è denunciata la mancata applicazione della protezione sussidiaria e l’accertamento di condizioni di di minaccia individuale e di violenza generalizzata (COI non chiare).

La corte territoriale ha ritenuto di rigettare la domanda confermando il giudizio di non credibilità del racconto del richiedente ed anche evidenziando, in ogni caso, la carenza di rischi in caso di rientro nel paese in quanto i familiari del richiedente, rimasti in patria, non hanno subito ripercussioni, nonché la situazione di non conflittualità del (OMISSIS). Nella sua valutazione il giudice d’appello valuta che non è riconoscibile neppure la protezione umanitaria.

Il giudizio espresso non risulta sufficientemente ancorato ad una attenta analisi delle condizioni soggettive ed oggettive del richiedente poiché non esamina quale sia la situazione attuale del paese di origine in confronto con la situazione di attuale integrazione del richiedente.

Questa corte ha anche di recente affermato che “In base alla normativa del testo unico sull’immigrazione anteriore alle modifiche introdotte dal D.L. n. 113 del 2018, ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, occorre operare una valutazione comparativa tra la situazione soggettiva e oggettiva del richiedente con riferimento al paese di origine e la situazione d’integrazione raggiunta in Italia, attribuendo alla condizione del richiedente nel paese di provenienza un peso tanto minore quanto maggiore risulti il grado di integrazione che il richiedente dimostri di aver raggiunto nella società italiana, fermo restando che situazioni di deprivazione dei diritti umani di particolare gravità nel paese originario possono fondare il diritto alla protezione umanitaria anche in assenza di un apprezzabile livello di integrazione in Italia; qualora poi si accerti che tale livello è stato raggiunto e che il ritorno nel paese d’origine renda probabile un significativo scadimento delle condizioni di vita privata e/o familiare tali da recare un “vulnus” al diritto riconosciuto dall’art. 8 della Convenzione EDU, sussiste un serio motivo di carattere umanitario, ai sensi del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6, per riconoscere il permesso di soggiorno” (Cass. SU 24413/2021).

Ulteriore carenza è riscontrabile nella omessa valutazione della situazione vissuta dal ricorrente nel suo “passaggio” in Libia. A riguardo questa Corte ha chiarito che “Il permesso di soggiorno per motivi umanitari costituisce una misura atipica e residuale, volta ad abbracciare situazioni in cui, pur non sussistendo i presupposti per il riconoscimento di una tutela tipica (“status” di rifugiato o protezione sussidiaria), non può disporsi l’espulsione e deve provvedersi all’accoglienza del richiedente che si trovi in condizioni di vulnerabilità, da valutare caso per caso, anche considerando le violenze subite nel Paese di transito e di temporanea permanenza, potenzialmente idonee, quali eventi in grado di ingenerare un forte grado di traumaticità, ad incidere sulla condizione di vulnerabilità della persona (Cass. 25734/2021; Cass.n. 8990/2021).

Il riferimento alle condizioni e vicende anche vissute nel paese di transito impone una analisi attenta, da parte dell’autorità giudiziaria, anche del periodo in questione in cui il richiedente ha dovuto attraversare altri paesi prima di giungere in Italia. Tale indagine non risulta essere stata svolta.

Per le ragioni anzidette le censure devono essere accolte e rimessa la causa alla corte di appello di Venezia che, in diversa composizione, valuterà in conformità ai richiamati principi ed anche deciderà sulle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il secondo, terzo e quarto motivo. Rigetta il primo. Cassa la sentenza con riguardo ai motivi accolti e rinvia alla corte di appello di Venezia, per la decisione anche sulle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, all’adunanza, il 23 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 6 dicembre 2021

 

 

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