Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 38648 del 06/12/2021

Cassazione civile sez. II, 06/12/2021, (ud. 13/10/2021, dep. 06/12/2021), n.38648

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GORJAN Sergio – Presidente –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. BERTUZZI Mario – Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. BESSO MARCHEIS Chiara – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 2218/2017 R.G. proposto da:

P.I., rappresentata e difesa dall’avv. Luigi Marzi, e dall’avv.

Carolina Valensise, elettivamente domiciliata in Roma, Monte delle

Gioie n. 13;

– ricorrente –

contro

V.A., E PE.MA., rappresentati e difesi dall’avv.

Giulio Bellini, e dall’avv. Carlo Alberto Ciani, elettivamente

domiciliati in Roma, Via Maritani nn. 21/3;

– controricorrenti –

e

G.R., E C.I.;

-intimati-

avverso la sentenza della Corte d’appello di Torino n. 1657/2016,

pubblicata in data 23.9.2016;

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del giorno

14.10.2021 dal Consigliere Giuseppe Fortunato.

 

Fatto

RAGIONI IN FATTO E IN DIRITTO DELLA DECISIONE

1. P.I. ha evocato in causa dinanzi al tribunale di Pinerolo V.A. e Pe.Ma., esponendo di esser proprietaria di un immobile sito in (OMISSIS) in forza del rogito di divisione del 12.4.1970 e sostenendo che i convenuti, aventi causa da altri condividenti, avevano rivendicato la comproprietà di una scala, utilizzandola anche per il deposito di oggetti.

Ha chiesto di accertare la sua esclusiva proprietà sul bene, con condanna allo sgombero del materiale ivi depositato ed attribuzione delle spese processuali.

I convenuti hanno resistito alla domanda, asserendo che la scala era rimasta in comunione anche dopo la divisione del 1970.

Disposta l’integrazione del contraddittorio nei confronti di G.R. e C.I. – titolari di altre consistenze facenti parte del compendio oggetto della divisione – ed esaurita la trattazione, il tribunale ha ritenuto le domande non meritevoli di accoglimento, sostenendo che la scala fosse condominiale ai sensi dell’art. 1117 c.c.

L’appello proposto da P.I. è stato respinto dalla Corte distrettuale, sull’assunto che, dovendo definirsi la lite in base alle sole risultanze dei titoli, dal rogito di divisione del 1970 risultasse che la scala era rimasta in comunione a tutti i condividenti, fungendo da delimitazione dei confini tra le rispettive proprietà.

La pronuncia di secondo grado è stata cassata da questa Corte con pronuncia n. 4934/2014, che, in accoglimento dei primi due motivi di ricorso, ha rimesso la causa al giudice del rinvio con il compito di valutare il contenuto dell’atto di divisione del 1970 unitamente alla planimetria descrittiva degli immobili, la quale, essendo stata sottoscritta e richiamata nel contratto, costituiva parte integrante della divisione convenzionale.

Riassunto ritualmente il giudizio, il giudice del rinvio ha nuovamente respinto le domande di P.I., confermando la sentenza di primo grado e regolando le spese.

La Corte distrettuale ha stabilito che:

– a) con il rogito del 12.4.1970, P.I. era stata assegnataria del lotto I, comprensivo di due vani al primo piano ed un vano al sottotetto (in catasto al fl. (OMISSIS)), e che i danti causa dei resistenti avevano ricevuto la proprietà esclusiva degli immobili inclusi nel lotto IV (parti dell’edificio A costituito, al momento della divisione, da due parti edificate sui due lati del cortile interno ed una terza parte in costruzione su tre livelli sul terzo lato del confine, porzioni che risultavano servite da una scala per l’accesso ai vari locali);

– b) l’atto di divisione faceva esplicita menzione della presenza di una scala comune, mentre dalla planimetria risultava che nessuna porzione assegnata ai diversi condividenti includeva anche la scala;

– c) l’espressa previsione che la scala sarebbe rimasta comune manifestava – quindi – la volontà dei contraenti di mantenere il bene in comproprietà, come confermavano le speciali prescrizioni aggiuntive contenuto nell’atto di divisione e la mancata costituzione di diritti di passaggio o di uso sul bene controverso.

Non era perciò decisivo – secondo la sentenza – l’esame dell’atto di divisione del 1960, peraltro tardivamente prodotto, non avendo l’appellante neppure chiarito in che senso potesse risultare utile per interpretare le espressioni contenute nell’atto di divisione, ed era irrilevante anche il frazionamento del 23.2.1970, poiché riguardava due diverse particelle (nn. (OMISSIS)), non oggetto di causa.

La Corte di merito ha quindi ritenuto che, anche dopo un nuovo esame del rogito di divisione e dalla relativa planimetria, dovesse confermarsi che la scala era stata mantenuta in comunione a tutti gli assegnatari e che non era oggetto di un semplice diritto di uso comune a favore degli altri assegnatari delle diverse porzioni immobiliari.

La cassazione della sentenza è chiesta da P.I. con ricorso in tre motivi, illustrati con memoria.

V.A.P. e Pe.Ma. resistono con controricorso. G.R. e C.I. sono rimasti intimati.

2. Il primo motivo denuncia l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per aver la sentenza erroneamente stabilito che il rogito di divisione provasse che la scala era rimasta in comunione, mancando tuttavia nell’atto una precisa individuazione del bene con i necessari riferimenti catastali, non potendo neppure invocarsi la sussistenza di un condominio, né potendo prescindersi dal contenuto della donazione per notaio B. del 1961.

Il secondo motivo deduce la violazione dell’art. 345 c.p.c., comma 2, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 asserendo che il giudice del rinvio abbia omesso di motivare sulle ragioni che rendevano inutilizzabile il rogito per notar B. del 1960, essendosi limitato a richiamare le motivazione della pronuncia cassata.

I due motivi possono esaminarsi congiuntamente e vanno respinti per le ragioni che seguono.

Con la pronuncia di legittimità n. 4934/2014, il giudice del rinvio era stato investito anzitutto del compito di esaminare le risultanze dell’atto di divisione non isolatamente, ma unitamente alla planimetria allegata al rogito, al quale le parti avevano fatto esplicito rinvio per individuare i beni inclusi nelle singole porzioni e per regolare i reciproci rapporti nascenti dallo scioglimento della comunione.

La sentenza di appello era stata – inoltre – cassata per vizio di motivazione, ma sempre con riferimento alla necessità che la sentenza desse adeguatamente conto delle ragioni che giustificavano la ricostruzione della volontà dei condividenti operata dal giudice di appello.

Nello specifico, l’accertamento della comunione della scala riposa appunto – sulla ricognizione dei beni da dividere elencati nell’atto di divisione e sull’interpretazione delle espressioni letterali contenute nel rogito (ove si qualificava la scala come “comune”), poste in relazione alla stato di fatto risultante dalle planimetrie.

La conclusione secondo cui il bene conteso fosse destinato a servizio delle distinte porzioni, senza tuttavia essere incluso in nessuna di esse, fungendo da confine tra le proprietà esclusive, appare assunta in ossequio ai principi di diritto enunciati nella pronuncia di legittimità e con pieno assolvimento dell’obbligo di dar conto dell’iter logico che ha condotto al rigetto della domanda. Non era decisiva neppure la mancata specificazione dei dati catastali della scala, avendo essi valenza solo sussidiaria rispetto all’individuazione dei confini e alla rappresentazione planimetria facente parte integrante del rogito (Cass. 5131/2009; Cass. 21829/2007).

Non risulta omesso neppure l’esame dell’atto di donazione del 1961, la cui valenza processuale risulta esplicitamente scrutinata, evidenziando che – come si evince anche dal ricorso – la P. aveva rivendicato la proprietà esclusiva della scala solo sulla base dell’atto di divisione del 12.4.1970 (cfr. ricorso, pag. 3), avendo invocato le risultanze della donazione del 1961 affinché fosse correttamente intesa l’espressione “scala comune” presente nel distinto rogito divisionale (cfr. sentenza, pag. 8).

L’atto è apparso – a tal fine – di nessuna utilità.

Il convincimento espresso in sentenza esclude comunque la violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, essendo in realtà contestato non il mancato esame in sé del documento, ma la lettura che ne ha motivatamente dato il giudice distrettuale (Cass. s.u. 8053/2014).

Neppure si palesa – al riguardo – alcuna lacuna nel percorso argomentativo della pronuncia, che appare il frutto di un’autonoma valutazione del contratto di donazione, sebbene conforme a quella cui era giunta, sulla base di un esame solo parziale del contratto, anche il giudice di secondo grado. La sentenza può difatti essere motivata “per relationem”, ove, come nel caso, il giudice dia conto, sia pure sinteticamente, delle ragioni della conferma in relazione ai motivi di impugnazione, ovvero della identità delle questioni prospettate rispetto a quelle già esaminate nel precedente grado di causa (Cass. 2397/2021; Cass. 20883/2019; Cass. 28139/2018).

3. Il terzo motivo denuncia la violazione degli artt. 1362 c.c. e ss., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3.

Si contesta al giudice del rinvio di aver fatto malgoverno dei criteri di interpretazione del contratto, dato che: a) il fatto che la scala non fosse inclusa in nessuna delle porzioni di cui ai lotti I e IV non poteva provare che il bene fosse comune; b) essa era inglobata nel lotto I, attribuito alla ricorrente; c) la diversa colorazione in planimetria delle singole porzioni e delle scale non era elemento per stabilire quale fosse il regime di appartenenza del bene conteso in lite e comunque la colorazione del lotto I e della porzione che ricomprendeva la scala era identica, a conferma che quest’ultima era stata assegnata alla ricorrente; d) la mancata inclusione della scala nei singoli lotti poteva significare – eventualmente – solo che il bene non apparteneva al compendio da dividere; e) le condizioni particolari concordate dai condividenti non valevano a dimostrare la comunione del bene, in mancanza di una previsione esplicita in tal senso, invece adottata nel rogito con riferimento ad altre porzioni poste a servizio di tutti i condividenti, quali una striscia di terreno ed il cortile; f) non aveva rilievo che, in talune clausole, l’atto prevedesse espressamente la proprietà esclusiva e la sola comunione d’uso di parti poste a servizio comune (quali la latrina); g) non si poteva attribuire alla locuzione “attribuzione in proprietà” il significato di proprietà comune, né negarsi che, con l’espressione “resterà comune”, le parti non avessero inteso prevedere solo l’attribuzione di un uso comune della scala.

Il motivo è inammissibile.

La Corte di rinvio – attenendosi al principio enunciato dalla pronuncia di legittimità – ha escluso la proprietà esclusiva della scala, dando evidenza al fatto che il lotto assegnato ad P.I. era estendeva fino ad una scala comune (al pari dei locali al piano terra e al sottotetto), indicata come confine tra le porzioni; che anche il confine del lotto IV, assegnato ai danti causa dei convenuti, era delimitato dalla scala comune e i singoli beni ricompresi in detto lotto erano rappresentati in planimetria con la colorazione rosa, mentre la scala era rappresentata con una diversa colorazione; che il fabbricato costituito da due corpi già edificati ed un terzo in costruzione erano separati da un’ulteriore scala destinata all’accesso ai locali.

La pronuncia ha inoltre evidenziato che: a) la comunione alle scala era menzionata anche nella condizione sub c) del rogito, che prevedeva la possibilità di realizzare un marciapiede per accedere alla rampa comune; b) in taluni casi, per i beni assegnati in proprietà esclusiva ma potenzialmente a servizio anche delle altre porzioni, le parti aveva espressamente previsto la costituzione di servitù o di un diritto d’uso a favore degli altri; c) in altri casi, taluni servizi erano stati attribuiti in proprietà esclusiva, senza alcun diritto di uso a favore degli altri (latrine).

Del tutto plausibilmente, la Corte di merito ha concluso che – alla luce di tutte le indicazioni ricavabili dall’atto di divisione l’espressione “la scala resterà comune” manifestasse la volontà di mantenere il bene in comproprietà e a servizio di tutte le porzioni, trovando tale conclusione avallo anche nelle risultanze della planimetria.

La censura, contestando – genericamente – la violazione dei criteri di interpretazione del contratto appare, dunque, infondata.

Il giudice del rinvio, proprio procedendo dal dato testuale (ove la scala era indicata come comune), ha esaminato il complessivo contenuto della divisione (incluse le cd. condizioni particolari e le planimetrie), ponendole anche in comparazione con gli altri elementi documentali (accatastamento del 1994, frazionamento del 1970, donazione del 1961), dando rilievo al fatto che la scala identificava il confine tra i lotti, non era ricompresa – neppure in planimetria – in nessuna porzione esclusiva, che le parti aveva regolato il concorso nelle spese di realizzazione di parti accessorie (marciapiedi), e che, ove avevano voluto assegnare singoli porzioni accessorie in proprietà esclusiva, l’avevano esplicitamente precisato.

Le deduzioni della ricorrente – pur prospettando apparentemente una violazione di legge nell’impiego dei criteri di ermeneutica contrattuale – si limitano a proporre una diversa lettura delle risultanze dei titoli, sconfinando nell’ambito delle valutazioni di fatto sottratte allo scrutinio di legittimità, risultando la pronuncia sorretta – sul punto – da motivazione logica ed esente da vizi giuridici.

4. Il quarto motivo denuncia la violazione dell’art. 384 c.p.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per aver la sentenza disatteso i principi enunciati da questa Corte di legittimità, non avendo valutato il rogito di divisione unitamente al tipo di frazionamento, da cui emergeva che la part. 422 sub 2), di proprietà della ricorrente, comprendeva anche la scala.

Il motivo è del tutto infondato, avendo il giudice distrettuale specificamente esaminato l’atto di frazionamento del 23.2.1970, precisando che la pianta che conteneva anche la descrizione della part. (OMISSIS) non dimostrava che, con il successivo rogito divisionale, i contraenti avessero inteso attribuire alla P. anche la proprietà esclusiva della scala ricompresa, in detto frazionamento, nella part. (OMISSIS) disponendone solo l’uso comune.

L’atto di divisione è stato ritenuto preciso ed inequivoco nel sancire la comproprietà della scala, mancando elementi per ritenere che le parti avessero voluto costituire sul bene solo un diritto di uso in favore dei condividenti, dato che il frazionamento riguardava specificamente le partt. (OMISSIS) e – al contrario della divisione non contemplava le due scale presenti in loco.

Il ricorso è respinto, con aggravio delle spese liquidate in dispositivo.

Si dà atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

P.Q.M.

rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali, pari ad Euro 200,00 per esborsi, ed Euro 2300,00 per compensi, oltre ad iva, c.p.a. e rimborso forfettario delle spese generali, in misura del 15%.

Dà atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della sezione Seconda civile, il 13 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 6 dicembre 2021

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