Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 38620 del 06/12/2021

Cassazione civile sez. I, 06/12/2021, (ud. 20/10/2021, dep. 06/12/2021), n.38620

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAMPANILE Pietro – Presidente –

Dott. PARISE Clotilde – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

Dott. SCALIA Laura – rel. Consigliere –

Dott. CARADONNA Lunella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 22353/2020 proposto da:

O.I., domiciliato in Roma, Piazza Cavour presso la

cancelleria civile della Corte di cassazione e rappresentato e

difeso dall’Avvocato Rosa Vignali, per procura speciale in calce al

ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’interno, in persona del Ministro, domiciliato per

legge presso gli uffici dell’Avvocatura Generale dello Stato in

Roma, Via dei Portoghesi, 12;

– intimato –

avverso la sentenza n. 49/2020 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

depositata il 10/01/2020;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

20/10/2021 dal Cons. Dott. Laura Scalia.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. O.I. ricorre con quattro motivi per la cassazione della sentenza in epigrafe indicata con cui la Corte di appello di Firenze ha respinto l’impugnazione dal primo proposta avverso l’ordinanza con cui il locale tribunale ne aveva a sua volta rigettato l’opposizione avverso il provvedimento della competente commissione territoriale di diniego del riconoscimento dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria e del diritto al permesso di soggiorno per gravi motivi nella ritenuta non verosimiglianza del racconto reso ed insussistenza della presupposti della misure richieste.

2. Il Ministero si è costituito tardivamente al dichiarato fine di partecipare all’eventuale discussione della causa ex art. 370 c.p.c., comma 1.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. O.I., cittadino della (OMISSIS), dell'(OMISSIS), nel racconto reso in fase amministrativa aveva dichiarato di avere abbandonato il Paese di origine perché costrettovi dalle minacce di morte della setta segreta degli (OMISSIS), alla quale egli aveva rifiutato l’appartenenza dopo la morte padre che, invece, ne faceva parte, nella pure dedotta impossibilità di chiedere protezione alle forze di polizia perché incapaci di offrire adeguata tutela.

2. Con il primo motivo il ricorrente fa valere la nullità dell’impugnata sentenza per omessa pronuncia ex art. 112 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4.

La sentenza di appello aveva ritenuto impugnata quella di primo grado relativamente alla sola protezione umanitaria là dove nell’atto di appello si era precisato in più punto che erano riproposte tutte le richieste di primo grado che attenevano non solo al permesso umanitario, anche allo status di rifugiato ed alla protezione.

3. Con il secondo motivo il ricorrente deduce la violazione e/o falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3. La Corte d’appello nello scrutinare la credibilità del racconto reso dal richiedente protezione non aveva distinto quanto al fenomeno della setta degli (OMISSIS) tra reclutamento forzoso ed appartenenza per ragioni ereditarie, escludendo, all’esito, in capo al primo il riconoscimento dello status di rifugiato.

4. Con il terzo motivo il ricorrente deduce la violazione e/o falsa applicazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, artt. 3 e 14.

Quanto alla protezione sussidiaria pur contestando il ricorrente che la Corte di merito si fosse espressa sulla stessa, censura comunque il giudizio che esclude che l'(OMISSIS) sia territorio interessato da violenza generalizzata ex art. 14, lett. c) D.Lgs. cit., in quanto non attinto dal fenomeno terroristico di (OMISSIS).

5. Con il quarto motivo il ricorrente deduce la violazione e/o falsa applicazione del D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 32 in relazione a D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6.

Il giudice di appello aveva erroneamente ritenuto che la valutazione dell’integrazione del richiedente nel paese ospite andrebbe ricercata soltanto con riguardo al momento della presentazione del ricorso ai sensi del D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 35, conseguendo a siffatto argomentare esiti paradossali quali quello del diniego del permesso per ragioni umanitarie ad un soggetto che nei lunghi anni successivi alla domanda abbia realizzato un solido percorso di integrazione.

La Corte territoriale non aveva neppure esaminato se il ricorrente fosse o meno integrato apprezzando il rilevo puramente astratto di siffatto dato. Il ricorrente si trovava invece stabilmente in Italia da cinque anni ed i giudici di appello non avevano preso in considerazione gli elementi necessari a formulare un giudizio di bilanciamento tra situazione avuta nel paese di origine e quella del paese ospitante.

6. Il primo motivo è infondato. La Corte d’appello ha esaminato la richiesta di protezione internazionale per riconoscimento dello status di rifugiato e quella sussidiaria di cui ha escluso i presupposti.

Pertanto nell’impugnata sentenza non si assiste ad alcuna omessa pronuncia così come infondatamente denunciato in ricorso.

7. Il secondo motivo è generico.

La Corte di merito esclude rilevanza ai fini delle protezioni al fenomeno degli (OMISSIS) ed alla denunciata, nel racconto reso dal richiedente, forzosa affiliazione diversamente ricostruendo del primo il rilievo quale strumento di acquisizione di posizioni di potere connotato da adesione volontaria o da promessa del padre con riferimento al primogenito, valorizzando, quanto a quest’ultima, la mancata deduzione da parte dell’appellante.

Si tratta di passaggio della motivazione con cui il ricorrente non si confronta non censurando le conclusioni raggiunte dai giudici di appello peraltro confortate, negli esiti, dal richiamo al report del “Centro ricerche e protezione internazionale”.

8. Il terzo motivo è ancora generico là dove contrappone ai diversi accertamenti raggiunti nell’impugnata sentenza sulla esclusione di una violenza generalizzata D.Lgs. n. 241 del 2007, ex art. 14, lett. c) nei territori di provenienza del richiedente protezione ((OMISSIS)), censurando che il solo fenomeno terroristico di (OMISSIS) e la sua diffusione su altre aree della (OMISSIS) che non siano quella del nord est possa valere, da sola, a connotare agli indicati fini gli altri territori.

Il ricorrente deduce le differenti valutazioni condotte dai giudici di merito (Tribunale dell’Aquila, Corte d’appello di Trieste) per una critica che di quelle motivazioni non valuta il carattere non vincolante in sede di legittimità ed in cui si compendiano confusamente situazioni distinte, quali sono quelle definite, a sostegno della protezione sussidiaria, dal D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, lett. b) o c).

9. E’ fondato invece il quarto motivo di ricorso nella parte in cui censura l’impugnata sentenza per avere cristallizzato il presupposto dell’integrazione del richiedente in Italia al momento della proposizione della domanda amministrativa.

La Corte d’appello di Firenze opera in tal modo una impropria commistione tra i presupposti di riconoscimento del diritto al permesso per motivi umanitari e l’efficacia temporale della normativa novellata, di cui al D.L. n. 113 del 2018 convertito nella L. n. 132 del 2018, relativamente agli effetti della misura rispetto ai cdd. casi speciali.

Commistione tanto più chiara nella sua portata là dove i giudici fiorentini nel richiamare la valutazione “all’attualità” dei fatti dedotti a fondamento della domanda richiesta dal D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 8, comma 3 riferiscono quel giudizio alla disciplina degli oneri di allegazione della parte e dell’obbligo di cooperazione del giudice e quindi alle modalità di conformazione dell’istruttoria, ma non della configurazione dei presupposti del diritto azionato.

Il paradigma legale sulla cui base scrutinare la domanda di protezione per motivi umanitari è quello definito dalla norma in vigore alla proposizione della prima quanto ai presupposti di riconoscimento e solo negli esiti della normativa medio tempore sopravvenuta.

Le domande di riconoscimento del permesso di soggiorno per motivi umanitari proposte prima dell’entrata in vigore (5 ottobre 2018) della nuova legge (D.L. n. 113 del 2018 e Legge Conversione n. 132 del 2018) saranno, pertanto, scrutinate sulla base delle norme in vigore al momento della loro presentazione, ma in tale ipotesi l’accertamento della sussistenza dei presupposti per il riconoscimento del permesso di soggiorno per motivi umanitari, valutata in base alle norme esistenti prima dell’entrata in vigore del D.L. n. 113 del 2018, convertito nella L. n. 132 del 2018, comporterà il rilascio del permesso di soggiorno “per casi speciali” previsto dall’art. 1, comma 9 suddetto decreto legge (Cass. SU n. 29459 del 13/11/2019; Cass. n. 4890 del 19/02/2019).

Il motivo è fondato ed errata è la sentenza impugnata là dove ancora esclude l’accoglimento della richiesta di un permesso di soggiorno per motivi umanitari “in base alla mera sopravvenuta integrazione sociale in Italia del richiedente a seguito dello svolgimento di attività lavorativa e della partecipazione ad attività generiche di integrazione, come lo studio della lingua e la partecipazione ad attività socialmente valide” (p. 11 sentenza), disconoscendo, con interpretazione sostanzialmente abrogatrice della norma e del rimedio, rilievo all’estremo dell’integrazione, in quanto evidenza sopravvenuta alla domanda amministrativa.

Il motivo va accolto e la sentenza impugnata cassata perché la Corte fiorentina si determini a nuovo giudizio sulla domanda di riconoscimento del diritto alla protezione umanitaria, forte della situazione di fatto in valutazione all’attualità, e non al momento di proposizione della domanda, per un giudizio che sia poi, per gli indicati riferimenti temporali, di comparazione tra la condizione del richiedente nel paese di origine in cui deve essere rimpatriato e la condizione avuta in Italia (Cass. SU n. 24413 del 09/09/2021).

Segnatamente la Corte di merito è chiamata, in applicazione della più recente giurisprudenza di legittimità in materia di protezione umanitaria, ad attribuire “alla condizione del richiedente nel paese di provenienza un peso tanto minore quanto maggiore risulti il grado di integrazione che il richiedente dimostri di aver raggiunto nella società italiana”, nell’ulteriore rilievo che “situazioni di deprivazione dei diritti umani di particolare gravità nel paese originario possono fondare il diritto alla protezione umanitaria anche in assenza di un apprezzabile livello di integrazione in Italia” e che, ancora, “qualora poi si accerti che tale livello è stato raggiunto e che il ritorno nel paese d’origine renda probabile un significativo scadimento delle condizioni di vita privata e/o familiare tali da recare un “vulnus” al diritto riconosciuto dall’art. 8 della Convenzione EDU, sussiste un serio motivo di carattere umanitario, ai sensi del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6, per riconoscere il permesso di soggiorno”(Cass. SU n. 24413 cit.).

10. La Corte rigetta i primi tre motivi di ricorso ed accolto il quarto, cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa alla Corte d’appello di Firenze, in altra composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte, rigetta i primi tre motivi di ricorso ed accolto il quarto, cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa alla Corte d’appello di Firenze, in altra composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 20 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 6 dicembre 2021

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