Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 38618 del 06/12/2021

Cassazione civile sez. I, 06/12/2021, (ud. 20/10/2021, dep. 06/12/2021), n.38618

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAMPANILE Pietro – Presidente –

Dott. PARISE Clotilde – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

Dott. SCALIA Laura – rel. Consigliere –

Dott. CARADONNA Lunella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 11251/2020 proposto da:

U.J.S., alias J.U., domiciliato in Roma, Piazza

Cavour presso la cancelleria civile della Corte di cassazione e

rappresentato e difeso dall’Avvocato Massimo Parenti, per procura

speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’interno, in persona del Ministro, domiciliato per

legge presso gli uffici dell’Avvocatura Generale dello Stato in

Roma, Via dei Portoghesi, 12;

– intimato –

avverso la sentenza n. 667/2020 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

depositata il 18/03/2020;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

20/10/2021 dal Cons. Dott. Laura Scalia.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. U.J.S., alias J.U., ricorre con cinque motivi per la cassazione della sentenza in epigrafe indicata con cui la Corte di appello di Firenze ha respinto l’impugnazione dal primo proposta avverso l’ordinanza del locale tribunale che ne aveva, a sua volta, rigettato l’opposizione al provvedimento della competente commissione territoriale di diniego delle protezioni maggiori e del riconoscimento del diritto a quella umanitaria.

2. Il Ministero si è costituito tardivamente al dichiarato fine di partecipare all’eventuale discussione della causa ex art. 370 c.p.c., comma 1.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. U.J.S., alias J.U., cittadino dello Stato del Pakistan, nel racconto reso aveva dichiarato di aver abbandonato il proprio Paese per la Libia e quindi l’Italia, dopo che vi erano stati, nel villaggio in cui abitava, in (OMISSIS), nell’anno 2012, scontri tra gli esponenti del gruppo (OMISSIS) e quelli del gruppo (OMISSIS) e che lui stesso, quale appartenente come supporter al secondo e senza ruolo istituzionale, era stato accusato di omicidio e per quanto avesse professato la propria innocenza non era stato creduto dalla polizia, che appoggiava l’altro gruppo.

Poiché alcuni esponenti del gruppo (OMISSIS) lo avevano cercato in casa egli aveva deciso di lasciare il (OMISSIS) temendo, al suo rientro, la violenza degli appartenenti al gruppo avversario.

2. Ciò posto, con i proposti motivi il ricorrente fa valere:

– con il primo: la violazione e/o falsa applicazione ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 del D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 3, comma 4, lett. a) – c) e art. 4; il racconto reso dal richiedente era stato ritenuto, in condivisione della motivazione del tribunale, non attendibile senza nulla aggiungere alle critiche mosse in sede di impugnazione ed ai documenti prodotti e per una contraddittorietà del narrato, per le versioni fornite in sede amministrativa e quindi in udienza, che in realtà andava contestualizzata e che doveva spiegarsi con la difficoltà dello straniero di potersi esprimere al meglio attraverso la mediazione dell’interprete, la Corte non aveva applicato correttamente l’art. 3 cit. ed il rischio di pericolo di reiterazione delle condotte paventate, in quanto nel passato già subite;

– con il secondo ed il terzo, rispettivamente, violazione e/o falsa applicazione ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, artt. 7 e 8 e D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 2, comma 1 e violazione e/o falsa applicazione ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14 e art. 2; ai fini del riconoscimento dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria è prevista l’attenuazione dell’onere probatorio incombente sul richiedente ed il dovere di cooperazione del giudice.

Il ricorrente meritava il riconoscimento delle protezioni richieste per aver dimostrato il rischio grave ed effettivo di subire un danno grave in caso di rientro nel paese di origine in quanto oggetto di persecuzione.

– con il quarto fa valere violazione e/o falsa applicazione ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 32, comma 3 e D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6; la Corte d’appello non aveva valutato in modo adeguato le condizioni del paese di origine, aveva attribuito un rilievo marginale al grado di integrazione in Italia (come da contratto di lavoro e buste paga che dimostravano la costruzione operata dal richiedente di una migliore prospettiva di vita) e non effettuato il giudizio di comparazione;

– con il quinto motivo deduce violazione e/o falsa applicazione ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 poiché il rigetto della domanda di annotazione e correzione delle esatte generalità del ricorrente si fonda su una motivazione meramente apparente là dove la corte di merito l’aveva respinta rilevando che si trattava non di correzione di errore materiale “quanto piuttosto di un vero alias del richiedente asilo”.

I motivi dal primo al quarto sono inammissibili perché generici ex art. 366 c.p.c., n. 4.

In tema di ricorso per cassazione, l’onere di specificità dei motivi, sancito dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4), impone al ricorrente che denunci il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), a pena d’inammissibilità della censura, di indicare le norme di legge di cui intende lamentare la violazione, di esaminarne il contenuto precettivo e di raffrontarlo con le affermazioni in diritto contenute nella sentenza impugnata, che è tenuto espressamente a richiamare, al fine di dimostrare che queste ultime contrastano col precetto normativo, non potendosi demandare alla Corte il compito di individuare – con una ricerca esplorativa ufficiosa, che trascende le sue funzioni – la norma violata o i punti della sentenza che si pongono in contrasto con essa (Cass. 28/10/2020, n. 23745; Cass. 06/07/2021, n. 18998, p. 9 motivazione).

Si tratta di principio che là dove la sentenza censurata in cassazione sia stata adottata in grado d’appello impone, poi, al ricorrente di evidenziare con la proposta censura nel giudizio di legittimità i contenuti del motivo di appello raffrontandoli con quelli della sentenza di primo grado impugnata.

Il quinto motivo è infondato, la motivazione denunciata come mancante, peraltro solo nella titolazione del motivo, sussiste e la censura è anche inammissibile là dove neppure riporta puntualmente la motivazione impugnata che proprio nella parte non segnalata in ricorso compiutamente contiene le ragioni della decisione.

Il ricorso è in via conclusiva inammissibile.

Nulla sulle spese essendo l’amministrazione rimasta intimata.

Ai sensi d3el D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 20 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 6 dicembre 2021

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