Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 38616 del 06/12/2021

Cassazione civile sez. I, 06/12/2021, (ud. 19/10/2021, dep. 06/12/2021), n.38616

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAMPANILE Pietro – Presidente –

Dott. MELONI Marina – Consigliere –

Dott. TRICOMI Laura – Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – rel. Consigliere –

Dott. CARADONNA Lunella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 26056/2020 proposto da:

N.A., rappresentato e difeso dall’avvocato Francesco Robba,

in forza di procura speciale in atti;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope

legis;

– resistente –

avverso la sentenza n. 1171/2020 della CORTE D’APPELLO di PALERMO,

depositata il 04/08/2020;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

19/10/2021 da Dott. IOFRIDA GIULIA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

La Corte d’appello di Palermo, con sentenza n. 1171/2020, depositata in data 4/8/2020, ha respinto il gravame di N.A., cittadino del (OMISSIS), avverso la decisione di primo grado che avere respinto la richiesta, a seguito di diniego della competente Commissione territoriale, di riconoscimento dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria ed umanitaria.

In particolare, i giudici d’appello hanno sostenuto che la vicenda narrata dal richiedente (essere scappato dal Paese d’origine, temendo di essere arrestato, a causa di un incendio nel cimitero in cui lavorava) era non credibile, perché generica, e comunque non integrava i presupposti per il riconoscimento dello status di rifugiato o della protezione sussidiaria D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, ex art. 14, lett. a) e b); il (OMISSIS) non era interessato da situazioni di violenza generalizzata, con conseguente insussistenza dei presupposti di cui al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, lett. c), alla luce del mutamento politico in atto dopo le ultime elezioni presidenziali; non ricorrevano neppure i presupposti per la chiesta protezione umanitaria, in difetto di situazioni di vulnerabilità.

Avverso la suddetta pronuncia, N.A. propone ricorso per cassazione, notificato il 29/9/2020, affidato a due motivi, nei confronti del Ministero dell’Interno (che dichiara di costituirsi al solo fine di partecipare all’udienza pubblica di discussione).

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il ricorrente lamenta: a) con il primo motivo, la violazione ed errata applicazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, lett. c) e D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 8, comma 3, in relazione al diniego della protezione sussidiaria, non essendosi indicata la fonte delle informazioni; b) con il secondo motivo, la violazione ed errata applicazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6 e art. 19 non essendosi compiuta alcuna valutazione comparativa, stante il mancato esame dell’integrazione nel nostro Paese quale risultante dalla documentazione lavorativa prodotta.

2. La prima censura è inammissibile.

In ordine alla violazione del dovere di cooperazione istruttoria del giudice, vero che nella materia in oggetto il giudice abbia il dovere di cooperare nell’accertamento dei fatti rilevanti, compiendo un’attività istruttoria ufficiosa, essendo necessario temperare l’asimmetria derivante dalla posizione delle parti (Cass. 13 dicembre 2016, n. 25534).

Nella specie, a fronte di una motivazione che ha ritenuto di escludere la ricorrenza in (OMISSIS) di una situazione di “violenza generalizzata”, il ricorrente si limita, del tutto genericamente, a lamentare che non si sia tenuto conto della situazione aggiornata del (OMISSIS) né di fonti attendibili, affermando che nel Paese mancano le condizioni minime di sicurezza e vi è un’incontestabile violenza diffusa.

Il ricorrente manca pertanto di indicare quali siano i fatti alternativi desumibili da fonti informative successive, dovendosi confermare i principio di diritto già espresso da questa Corte (Cass. 30105/2018) secondo cui “il D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, nel prevedere che “Ciascuna domanda è esaminata alla luce di informazioni precise e aggiornate circa la situazione generale esistente nel Paese di origine dei richiedenti asilo e, ove occorra, dei Paesi in cui questi sono transitati…” deve essere interpretato nel senso che l’obbligo di acquisizione di tali informazioni da parte delle Commissioni territoriali e del giudice deve essere osservato in diretto riferimento ai fatti esposti ed ai motivi svolti in seno alla richiesta di protezione internazionale, non potendo per contro addebitarsi la mancata attivazione dei poteri istruttori officiosi, in ordine alla ricorrenza dei presupposti per il riconoscimento della protezione, i riferita a circostanze non dedotte”.

La doglianza è altresì inammissibile perché, in maniera peraltro del tutto generica, mira a sostituire le proprie valutazioni con quella, svolta, sulla base di informazioni tratte da fonti attuali, insindacabilmente (al di fuori dei limiti dell’attuale formulazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5).

3.Anche l’ultima doglianza è inammissibile.

Il ricorrente censura il rigetto della richiesta di protezione umanitaria, lamentando genericamente che la Corte d’appello non avrebbe vagliato la condizione di particolare vulnerabilità cui sarebbe esposto il richiedente, in caso di rientro nel Paese. Ora la Corte ha motivatamente ritenuto che i fatti lamentati non costituiscano un ostacolo al rimpatrio né integrino un’esposizione seria alla lesione dei diritti fondamentali.

La censura risulta generica anche alla luce della recente pronuncia delle Sezioni Unite n. 24413/2021 sulla protezione per ragioni umanitarie, ante Novella 2018.

Invero, le Sezioni Unite si sono nuovamente pronunciate sul tema della protezione umanitaria, alla stregua del testo del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6, anteriore alle modifiche recate dal D.L. 4 ottobre 2018, n. 113, e del contenuto della valutazione comparativa affidata al giudice, tra la situazione che, in caso di rimpatrio, il richiedente lascerebbe in Italia e quella che il medesimo troverebbe nel Paese di origine, già condiviso dalle Sezioni Unite, con la precedente sentenza n. 29459/2019, affermando il seguente principio di diritto: “In base alla normativa del T. U. Imm. anteriore alle modifiche introdotte dal D.L. n. 113 del 2018, ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, occorre operare una valutazione comparativa della situazione soggettiva ed oggettiva del richiedente con riferimento al Paese d’origine, in raffronto alla situazione d’integrazione raggiunta in Italia. Tale valutazione comparativa dovrà essere svolta attribuendo alla condizione soggettiva e oggettiva del richiedente nel Paese d’origine un peso tanto minore quanto maggiore risulti il grado di integrazione che il richiedente dimostri di aver raggiunto nel tessuto sociale italiano. Situazioni di deprivazione dei diritti umani di particolare gravità nel Paese d’origine possono fondare il diritto del richiedente alla protezione umanitaria anche in assenza di un apprezzabile livello di integrazione del medesimo in Italia. Per contro, quando si accerti che tale livello sia stato raggiunto, se il ritorno in Paesi d’origine rende probabile un significativo scadimento delle condizioni di vita privata e/o familiare, sì da recare un vulnus al diritto riconosciuto dall’art. 8 della Convenzione EDU, sussiste un serio motivo di carattere umanitario, ai sensi dell’art. 5 T.U. cit., per riconoscere il permesso di soggiorno”.

Ora, nel presente giudizio, la Corte ha escluso una situazione personale di vulnerabilità soggettiva ed oggettiva, meritevole di protezione per ragioni umanitarie. Nel ricorso ci si limita genericamente a fare rinvio ad una documentazione lavorativa prodotta nel merito.

4. Per tutto quanto sopra esposto, va dichiarato inammissibile il ricorso. Non v’e’ luogo a provvedere sulle spese processuali non avendo l’intimato svolto attività difensiva.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della ricorrenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell’importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, ove dovuto, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 19 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 6 dicembre 2021

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