Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3861 del 15/02/2021

Cassazione civile sez. I, 15/02/2021, (ud. 10/12/2020, dep. 15/02/2021), n.3861

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE CHIARA Carlo – Presidente –

Dott. VALITUTTI Antonio – Consigliere –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – Consigliere –

Dott. FIDANZIA Andrea – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 26106/2016 proposto da:

Banca Nazionale del Lavoro S.p.a., in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in Roma, Via

di Val Gardena n. 3, presso lo studio dell’avvocato De Angelis

Lucio, che la rappresenta e difende, giusta procura in calce al

ricorso;

– ricorrente –

contro

Unipol Assicurazioni S.p.a.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 4802/2016 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 27/07/2016;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

10/12/2020 dal cons. Dott. FIDANZIA ANDREA;

lette le conclusioni scritte del P.M. in persona del Sostituto

Procuratore Generale Dott. CARDINO ALBERTO, che ha chiesto che

Codesta Corte di Cassazione voglia rigettare il ricorso.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

il Tribunale di Roma, con sentenza n. 1590/2010, ha condannato la B.N.L. s.p.a. al pagamento a favore della Unipol SAI Assicurazioni s.p.a della somma di Euro 6.750,00, per aver negoziato presso un proprio sportello un assegno di traenza non trasferibile dell’importo di Euro 13.500,00, emesso dalla Banca su mandato della stessa Unipol nell’ambito della sua attività di liquidazione di polizze e pagamento importi a titolo di risarcimento del danno, ed intestato a B.A., pagandolo a soggetto diverso dal legittimo prenditore.

Il giudice di primo grado ha riconosciuto un concorso di colpa, a norma dell’art. 1227 c.c., comma 2, della compagnia assicurativa per non aver osservato le dovute cautele nella spedizione del titolo, che era avvenuta con posta ordinaria.

Con sentenza n. 4802/2016 la Corte d’Appello di Roma, in parziale riforma della sentenza di primo grado, in accoglimento dell’appello principale proposto dalla Unipol Assicurazioni s.p.a. e rigettando l’appello incidentale proposto dalla Banca, ha condannato l’istituto di credito al pagamento a favore dell’appellante della ulteriore somma di Euro 6.750,00.

La Corte d’Appello ha rigettato l’appello incidentale della Banca, affermando la responsabilità di quest’ultima nella negoziazione del titolo a soggetto diverso dal destinatario (corroborata dalla omessa produzione in giudizio della copia del documento di identità dell’ignoto presentatore dell’assegno di traenza), ed ha accolto l’appello principale dell’Unipol Assicurazioni s.p.a, valorizzando quell’indirizzo giurisprudenziale che riteneva che l’utilizzo del servizio postale mediante posta ordinaria o raccomandata non assumesse alcun rilievo causale in riferimento all’evento produttivo del danno lamentato dallo stesso traente, essendo l’evento dannoso da ascriversi unicamente in capo alla banca negoziatrice.

Ha proposto ricorso per cassazione la Banca Nazionale del Lavoro s.p.a. affidandolo a sei motivi.

La Unipol Assicurazioni s.p.a. non ha svolto difese.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo è stata dedotta la violazione o la falsa applicazione del R.D. n. 1736 del 1933, artt. 43 e 73 dell’art. 81 c.p.c. e dell’art. 1223 c.c.. Espone la ricorrente che il R.D. n. 1763 del 1933, art. 43 attribuisce il diritto di esigere un ulteriore pagamento dell’assegno non trasferibile esclusivamente al portatore unico beneficiario (nel caso di specie il sig. B.A.), con la conseguenza che la relativa azione può essere proposta solo da quest’ultimo e non può quindi essere proposta da diverso soggetto, senza violare l’inderogabile divieto di sostituzione processuale, sancito dall’art. 81 c.p.c..

Nel caso di specie, come si evinceva dall’esposizione “in diritto”, contenuta nelle pagine da 3 a 9 dell’atto di citazione 16.3.2010 del giudizio di primo grado della compagnia assicurativa – ritrascritte nell’odierno ricorso – quest’ultima aveva azionato unicamente l’azione cartolare ex art. 43 L. ass., spettante, invece, solo al prenditore del titolo.

Tale carenza di legittimazione attiva è rilevabile d’ufficio anche in sede di legittimità.

2. Il motivo è infondato.

Va preliminarmente osservato che dall’esame dei passaggi argomentativi dell’atto di citazione di primo grado della Unipol – trascritti nel ricorso per cassazione della banca – non emerge affatto che la compagnia assicurativa abbia azionato l’azione cartolare ex art. 43 L. ass.

In particolare, la compagnia assicurativa, a pag. 8 del proprio atto di citazione di primo grado, aveva riportato alcuni passaggi della sentenza n. 14712/2007 delle S.U. di questa Corte, nei quali è stato evidenziato che la responsabilità della banca negoziatrice per avere consentito, in violazione delle specifiche regole poste dall’art. 43 Legge Assegni (R.D. 21 dicembre 1933, n. 1736), l’incasso di un assegno bancario, di traenza o circolare, munito di clausola di non trasferibilità, a persona diversa dal beneficiario del titolo, ha – nei confronti di tutti i soggetti nel cui interesse quelle regole sono dettate e che, per la violazione di esse, abbiano sofferto un danno – natura contrattuale, avendo la banca un obbligo professionale di protezione (obbligo preesistente, specifico e volontariamente assunto), operante nei confronti di tutti i soggetti interessati al buon fine della sottostante operazione, di far sì che il titolo stesso sia introdotto nel circuito di pagamento bancario in conformità alle regole che ne presidiano la circolazione e l’incasso.

Nessun dubbio quindi che la Unipol Asssicurazioni abbia proposto un’azione contrattuale da c.d. contatto sociale.

Orbene, in una fattispecie identica a quella per cui è causa, le S.U. di questa Corte, nella sentenza n. 9769/2020, hanno statuito che “In caso di pagamento dell’assegno non trasferibile in favore di un soggetto diverso da quello effettivamente legittimato, la domanda di rimborso del relativo importo proposta dal traente o dal richiedente nei confronti della banca trattaria o negoziatrice si distingue da quella avente ad oggetto il pagamento dell’assegno, non avendo natura cambiaria, ma risarcitoria, in quanto trova fondamento non già nell’inadempimento del debito incorporato nel titolo, al cui pagamento la banca è tenuta esclusivamente nei confronti del prenditore, ma nella violazione dell’obbligo di procedere all’identificazione di colui che ha presentato il titolo all’incasso, previsto dal R.D. n. 1736 del 1933, art. 43 a tutela di tutti i soggetti interessati alla regolare circolazione del titolo (cfr. Cass., Sez. Un., 26/06/2007, n. 14712; Cass., Sez. III, 22/05/2015, n. 10534). L’accoglimento di tale domanda presuppone ovviamente la prova del danno, che tuttavia, nel caso dell’assegno di traenza, emesso dalla banca trattaria a fronte della costituzione della relativa provvista da parte del richiedente, non postula la dimostrazione dell’avvenuta effettuazione di un nuovo pagamento in favore del prenditore, potendo essere ravvisato nella mera perdita dell’importo versato o addebitato, a causa dello indebito pagamento del titolo; l’emissione e la spedizione di quest’ultimo non comportano infatti il trasferimento della titolarità del predetto importo in favore del beneficiario, il quale ne acquista la disponibilità giuridica soltanto a seguito del pagamento o dell’accreditamento effettuato dalla banca (cfr. Cass., Sez. III, 10/03/2008, n. 6291)….”.

Questo Collegio non può che far proprie le esaustive argomentazioni sul punto delle Sezioni Unite.

3. Con il secondo motivo la ricorrente deduce la violazione o la falsa applicazione del D.M. 9 aprile 2001, art. 6 emesso in attuazione del D.Lgs. 22 luglio 1999, n. 261, art. 22, comma 2, e della direttiva n. 97/67/CE, nonchè degli artt. 1227, 1228 e 2049 c.c., del D.P.R. 29 marzo 1973, n. 156, art. 28 e della Delib. AGCOM 20 giugno 2013.

Lamenta la ricorrente che la sentenza impugnata, nel ritenere irrilevante il comportamento tenuto dalla compagnia assicurativa, non ha tenuto conto della nuova disciplina del servizio postale, introdotta dal predetto decreto ministeriale in sostituzione di quella di cui al D.P.R. 29 marzo 1973, n. 156. Afferma, infatti, che, mentre quest’ultimo prescriveva l’obbligo di spedizione mediante plico assicurato soltanto per i valori esigibili al portatore, in tal modo escludendo la possibilità d’imputare al mittente le conseguenze dell’invio di assegni non trasferibili tramite plico raccomandato, l’art. 6 cit., applicabile ratione temporis alla fattispecie in esame, estende il predetto obbligo a tutti i valori, consentendo quindi di ravvisare un rapporto di causalità tra l’omessa assicurazione del plico, e quindi la sua spedizione con posta ordinaria, ed il danno derivante dalla perdita del valore nello stesso contenuto.

4. Con il terzo motivo, la ricorrente lamenta la violazione o la falsa applicazione degli artt. 1175 e 1176 c.c., dell’art. 43c.p., comma 1 e dell’art. 2 Cost..

Rileva la ricorrente che la sentenza impugnata, nell’escludere l’apporto causale del comportamento tenuto dall’attrice, non ha considerato che la spedizione degli assegni mediante plico assicurato o quanto meno raccomandato, anzichè tramite corrispondenza ordinaria, rappresentava una cautela suggerita da elementari regole di prudenza e diligenza, nonchè da un doveroso riguardo per la sfera giuridica dei destinatari. Richiama in proposito la L.R. Sicilia 8 luglio 1977, n. 47, art. 15,D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602, art. 42 e il D.Lgs. 26 febbraio 1994, n. 46, art. 42-bis, comma 5, che prescrivono la spedizione a mezzo raccomandata di titoli di credito, rimborsi IRPEF e rimborsi dovuti dagli esattori delle imposte, anche di minimo importo.

Evidenzia che nonostante gli innumerevoli casi di sottrazione di assegni da parte di falsari, è proseguita nel tempo la prassi dell’invio di assegni circolari a mezzo di corrispondenza ordinaria, laddove criteri di elementare cautela avrebbero consigliato di effettuare il pagamento mediante bonifico o consegna diretta dei titoli, o quanto meno attraverso l’invio in plico raccomandato.

Aggiunge, infine, che l’abbandono della predetta prassi avrebbe dovuto essere imposto anche dalle disposizioni generali desumibili di cui agli artt. 1175 e 1176 c.c., nonchè dai principi desumibili dall’art. 2 Cost. e dall’art. 43 c.p., aventi carattere inderogabile.

5. Con il quarto motivo è stata dedotta la violazione o la falsa applicazione dell’art. 41 c.p. e dell’art. 1227 c.c., comma 2 (o comunque 1).

Si osserva che la Corte territoriale, nel ritenere che il comportamento tenuto dalla Banca nella negoziazione degli assegni avesse comportato l’interruzione del nesso causale tra il danno e la condotta dell’attrice, non ha considerato che i fatti sopravvenuti in tanto possono costituire causa esclusiva dell’evento dannoso, in quanto, oltre ad essere di per sè soli idonei a produrlo, presentino carattere di assoluta imprevedibilità ed eccezionalità.

Tali caratteri risultano completamente assenti nel caso della sommaria negoziazione degli assegni, la quale costituisce un fatto piuttosto frequente, già verificatosi per altri titoli risultati successivamente sottratti, e comunque inidoneo a determinare l’incasso degli assegni, in mancanza dell’incauta spedizione degli stessi tramite corrispondenza ordinaria. Secondo la ricorrente, il ricorso al mezzo di trasmissione con posta semplice deve considerarsi di per sè sufficiente a giustificare l’affermazione del nesso causale tra il danno lamentato e il comportamento colposo dell’attrice, avendone quest’ultima accettato i prevedibili rischi, al fine di evitare le spese postali, nella convinzione di poter riversare sulla banca le conseguenze dell’eventuale sottrazione degli assegni.

In conclusione, il rilevantissimo concorso di colpa della compagnia assicurativa, per aver persistito nell’invio di plichi postali semplici, comporta che, ai sensi dell’art. 1227 c.c., comma 2, non è dovuto alcun risarcimento atteso che quest’ultima ben avrebbe potuto (e dovuto) evitare ogni danno, usando l’ordinaria diligenza. In ogni caso, ai sensi dell’art. 1227 c.c., comma 1, deve quantomeno ridursi la risarcibilità delle conseguenze dannose, che non si sarebbero verificate senza la grave colpa iniziale della Assicurazione.

6. Con il quinto motivo è stata dedotta la violazione o la falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c. e art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4.

Lamenta la ricorrente di aver evidenziato già con la comparsa di costituzione in appello e di appello incidentale del 25 ottobre 2015 che il sistema di spedizione adottato dalla compagnia assicurativa avrebbe potuto essere sostituito dall’accredito informatico sui conti correnti dei beneficiari.

Non vi sarebbe stata alcuna negoziazione se fosse stata effettuata una prudenziale consegna dell’assegno diretta o tramite una dipendenza locale. L’ingiustificabile omissione delle due modalità si pone come causa unica dell’evento dannoso per cui è causa.

Inoltre, la compagnia assicurativa, successivamente all’incasso fraudolento del titolo da parte dell’ignoto portatore, ha ritardato colposamente la denuncia di smarrimento dell’assegno che, diversamente, avrebbe potuto essere bloccato.

7. Con il sesto motivo la ricorrente ha dedotto l’omesso esame di un fatto controverso e decisivo per il giudizio a norma dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, osservando che, nella valutazione del comportamento tenuto dall’attrice, la sentenza impugnata non ha tenuto conto della disastrosa esperienza anteriore ai fatti di causa, contraddistinta dal pluriennale ricorso della compagnia assicuratrice alla spedizione degli assegni tramite corrispondenza ordinaria, e dalla sistematica sottrazione di un ingente numero di titoli, successivamente negoziati presso tutte le banche da esperti falsari.

8. Il secondo, il terzo, il quarto, il quinto ed il sesto motivo, da esaminare unitariamente in relazione alla stretta connessione delle questioni trattate, sono fondati nei termini che saranno illustrati.

La ricorrente censura la sentenza impugnata nella parte in cui, ai fini dell’esclusione del nesso causale tra l’evento dannoso ed il comportamento dell’attrice, ha omesso di prendere in esame le considerazioni svolte nella comparsa di costituzione in appello, in cui essa appellata aveva insistito sui rischi connessi al sistema adottato dall’attrice per la spedizione degli assegni, ed aveva evidenziato la possibilità di provvedere al pagamento mediante accredito informatico sui conti correnti dei beneficiari, consegna diretta dei titoli o bonifico bancario, nonchè la possibilità di adottare ulteriori cautele, quali l’annotazione degli estremi degli assegni in un file da trasmettere alle banche, al fine di evitarne l’indebito pagamento.

Va osservato che, sul punto, la già citata sentenza delle Sezioni Unite n. 9769/2020 ha recentemente elaborato il principio di diritto secondo cui: “La spedizione per posta ordinaria di un assegno, ancorchè munito di clausola d’intrasferibilità, costituisce, in caso di sottrazione del titolo e riscossione da parte di un soggetto non legittimato, condotta idonea a giustificare l’affermazione del concorso di colpa del mittente, comportando, in relazione alle modalità di trasmissione e consegna previste dalla disciplina del servizio postale, l’esposizione volontaria del mittente ad un rischio superiore a quello consentito dal rispetto delle regole di comune prudenza e del dovere di agire per preservare gl’interessi degli altri soggetti coinvolti nella vicenda, e configurandosi dunque come un antecedente necessario dell’evento dannoso, concorrente con il comportamento colposo eventualmente tenuto dalla banca nell’identificazione del presentatore”.

Le Sezioni Unite, nell’escludere la natura cambiaria della obbligazione gravante sulla banca, ed individuando la fonte della sua responsabilità nell’inadempimento di un’obbligazione ex lege, o di un’obbligazione da contatto sociale, ricollegabile ad un’anomalia intervenuta nel processo di trasmissione e pagamento del titolo, non hanno escluso che la responsabilità della banca trattaria o negoziatrice concorra, in linea di principio, con quella di altri soggetti eventualmente intervenuti nel predetto processo, che con il loro comportamento abbiano contribuito a cagionare il danno.

E’ stato precisato, in particolare, che, in presenza di un evento dannoso riconducibile a più azioni od omissioni, il rigore del principio dell’equivalenza delle cause, posto dall’art. 40 c.p., in virtù del quale deve riconoscersi a ciascuna di esse efficienza causale, trova il suo temperamento nel principio di causalità efficiente, desumibile dall’art. 41 c.p., comma 2 in base al quale l’evento dannoso può essere attribuito esclusivamente all’autore della condotta sopravvenuta soltanto se questa condotta risulti tale da rendere irrilevanti le altre cause preesistenti, ponendosi al di fuori delle normali linee di sviluppo della serie causale già in atto (cfr. Cass., Sez. III, 22/10/2013, n. 23915; 10/10/2008, n. 25028; 22/ 10/2003, n. 15789).

Applicando i predetti principi alla fattispecie in esame, le Sezioni Unite hanno ritenuto che è oggettivamente difficile negare che, in caso di sottrazione di un assegno non trasferibile non consegnato direttamente al prenditore, le modalità prescelte per la trasmissione del titolo possano non avere un’efficienza causale ai fini della riscossione del relativo importo da parte di un soggetto non legittimato: se è vero, infatti, che il pagamento dell’assegno è subordinato al riscontro della corrispondenza tra il soggetto indicato come prenditore e colui che presenta il titolo all’incasso, e quindi all’identificazione di tale soggetto, alla quale la banca deve procedere mediante l’adozione di tutte le cautele e gli accorgimenti suggeriti dalla diligenza professionale, è anche vero, però, che tale pagamento non può aver luogo in mancanza della materiale disponibilità dell’assegno, la cui presentazione alla banca ne costituisce un presupposto indispensabile.

Qualora, pertanto, la sottrazione sia stata cagionata o comunque agevolata dall’adozione di modalità di trasmissione inidonee a garantire, per quanto possibile, che l’assegno pervenga al destinatario, non può dubitarsi che la scelta delle predette modalità costituisca, al pari dell’errore nell’identificazione del presentatore, un antecedente necessario dell’evento dannoso, che rispetto ad esso non si presenta come una conseguenza affatto inverosimile o imprevedibile. Non è certo infrequente, infatti – hanno osservato le Sezioni Unite – che in caso di trasmissione degli assegni per posta ordinaria si verifichino siffatte sottrazioni, a fronte delle quali il gestore del servizio postale non è in grado di fornire adeguate garanzie di buon esito della spedizione, tanto è vero che lo stesso regolamento del servizio vieta d’inserire nella posta ordinaria denaro ed altri oggetti di valore.

Peraltro, il conseguente rischio che l’assegno cada in mani diverse da quelle del destinatario, e sia quindi presentato all’incasso da un soggetto diverso dallo effettivo prenditore, non può ritenersi scongiurato nè dalla clausola d’intrasferibilità – la cui funzione precipua consiste nell’impedire la circolazione del titolo – nè dall’imposizione a carico della banca dell’obbligo di procedere all’identificazione del presentatore. In proposito, il puntuale adempimento di tale obbligo è reso sempre più difficoltoso dallo sviluppo di perfezionate tecniche di contraffazione dei documenti, la cui falsificazione può non essere rilevabile neppure mediante un controllo accurato.

In tale contesto, la scelta di avvalersi della posta ordinaria per la trasmissione dell’assegno al beneficiario, pur in presenza di altre forme di spedizione – la posta raccomandata o assicurata consentono di seguire in tempo reale, a differenza di quella ordinaria, lo stato di lavorazione del plico ed il percorso dallo stesso compiuto nonchè di assicurare che la consegna abbia luogo nelle mani del destinatario o di persona di famiglia o addetta di servizio anzichè mediante semplice immissione in cassetta – o di strumenti di pagamento ben più moderni e sicuri (quali il bonifico bancario o il pagamento elettronico), si traduce nella consapevole assunzione di un rischio da parte del mittente, che non può non costituire oggetto di valutazione ai fini dell’individuazione della causa dell’evento dannoso. Tale causa, infatti, non è identificabile esclusivamente con il segmento terminale del processo che ha condotto al verificarsi dell’evento, ma dev’essere individuata tenendo conto dell’intera sequenza dei fatti che lo hanno determinato.

E’ stato, inoltre, rilevato dalle Sezioni Unite che l’esposizione volontaria al rischio, o comunque la consapevolezza di porsi in una situazione di pericolo, era già stata ritenuta da questa Corte sufficiente a giustificare il riconoscimento del concorso di colpa del danneggiato, ai sensi dell’art. 1227 c.c., comma 1, in virtù della considerazione che la riduzione della responsabilità del danneggiante è configurabile non solo in caso di cooperazione attiva del danneggiato nel fatto dannoso posto in essere dal danneggiante, ma in tutti i casi in cui il danneggiato si esponga volontariamente ad un rischio superiore alla norma, in violazione di norme giuridiche o di regole comportamentali di prudenza avvertite come vincolanti dalla coscienza sociale del suo tempo, con una condotta (attiva od omissiva che sia) che si inserisca come antecedente necessario nel processo causale che culmina con il danno da lui subito (cfr. Cass., Sez. III, 6/12/2018, n. 31540; 26/05/ 2014, n. 11698; 3/05/2014, n. 15332). Infine, alla conclusione di tale articolato percorso argomentativo, le Sezioni Unite hanno affermato che l’utilizzazione della posta ordinaria si pone in contrasto non solo con le regole di comune prudenza, le quali suggerirebbero di avvalersi di modalità di trasmissione più idonee ad assicurare il controllo sul buon esito della spedizione, ma anche con il dovere di agire in modo da preservare gl’interessi di tutti i soggetti coinvolti nella vicenda, ove ciò non comporti un apprezzabile sacrificio a proprio carico, e ciò in ossequio al principio solidaristico di cui all’art. 2 Cost., che a livello di legislazione ordinaria trova espressione proprio nella regola di cui all’art. 1227 c.c., operante sia in materia extracontrattuale, in virtù nell’espresso richiamo di tale disposizione da parte dell’art. 2056 c.c., sia in materia contrattuale, come riflesso dell’obbligo di comportarsi secondo correttezza e buona fede, previsto dall’art. 1175 c.c. in riferimento sia alla formazione che all’interpretazione e all’esecuzione del contratto (cfr. Cass., Sez. Un., 21/11/2011, n. 24406; Cass., Sez. III, 26/05/2014, n. 11698; 5/03/2009 n. 5348).

La sentenza impugnata, nell’escludere ogni responsabilità della compagnia assicurativa nella causazione del danno derivante dalla spedizione dell’assegno di traenza con posta ordinaria e conseguente sottrazione, non certo imprevedibile (alla luce di quanto sopra illustrato), dello stesso titolo per cui è causa, è quindi incorsa nella violazione dell’art. 1227 c.c., comma 1.

Non può invece accogliersi l’impostazione della banca ricorrente nell’invocare la fattispecie di cui all’art. 1227 c.c., comma 2.

Va osservato, in proposito, che questa Corte ha recentemente statuito che deve distinguersi l’ipotesi prevista dall’art. 1227 c.c., comma 1, che ad oggetto il contributo eziologico del danneggiato nella produzione dell’evento dannoso, da quella disciplinata dal comma 2 cit. articolo, la quale si riferisce al comportamento, successivo all’evento, con il quale il medesimo danneggiato abbia prodotto un aggravamento del danno, ovvero non ne abbia ridotto l’entità, e che attiene al danno-conseguenza (Cass. n. 1165 del 21/01/2020).

La fattispecie di cui all’art. 1227 c.c., comma 2 presuppone quindi che dopo che l’autore dell’illecito abbia posto in essere la condotta che ha messo in moto il processo causale destinato a sfociare nella produzione del danno, il danneggiato, usando l’ordinaria diligenza, avrebbe potuto evitare il prodursi del medesimo, in modo tale che la mancata attivazione del danneggiato viene a porsi come unica ed esclusiva causa dell’evento dannoso, così da privare di efficienza causale e da rendere giuridicamente irrilevante il comportamento dell’autore dell’illecito (cfr. Cass., Sez. III, 19/07/2018, n. 19180; 12/09/ 2005, n. 18094; 8/11/2002, n. 15704).

Non vi è dubbio che, nel caso di specie, non ricorra una tale situazione.

La condotta colposa della società assicurativa (spedizione del titolo con posta ordinaria) è intervenuta nella fase iniziale di quel processo causale che con il contributo determinante del comportamento illecito della banca – sul punto, l’istituto di credito neppure ha censurato quella parte della sentenza impugnata che ha accertato la sua chiara responsabilità nell’identificazione dell’ignoto presentatore del titolo, evidenziando che non era stata nemmeno prodotto in giudizio dalla banca la copia del documento di identità dello stesso portatore è poi sfociato nella produzione del danno.

La banca ha apoditticamente dedotto che, successivamente all’incasso fraudolento del titolo da parte dell’ignoto portatore, la compagnia di assicurazione avrebbe ritardato colposamente la denuncia di smarrimento dell’assegno che, diversamente, avrebbe potuto essere bloccato. Non spiega, tuttavia, come sarebbe stato possibile il blocco di un assegno il cui corrispettivo era, per sua stessa affermazione (pag. 27 ricorso), già stato incassato dall’abusivo portatore dello stesso, non avendo nemmeno indicato riferimenti temporali utili relativi ai momenti in cui la compagnia avrebbe avuto contezza della sottrazione e dell’abusivo incasso.

Non è ben chiaro quindi come l’odierna intimata avrebbe potuto (e dovuto) evitare o ridurre le conseguenze dannose della condotta illecita dell’istituto bancario.

La genericità della sopra illustrata censura della banca è ostativa, anche in astratto, al riconoscimento della fattispecie di cui all’art. 1227 c.c., comma 2, non risultando come la compagnia di assicurazione, dopo la (colposa) spedizione del titolo, pur usando l’ordinaria diligenza, avrebbe potuto incidere sugli ulteriori sviluppi causali della sua condotta, che hanno dato poi luogo alla sottrazione ed all’incasso abusivo dello stesso titolo.

In conclusione, il quarto motivo ed il quinto motivo non possono essere in alcun modo accolti nella parte in cui la ricorrente ha chiesto il completo esonero della propria responsabilità sul rilievo della dedotta ricorrenza della fattispecie di cui all’art. 1227 c.c., comma 2.

Deve quindi cassarsi la sentenza impugnata e, a norma dell’art. 384 c.p.c., decidendo nel merito sulla domanda della Unipol Assicurazioni s.p.a. (non essendo necessari ulteriori accertamenti in fatto), deve accertarsi che la BNL s.p.a. è debitrice della sola somma di Euro 6.750,00 (già accertata dal giudice di primo grado) e non già della somma complessiva di Euro 13.000,00, come accertata dalla Corte d’Appello, con conseguente conferma integrale della sentenza di primo grado.

Sussistono giusti motivi per compensare le spese di tutti e tre gradi del giudizio in ragione della reciproca soccombenza delle parti nei primi due gradi del giudizio e per il contrasto giurisprudenziale sulla questione più rilevante che ha formato oggetto del giudizio (concorso di colpa della compagnia assicurativa per la spedizione del titolo di traenza per posta ordinaria), composto solo con la recentissima sentenza del luglio 2020 delle Sezioni Unite di questa Corte.

PQM

Rigetta il primo motivo, accoglie il secondo, il terzo, il quarto, il quinto ed il sesto nei sensi di cui in motivazione, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, conferma integralmente la sentenza di primo grado.

Spese di lite compensate di tutti i gradi del giudizio.

Così deciso in Roma, il 10 dicembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 15 febbraio 2021

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