Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 38600 del 06/12/2021

Cassazione civile sez. I, 06/12/2021, (ud. 15/09/2021, dep. 06/12/2021), n.38600

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCOTTI Umberto Luigi Cesare Giuseppe – Presidente –

Dott. FERRO Massimo – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

Dott. SCALIA Laura – Consigliere –

Dott. GORI Pierpaolo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 31346/2020 proposto da:

A.C., (alias E.C.), rappresentato e difeso

dall’Avv. Laura Barberio, elettivamente domiciliato presso lo studio

del difensore in Roma via del Casal Strozzi n. 31;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro p.t., rappresentato e

difeso dall’Avvocatura Generale dello Stato domiciliato in Roma, Via

dei Portoghesi n. 12, costituito al solo fine di partecipare ex art.

370 c.p.c., comma 1, all’eventuale udienza di discussione della

controversia;

– resistente –

avverso la sentenza della CORTE D’APPELLO DI ROMA n. 2917/20,

depositata il 17 giugno 2020;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

15/9/2021 dal Consigliere Dott. PIERPAOLO GORI.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. Con sentenza n. 2917 del 2020 depositata il 17 giugno 2020 nella causa iscritta al numero di registro 5027 del 2018 la Corte d’appello di Roma rigettava il ricorso proposto da A.C. (alias E.C.), avverso l’ordinanza ex art. 702 bis c.p.c., resa il 26 maggio 2018 dal Tribunale di Roma, reiettiva dell’opposizione a decreto della Commissione territoriale che aveva negato al richiedente ogni forma di protezione internazionale e di tutela umanitaria.

2. Il ricorrente, nigeriano, rendeva noto di provenire dall’Edo State e di aver dovuto abbandonare il Paese di origine a seguito di vicende persecutorie poste in essere dallo zio paterno, il quale lo aveva fatto aggredire dopo il suo tentativo di recuperare un terreno usurpato, salvandosi fingendo di essere morto; subiva quindi l’accusa ingiusta di detenzione di un’arma in precedenza usata per omicidi e da lui non utilizzata, fatto che aveva portato all’arresto della madre la quale lo proteggeva; egli riferiva dell’inutilità di rivolgersi ai poliziotti nelle condizioni evidenziate, corrotti; lasciato il Paese, dopo un lungo soggiorno di 7 anni in Marocco raggiungeva la Libia e quindi l’Italia.

3. Il richiedente propone ricorso affidato a quattro motivi, che illustra con memoria, mentre il Ministero dell’Interno si è costituito in giudizio ai soli fini dell’eventuale partecipazione all’udienza di discussione.

Diritto

CONSIDERATO

che:

4. Con il primo motivo di ricorso – ai fini dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5 – viene dedotta la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, commi 3 e 5, art. 5, lett. c) e art. 14, lett. b), D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, relativi all’obbligo di cooperazione istruttoria, non assolto dal giudice d’appello sul presupposto che la vicenda attenesse ad una faida familiare per motivi di proprietà e non al mancato intervento dello Stato per garantire il rispetto dei diritti, inclusi quelli alla vita e di proprietà.

5. Il motivo è infondato. La Corte rammenta che il giudizio di cassazione è un giudizio a critica vincolata, nel quale le censure alla pronuncia di merito devono trovare collocazione entro un elenco tassativo di motivi, in quanto la Corte di Cassazione non è mai giudice del fatto in senso sostanziale ed esercita un controllo sulla legalità e logicità della decisione che non consente di riesaminare e di valutare autonomamente il merito della causa.

Ne consegue che la parte non può limitarsi a censurare la complessiva valutazione delle risultanze processuali contenuta nella sentenza impugnata, contrapponendovi la propria diversa interpretazione, al fine di ottenere la revisione degli accertamenti di fatto compiuti (Cass. 6 marzo 2019 n. 6519).

6. Nella sentenza impugnata alle pagg. 8 e ss. sono puntualmente citate aggiornate fonti internazionali (COI EASO del novembre 2018), a dimostrazione dello svolgimento dell’attività istruttoria con riferimento alle condizioni oggettive del Paese di origine, fonti che analizzano anche il funzionamento degli apparati di sicurezza interni, e il mezzo si risolve in una richiesta di revisione del fatto preclusa al giudice di legittimità perché, sotto lo schermo della violazione di legge, richiede una indebita rivalutazione del materiale probatorio, coperta dall’accertamento della Corte d’appello.

7. Con il secondo motivo di ricorso – ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – viene dedotta la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, commi 3 e 5 e D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, relativi all’obbligo di cooperazione istruttoria (incluso l’omesso esame di documenti e l’omessa audizione), per aver il giudice mancato di considerare la situazione della regione di provenienza, Nigeria, Edo State e il c.d. rischio Paese, incorrendo sostanzialmente nel vizio di motivazione apparente.

8. Con il terzo motivo di ricorso – ai fini dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – viene nuovamente dedotta la motivazione apparente della sentenza impugnata quanto alla valutazione di non credibilità del ricorrente, avendo il giudice apoditticamente affermato di non poter dubitare delle capacità della polizia nigeriana nel risolvere comuni liti fra privati.

9. I due motivi in disamina devono scrutinarsi congiuntamente sia per l’analoga tecnica di formulazione, in cui si confondono vari paradigmi processuali di censura, sia perché in ultima analisi si risolvono nella critica della asserita apoditticità e apparenza della motivazione della sentenza impugnata, anche per effetto della mancata audizione del richiedente, e sono infondati.

La Corte reitera che “La motivazione è solo apparente, e la sentenza è nulla perché affetta da “error in procedendo”, quando, benché graficamente esistente, non renda, tuttavia, percepibile il fondamento della decisione, perché recante argomentazioni obiettivamente inidonee a far conoscere il ragionamento seguito dal giudice per la formazione del proprio convincimento, non potendosi lasciare all’interprete il compito di integrarla con le più varie, ipotetiche congetture” (Cass. Sez. Un. 3 novembre 2016 n. 22232). Si rammenta inoltre che “La riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sé, purché il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione” (Cass. Sez. Un., 7 aprile 2014 n. 8053).

10. Nel caso di specie va in primo luogo considerato che, quanto al contraddittorio e al tema dell’audizione implicitamente negata, il richiedente è stato sentito non solo davanti alla Commissione Territoriale, ma anche davanti al giudice di primo grado, come si legge a pag. 4 del ricorso, seppure in termini ritenuti da lui insoddisfacenti.

In appello è stato dato termine per note sulla questione della tempestività del ricorso anteriormente al trattenimento della causa in decisione e l’udienza di precisazione delle conclusioni, originariamente fissata per il 18 maggio 2020, è stata “cartolarizzata” in presenza di disposizioni anti Covid-19 adottate dal Presidente della Corte d’Appello il 12/13 marzo 2020 e 17 marzo 2020, per il periodo compreso tra il 9 marzo 2020 e il 30 giugno 2020, nel quadro della disciplina nazionale vigente, tra cui del D.L. n. 18 del 2020, art. 83, comma 7, lett. h), le quali dispongono la trattazione “cartolare” della causa, con assegnazione di termine per la precisazione delle conclusioni, per memorie conclusionali e per repliche, adempimenti rispettati nel caso di specie.

A fronte di ciò, il ricorso a pag. 21 riferisce in termini non adeguatamente precisi sulla rilevanza del rinnovo della sua audizione avanti al giudice di secondo grado da lui richiesta con l’atto di appello, per fornire particolari circa la persecuzione subita in patria dai familiari e dal padre, ai fini della dimostrazione della vulnerabilità, ma senza indicare contenuti conoscitivi concreti non precedentemente riferiti.

Secondo la giurisprudenza di questa Corte nel procedimento, in grado di appello, relativo a una domanda di protezione internazionale, non è ravvisabile una violazione processuale, sanzionabile a pena di nullità, nell’omessa audizione personale del richiedente, poiché l’obbligo di sentire le parti, desumibile dal rinvio operato dal D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35, comma 13, al precedente comma 10 (testo previgente al D.Lgs. n. 150 del 2011), non si configura come un incombente automatico e doveroso, ma come un diritto della parte di richiedere l’interrogatorio personale, cui si collega il potere officioso del giudice di valutarne la specifica rilevanza, ben potendo il giudice del gravame respingere la domanda di protezione internazionale, che risulti manifestamente infondata, sulla sola base degli elementi di prova desumibili dal fascicolo di causa e di quelli emersi attraverso l’audizione o la videoregistrazione svoltesi nella fase amministrativa. (Sez. 1, Ordinanza n. 8931 del 14/05/2020, Rv. 657904 – 01).

11. La Corte per completezza osserva che la decisione del giudice d’appello di procedere alla trattazione “cartolare” del procedimento ai sensi del D.L. n. 18 del 2020, art. 83, comma 7, lett. h), in presenza dell’esigenza di contrastare l’epidemia Covid allora esistente e dunque di contenere la presenza fisica in udienza, è conforme al diritto della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo delle Libertà Fondamentali adottata a Roma il 4 novembre 1950, anche se l’udienza originariamente fissata si colloca oltre la data dell’11 maggio 2020 sino alla quale le disposizioni summenzionate prevedevano la sospensione dei termini processuali.

Infatti, è vero che sin dalla fondamentale sentenza Colozza (Corte EDU, Colozza c. Italia, n. 9024/80, 12 febbraio 1985, p. 28) i giudici di Strasburgo hanno affermato che sussiste in linea di principio un diritto della parte ad essere fisicamente presente nel processo per poter esercitare personalmente i diritti di difesa riconosciuti dalla Convenzione, in particolare del giusto processo di cui all’art. 6 CEDU. Tuttavia, in Poitrimol (Corte EDU, Poitrimol c. Francia, n. 14032/88, 23 novembre 1993, p. 31) la Corte EDU ha chiarito che questo diritto dev’essere commisurato all’importanza degli interessi in gioco e della fase processuale in cui vengono esercitati: il diritto dev’essere tipicamente esercitato in primo grado, perché quello è il momento in cui caratteristicamente si forma la prova e, nel caso di specie, il richiedente è stato sentito in primo grado dal Tribunale di Roma, oltre che in fase amministrativa.

12. La giurisprudenza della Corte EDU è consolidata nel senso che un diritto simile, di audizione o comunque di presenza fisica in udienza, non sussiste necessariamente nella fase di appello, in cui pure è previsto un effetto devolutivo e, a maggior ragione, in quella di Cassazione, fase deputata ad un controllo di legalità sulla decisione di merito (Corte EDU, Marcello Viola c. Italia n. 1, n. 45106/04 5 ottobre 2006, p. 55). In particolare, al riguardo ha un peso decisivo come il diritto di presenza fisica e di audizione sia stato assolto in primo grado (Corte EDU, Helmers c. Svezia, n. 11826/85, 29 ottobre 1991, p. 31-32). Ciò che è veramente necessario è che la parte e il suo avvocato siano poste nelle condizioni di esporre le proprie ragioni e di organizzare la difesa (Corte EDU, Ziliberberg c. Moldavia, n. 61821/00, 1 febbraio 2005, p. 41).

Orbene, la decisione della Corte d’appello di Roma è pienamente rispettosa delle linee di sviluppo giurisprudenziale che precedono, poiché il richiedente è stato sentito dal giudice in primo grado, momento in cui tipicamente si forma la prova; inoltre, in presenza della pandemia COVID-19 e in considerazione del fatto che è stata fissata udienza nei primi giorni successivi alla ripresa del decorso dei termini processuali, sospesi sino all’11 maggio 2020, il giudice ha contemperato le esigenze di difesa con quelle di tutela della salute, inclusa quella del richiedente, protetta dall’art. 32 Cost., applicando le regole previste in via generale dal Presidente della Corte d’appello e così l’udienza “cartolare”, assegnando più termini a difesa per memorie e repliche. Si è così operato un ragionevole bilanciamento dei diritti in gioco, in termini conformi alla giurisprudenza della Corte di Strasburgo summenzionata.

13. Più in generale, la sentenza è adeguatamente diffusa ed approfondita nel riferire il fatto narrato dal richiedente, in termini ben più chiari di quanto emerga dalla lettura del ricorso, le doglianze e difese di parte, i motivi di censura della decisione di primo grado. Inoltre, la ratio espressa è chiara, sia quanto alla ritenuta non credibilità del racconto e comunque alla sua non rilevanza, sia quanto ai precisi riferimenti agli elementi desunti da fonti conoscitive internazionali qualificate, sia circa la qualificazione della fattispecie come vicenda essenzialmente personale, sia in merito all’assenza dei presupposti per le forme di protezione richiesta, tenuto conto anche della documentazione e delle condizioni fisiche del richiedente, e ciò rispetta senz’altro il minimo costituzionale.

14. Con il quarto motivo di ricorso – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – il richiedente deduce la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3 comma 5, art. 19, D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3 e art. 32, comma 3 e D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 e art. 19, artt. 3, 8 e 13 CEDU, artt. 2 e 117 Cost., circa la protezione umanitaria in quanto difetterebbe il requisito della vulnerabilità in assenza di compimento del giudizio comparativo tra la condizione personale del ricorrente e le conseguenze di un eventuale rimpatrio.

15. Il motivo è infondato. Premesso che la Corte d’appello ha valutato il rischio Paese e la situazione complessiva della Nigeria facendo ricorso a COI e fonti conoscitive internazionali autorevoli, sono stati esaminati anche i profili di vulnerabilità personale dedotti (ad es. la valutazione delle cicatrici sul corpo del richiedente incrociate con la narrazione a pag. 12 della sentenza), seppure complessivamente ritenuti non sussistenti e, quanto alla valutazione comparativa, è stato soppesato anche il profilo dell’inserimento socio-economico in Italia (corso di lingua, corso di psicologia), nuovamente attraverso un puntale e motivato accertamento in fatto sfavorevole al ricorrente il quale, con la presente censura, tende ad ottenere un’indebita rivalutazione dell’accertamento compiuto dal giudice d’appello, preclusa alla Corte.

16. In conclusione, il ricorso dev’essere rigettato e, in assenza di svolgimento di effettive difese da parte del Ministero, nessuna statuizione dev’essere adottata sulle spese di lite.

PQM

La Corte:

rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza allo stato dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 15 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 6 dicembre 2021

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