Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 38598 del 06/12/2021

Cassazione civile sez. un., 06/12/2021, (ud. 23/11/2021, dep. 06/12/2021), n.38598

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE CIVILI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. RAIMONDI Guido – Primo Presidente f.f. –

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Presidente di Sez. –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere –

Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere –

Dott. MERCOLINO Guido – Consigliere –

Dott. MAROTTA Caterina – Consigliere –

Dott. VINCENTI Enzo – Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – rel. Consigliere –

Dott. PERRINO Angelina Maria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 25417/2020 proposto da:

F.G.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA MARIO

FASCETTI 5, presso lo studio dell’avvocato GIANLUCA CAPOROSSI,

rappresentato e difeso dagli avvocati GIULIANA SGROI, e RENATO SGROI

SANTAGATI;

– ricorrente –

contro

P.F., UNIVESITA’ DEGLI STUDI DI CATANIA,

T.A.L.M., MINISTERO DELL’UNIVERSITA’ E DELLA RICERCA;

– intimati –

avverso la sentenza n. 526/2020 del CONSIGLIO DI STATO, depositata il

03/07/2020.

Udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

23/11/2021 dal Consigliere Dott. LOREDANA NAZZICONE.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con sentenza n. 526/2020 del 3 luglio 2020, il Consiglio di giustizia amministrativa per la regione siciliana ha, in riforma della sentenza ivi impugnata, annullato gli atti relativi alla procedura selettiva di chiamata presso il dipartimento di giurisprudenza ad un posto di professore di seconda fascia per il settore concorsuale “Diritto costituzionale”, indetta dalla Università degli Studi di Catania, con decreto del 18 giugno 2014.

Per la cassazione di questa sentenza ha proposto ricorso il Dott. F.G.A., per motivi inerenti alla giurisdizione, ai sensi dell’art. 111 Cost., comma 8, art. 360 c.p.c., comma 1, n. 1 e art. 362 c.p.c., comma 1, sulla base di due motivi, proponendo altresì, in subordine, una questione di legittimità costituzionale.

Non svolgono difese gli intimati.

La parte ricorrente ha depositato la memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.1. – Con il primo motivo, si denuncia la “illegittimità/nullità della sentenza per carenza di giurisdizione in capo all’organo giudicante”, per violazione e falsa applicazione dell’art. 111 Cost., art. 6 Cedu e art. 51 c.p.c., comma 1, n. 1, in quanto il prof. V.G., uno dei componenti del collegio che ha assunto la decisione impugnata, era stato a suo tempo proposto quale membro della commissione di concorso, ma su di lui era prevalso il prof. C.; in seguito, il primo è stato nominato componente del C.G.A.R.S. su designazione del presidente della Regione Sicilia.

Pertanto, egli avrebbe dovuto astenersi dal decidere la controversia, in mancanza risultando violato l’art. 51 c.p.c..

1.2. – Con il secondo motivo, si denuncia la “illegittimità/nullità della sentenza per carenza di giurisdizione in capo all’organo giudicante”, per violazione e falsa applicazione del R.D.L. 31 maggio 1946, n. 551, art. 5, confermato dal D.L. 24 giugno 2014, n. 90, art. 1, comma 1, conv. in L. 11 agosto 2014, n. 114 e richiamato dalla L. 27 aprile 1982, n. 196, art. 27, in quanto nel collegio giudicante un giudice aveva superato i limiti di età il 30 maggio 2020 (con decisione invece assunta il successivo 17 giugno) ed avrebbe dovuto essere collocato a riposo.

Da ciò, fa derivare la carenza di giurisdizione in capo all’organo giudicante, deducibile innanzi alla Cassazione, essendo nulla la sentenza impugnata, ai sensi degli artt. 158 e 161 c.p.c., per essere stata emessa da un collegio giudicante illegittimamente compoito e dunque privo di giurisdizione.

Si tratta del componente nominato su designazione della Regione siciliana ai sensi del D.Lgs. 24 dicembre 2003, n. 373, che, ai sensi dell’art. 7 cit., ha lo stato giuridico dei consiglieri del Consiglio di Stato, per i quali la L. n. 186 del 1982, art. 27, rinvia alle disposizioni previste per i magistrati ordinari in materia di collocamento a riposo per raggiunti limiti di età, e, quindi, in base al R.D.Lgs. 31 maggio 1946, n. 511, art. 5, il limite massimo di collocamento a riposo è il settantesimo anno di età.

Il magistrato deve essere legittimamente preposto all’ufficio per poter validamente provvedere e tale momento è quello della deliberazione, in cui non devono essere maturati i presupposti per il collocamento a riposo: in mancanza, la sentenza è nulla, ai sensi dell’art. 161 c.p.c., in quanto manca la configurabilità di un “giudice” in senso proprio.

Ha, quindi, esposto un escursus relativo alle fattispecie positive, le quali per ogni tipo di giudice prevedono l’analogo collocamento a riposo al raggiungimento dei limiti di età, onde non è ammissibile un diverso trattamento solo per i componenti laici del C.G.A.R.S., sebbene ciò abbia ritenuto in un suo parere del 4 novembre 2005 il Consiglio di presidenza della Giustizia amministrativa, in analogia con lo speciale status dei giudici della Corte costituzionale ex art. 135 Cost. e L. n. 87 del 1953.

1.3. – Il ricorrente, infine, chiede di sollevare questione di legittimità costituzionale del D.Lgs. n. 373 del 2003, art. 4 e art. 7, comma 1, per violazione degli artt. 3,24 Cost., art. 106 Cost., comma 2, art. 108 Cost., art. 111 Cost., commi 1 e 2, art. 117 Cost., comma 1, in riferimento all’art. 6 Cedu e art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (Cdfue), proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000 e adattata a Strasburgo il 12 dicembre 2007: ove si acceda a diversa interpretazione per i soli giudici “non togati”, escludendo per essi le regole sul collocamento a riposo per raggiunti limiti di età, le disposizioni sarebbero costituzionalmente illegittime.

Il parere predetto del Consiglio di presidenza della Giustizia Amministrativa del 4 novembre 2005 non è neppure “diritto vivente”, ma attiene al più ad una prassi di natura amministrativa.

Una simile regola violerebbe l’art. 3 Cost., per intrinseca irrazionalità ed incoerenza sia con le previsioni del D.Lgs. n. 373 del 2003, art. 7, che equipara lo status del componente laico a quello dei consiglieri di Stato e svolgendo in pieno anche i componenti laici le funzioni giurisdizionali mediante una forma di “giustizia partecipata”, sia con il sistema previsto per i magistrati togati di ogni giurisdizione e per i componenti non togati di ogni altro plesso.

Ne sarebbe violato, altresì, l’art. 23, comma 1, dello Statuto siciliano, che prevede solo l’istituzione di “sezioni” degli organi giurisdizionali centrali: la sentenza della Corte Cost. n. 316 del 2004, nel vagliare tale previsione, ne ha rinvenuto il fondamento nell’autonomia nel campo dell’organizzazione della giustizia, non con riguardo allo statuto giuridico dei magistrati, che non ammette distinzioni perché strettamente connesso al principio di indipendenza.

2. – Il Consiglio di giustizia amministrativa, per quanto ora rileva, ha ritenuto viziato il procedimento selettivo, in ragione del conflitto di interessi sussistente in capo ai professori C. e Ca., i quali hanno partecipato a determinare la composizione della commissione di concorso, proponendo il componente interno, poi designato dal dipartimento, sebbene il primo avesse fra l’altro avuto rapporti professionali col candidato F. ed il secondo fruito della collaborazione di questi per la pratica professionale e la redazione di pubblicazioni a firma congiunta.

Ha affermato che il divieto di agire in conflitto di interessi è nozione generale, per cui rileva il mero conflitto potenziale, quale pericolo di lesione dell’interesse protetto, con una soglia anticipata di tutela, e che esso è particolarmente intenso nell’ambito dell’agire pubblico, come emerge dall’art. 1471 c.c., laddove rende nullo l’acquisto del pubblico ufficiale, a fronte della mera annullabilità per le altre ipotesi.

Nella specie, il conflitto è potenziale ed indiretto, in quanto si interpone un ulteriore provvedimento tra l’agire in conflitto e l’atto lesivo, ma ciò non configura un’ipotesi di carenza di interesse a farlo valere, “considerata la prospettata natura condizionante della prima designazione rispetto all’attività della commissione di concorso”.

Nel merito, quindi, ha ritenuto la su menzionata situazione idonea ad integrarlo, anche in ragione, di contro, della potenziale situazione di attrito con l’appellante Dott. P., candidato sfavorito. Ha ravvisato, pertanto, il vizio di violazione di legge, ai sensi della norma generale L. 7 agosto 1990, n. 241, ex art. 6-bis, nonché del D.Lgs. 30 marzo 2001, n. 165, art. 53 e del D.P.R. 16 aprile 2013, n. 62, art. 7, sui dipendenti pubblici, individuando entrambe le condizioni sella situazione di conflitto e del nesso eziologico con l’atto in tesi invalido.

3. – Il primo motivo, con il quale si vuole censurare la violazione dell’art. 51 c.p.c., è inammissibile.

Le sentenze del Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione Siciliana – che costituisce Sezione staccata del Consiglio di Stato (D.Lgs. n. 373 del 2003, art. 1) – sono ricorribili per cassazione per i soli motivi inerenti alla giurisdizione.

La questione posta dal motivo esula con evidenza da quelle scrutinabili in sede di ricorso ex art. 362 c.p.c., giacché, per consolidato orientamento di questa Corte, il ricorso per cassazione contro la decisione del Consiglio di Stato è consentito soltanto per motivi inerenti alla giurisdizione, sicché il controllo delle Sezioni Unite è circoscritto all’osservanza dei limiti esterni della giurisdizione, non estendendosi ad asserite violazioni di legge sostanziale o processuale concernenti il modo di esercizio della giurisdizione speciale. Ne consegue che, anche a seguito dell’inserimento della garanzia del giusto processo nella nuova formulazione dell’art. 111 Cost., l’accertamento in ordine ad errores in procedendo o ad errores in iudicando rientra nell’ambito dei limiti interni della giurisdizione, trattandosi di violazioni endoprocessuali rilevabili in ogni tipo di giudizio e non inerenti all’essenza della giurisdizione o allo sconfinamento dai limiti esterni di essa, ma solo al modo in cui è stata esercitata (fra le altre, Cass., sez. un., 30 ottobre 2020, n. 24103, in motiv.; 15 ottobre 2020, n. 22375; 11 novembre 2019, n. 29082; 3 agosto 2018, n. 20529; per la Corte dei conti, Cass., sez. un., 14 settembre 2020, n. 19085).

In particolare, si è escluso che integri carenza di giurisdizione del collegio giudicante la partecipazione alla decisione della controversia di un magistrato che avrebbe dovuto astenersi (Cass., sez. un., 1 giugno 2006, n. 13034; 7 settembre 2018, n. 21926).

Si e’, in definitiva, affermato il granitico principio, secondo cui non ogni pretesa deviazione dal corretto esercizio della giurisdizione, sotto il profilo interpretativo ed applicativo del diritto sostanziale o di quello processuale, si risolve in un vizio di giurisdizione sindacabile ad opera della Corte di cassazione.

Non ogni errore di giudizio o di attività processuale imputabile al giudice, invero, è qualificabile come eccesso di potere giurisdizionale assoggettabile al sindacato della Corte di cassazione, quale risulta delineato dall’art. 111 Cost., comma 8, e dall’art. 362 c.p.c..

Ne risulterebbe altrimenti del tutto obliterata la distinzione tra limiti interni ed esterni della giurisdizione e il sindacato di questa Corte sulle sentenze del giudice speciale verrebbe di fatto ad avere una latitudine non dissimile da quella che ha sui provvedimenti del giudice ordinario: ciò che la norma costituzionale e le disposizioni processuali dianzi richiamate invece non prevedono.

4. – Il secondo motivo è inammissibile.

4.1. – Il D.Lgs. 24 dicembre 2003, n. 373, disciplina la composizione del Consiglio di giustizia amministrativa per la regione siciliana.

Prevede l’art. 4 che la sezione giurisdizionale sia composta, oltre al presidente dell’intero consiglio, da un presidente assegnato alla sezione, da quattro consiglieri di Stato e da componenti, i quali sono scelti dal presidente della regione siciliana (art. 6) nell’ambito di coloro che abbiano i requisiti ex art. 106 Cost., comma 3 o L. 27 aprile 1982, n. 186, art. 19, comma 1, n. 2.

L’art. 6, comma 4, stabilisce che tali ultimi componenti “durano in carica sei anni”.

Per l’art. 7, lo stato giuridico dei componenti designati è quello dei consiglieri di Stato.

Per quel che ora rileva, quindi, la previsione della durata di sei anni della carica di componente laico del consiglio di giustizia comporta, allo scadere del sessennio, la cessazione automatica della carica, attesa la sua non rinnovabilità.

Sostiene la parte ricorrente la tesi, secondo cui la componente del collegio giudicante, nominata alla carica dalla Regione siciliana, ai sensi del D.Lgs. n. 373 del 2003, il giorno 30 maggio 2020 ha compiuto i settant’anni di età, onde, sebbene non fosse stata collocata in quiescenza, era priva di potestas iudicandi, con conseguente integrazione del vizio di carenza di giurisdizione del collegio che ha emanato la sentenza impugnata, in quanto nulla per violazione degli artt. 158 e 161 c.p.c..

4.2. – Va ricordato il principio, già enunciato da queste Sezioni unite, che reputa integrata la fattispecie del ricorso per vizio di giurisdizione – e non semplicemente di procedura – quando ci si trovi di fronte ad una alterazione strutturale dell’organo giudicante, che ne impedisca l’identificazione con l’organo delineato dalla legge, per vizio di qualità o di numero.

Viceversa, non attingono al livello del difetto assoluto di giurisdizione i casi nei quali, pure in presenza di talune irregolarità o deviazioni rispetto alle regole di formazione e composizione del collegio giudicante, non ricorre quel deficit di legittimazione così radicale, tale da deformare la stessa identificabilità del giudice in concreto con l’organo delineato nel sistema e da giustificare la sua correzione per via di censura di difetto di potere giurisdizionale.

In sostanza, allorché vi sia una violazione anche grave di regole del processo o di ordinamento, ma non strutturale, non può esservi estensione del vizio di giurisdizione, secondo l’impianto costituzionale vigente.

Ed il difetto di giurisdizione del giudice speciale, rispetto ai vizi di costituzione dell’organo giudicante, è ravvisabile esclusivamente quando le irregolarità nella composizione del collegio si traducano nella non coincidenza di tale organo con quello delineato dalla legge, per effetto di alterazione della sua struttura ovvero di totale carenza di legittimazione di uno o più dei suoi componenti (fra le altre, v. Cass., sez. un., 1 aprile 2019, n. 9042; v. pure Cass., sez. un., 13 luglio 2006, n. 15900; 16 gennaio 2007, n. 753; 1 luglio 2009, n. 15383; 6 maggio 2015, n. 9099; 18 novembre 2015, n. 23539; 30 luglio 2018, n. 20168).

4.3. – Tra i precedenti di questa Corte occorre menzionare, in particolare, le decisioni, secondo cui non integra il difetto di giurisdizione del giudice amministrativo la circostanza che il consigliere relatore, alla data dell’udienza e della Camera di consiglio, era già stato collocato fuori ruolo, ed assegnato al Consiglio di giustizia amministrativa della Regione Siciliana, in virtù di d.p.c.m. emesso il giorno prima della Camera di consiglio e registrato lo stesso giorno (Cass., sez. un., 1 luglio 2009, n. 15383).

Del pari, si è ritenuto esulare dal vizio di giurisdizione il caso della contestazione della legittimità dell’organo giudicante, sotto il profilo dell’alterazione della sua struttura, per avere composto il collegio del tribunale amministrativo regionale due magistrati, in quel momento già nominati consiglieri di Stato: ivi si deduceva il vizio di costituzione del giudice collegiale amministrativo, in dipendenza dei vizi, oltretutto non fatti valere nelle competenti sedi, di persistenza in servizio dei componenti del collegio (Cass., sez. un., 30 luglio 2018, nn. 20168 e 20169).

In presenza di un atto amministrativo invalido, che abbia consentito illegittimamente la permanenza in servizio dei componenti del collegio giudicante, non è stato, dunque, ritenuto integrato il vizio di giurisdizione, deducibile innanzi alle Sezioni unite: in tal caso si e’, invero, rilevato che la sentenza di primo grado era stata resa da un collegio cui avevano in modo legittimo preso parte due consiglieri, sebbene già nominati consiglieri di Stato, in quanto i provvedimenti che ne avevano differito l’immissione nelle relative funzioni non erano stati impugnati, sicché quelli erano legittimamente rimasti nell’esercizio delle funzioni di componenti del T.a.r. e titolati a comporre il collegio.

4.4. – Del tutto diverse le vicende esaminate da altre decisioni.

Invero, in un caso non recente, si è stabilito che fosse affetta da difetto di giurisdizione, per irregolare composizione del collegio giudicante derivante da assoluta inidoneità di un suo membro a svolgere le relative funzioni, la decisione adottata dal Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione Siciliana con un componente nominato in applicazione del D.Lgs. 6 maggio 1948, n. 654, art. 3, comma 2, norma dichiarata costituzionalmente illegittima con la sentenza della Corte costituzionale n. 25 del 1976, in quanto prevedente la possibilità di riconferma dell’incarico per i membri del medesimo Consiglio designati dalla Giunta regionale, vertendosi in tema di vizio che si ricollega alla mancata assicurazione dell’indipendenza del giudice per effetto di un’investitura originariamente invalida (Cass., sez. un., 19 ottobre 1983, n. 6125; Cass., sez. un., 23 maggio 1984, n. 3168).

Più di recente, si è ritenuto (Cass., sez. un., 19 novembre 2020, n. 26387; nonché le gemelle, non massimate, nn. 26388 e 26389 del 2020) che la mancanza del consigliere appartenente al gruppo di lingua tedesca della Provincia di Bolzano, nella composizione del collegio del Consiglio di Stato investito del giudizio di appello sulle decisioni dell’autonoma sezione di Bolzano del Tribunale regionale di giustizia amministrativa, realizzi un’ipotesi di conflitto diretto con la previsione, di rango costituzionale, che detta partecipazione esige come necessaria.

In tal caso, le Sezioni unite hanno assimilato la situazione a quella che si ha nell’ipotesi di partecipazione al collegio giudicante di componenti che non avrebbero potuto comporlo, a seguito di dichiarazione di incostituzionalità.

Si e’, così, ivi ritenuto che, nell’uno e nell’altro caso, la struttura dell’organo giudicante fosse difforme da previsioni assistite a diverso titolo dalla peculiare forza di legge della norma costituzionale: ora perché, al fine di rendere conforme l’organo collegiale alla previsione di questa, è positivamente imposta la presenza di un determinato componente del collegio deliberante, ora perché è positivamente esclusa la legittimità della sua partecipazione alla deliberazione.

E ciò, perché era coinvolta la necessità del rispetto dell’autonomia locale, che esprime e rispecchia, nella costituzione dell’organo giurisdizionale che è chiamato a trattare il processo, la tutela della minoranze linguistiche, “la quale rappresenta un “tratto fisionomico della dimensione costituzionale repubblicana” (Corte Cost., sentenza n. 170 del 2010), concretizzando “il principio pluralistico ed il principio di uguaglianza, essendo la lingua un elemento di identità individuale e collettiva di importanza basilare” (Corte Cost., sentenza n. 15 del 1996)”.

4.5. – La censura nella specie proposta attiene alla circostanza che un componente del collegio avesse compiuto i settant’anni di età da alcuni giorni, al momento dell’assunzione della decisione impugnata, in Camera di consiglio; peraltro, la componente non era neppure stata collocata a riposo mediante idoneo provvedimento dell’amministrazione.

In tal modo, rispetto ai precedenti sopra menzionati (p. 4.3), nella specie si allega, in modo uguale e contrario, la mancata adozione del provvedimento di collocamento a riposo del componente laico del Consiglio di giustizia amministrativa della Regione Siciliana, nominato dalla giunta regionale per la durata di sei anni e rimasto a comporre il collegio decidente, senza che nessun provvedimento fosse sopraggiunto a dichiararne la cessazione dalla carica, nel convincimento peraltro – come rivelato dal parere menzionato dal ricorrente del 4 novembre 2005, con il quale il Consiglio di presidenza della Giustizia amministrativa ha ritenuto ciò – di un durata in carica comunque per sei anni del membro c.d. laico, indipendentemente dalla maturazione di quell’età anagrafica in corso di mandato.

Tale situazione non integra una composizione del collegio in modo radicalmente e strutturalmente diverso da quanto previsto dalla legge: ma, semmai, la mera deduzione del vizio di violazione di legge, non idoneo a configurare un “difetto di giurisdizione”.

L’abnormità della composizione del Collegio, che ha deciso la controversia in appello, o comunque la sua illegittimità di una misura tale di gravità da alterare la stessa struttura dell’organo giudicante secondo la prospettazione della parte ricorrente – va quindi esclusa e, con essa, l’ammissibilità del motivo di ricorso in esame ai sensi dell’art. 111 Cost., comma 8, come interpretato da questa Corte.

5. – Ne discende il difetto di rilevanza della prospettata questione di legittimità costituzionale, sollevata nel ricorso.

6. – Non occorre provvedere sulle spese, non svolgendo difese gli intimati.

P.Q.M.

La Corte, a Sezioni unite, dichiara inammissibile il ricorso.

Dichiara che, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, sussistono i presupposti per il versamento di un importo a titolo di contributo unificato, pari a quello richiesto, ove dovuto, per il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 23 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 6 dicembre 2021

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