Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 38585 del 06/12/2021

Cassazione civile sez. VI, 06/12/2021, (ud. 21/09/2021, dep. 06/12/2021), n.38585

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente –

Dott. FIECCONI Francesca – Consigliere –

Dott. SCRIMA Antonietta – Consigliere –

Dott. IANNELLO Emilio – Consigliere –

Dott. GORGONI Marilena – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 22234-2020 proposto da:

P.I.S., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA E.

PISTELLI, 4, presso lo studio dell’avvocato MARIO GERUNDO,

rappresentata e difesa dall’avvocato GIACOMO QUAGLIARELLA;

– ricorrente –

contro

COMUNE DI CANOSA DI PUGLIA, in persona del legale rappresentante pro

tempore, domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR presso la CANCELLERIA

della CORTE di CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall’avvocato

GIOACCHINO CURCI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 678/2020 della CORTE D’APPELLO di BARI,

depositata il 14/05/2020;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 21/09/2021 dal Consigliere Relatore Dott.ssa GORGONI

MARILENA.

 

Fatto

RILEVATO

che:

P.I.S. ricorre per la cassazione della sentenza n. 678/2020 della Corte d’Appello di Bari, pubblicata il 14 maggio 2020 e notificata in data 18 maggio 2020, formulando tre motivi.

Resiste con controricorso il Comune di Canosa di Puglia.

La ricorrente espone in fatto di avere convenuto in giudizio il Comune di Canosa di Puglia, dinanzi al Tribunale di Trani, per ottenerne la condanna al pagamento di Euro 6.302,70, a titolo di risarcimento dei danni riportati nel sinistro accidentale occorsole il 28 settembre 2010, alle ore 22.30, quando, a causa di una disconnessione del marciapiede, cadeva rovinosamente, riportando lesioni personali.

Il Comune di Canosa, costituitosi in giudizio, negava la ricorrenza di una sua responsabilità e contestava anche il quantum debeatur.

Il Tribunale di Trani, con la sentenza n. 1911/2016, rigettava la domanda attorea.

La Corte d’Appello di Bari, con la sentenza oggetto dell’odierno ricorso, investita del gravame da P.I.S., respingeva l’appello e confermava la decisione del Tribunale. Per quanto ancora di interesse, accertava che il marciapiede teatro dell’incidente, di cui il Comune di Canosa aveva la custodia, presentava un dislivello di modesta entità che un utente della strada dotato di media diligenza e reattività avrebbe potuto evitare o calpestare senza cadere e reputava che la circostanza che non vi fosse la pubblica illuminazione avrebbe dovuto suggerire un aumento della prudenza nel pedone. Concludeva, pertanto, che il comportamento disattento dell’appellante aveva interrotto il nesso causale tra fatto ed evento, impedendo di ritenere il Comune di Canosa responsabile ex art. 2051 c.c..

Avendo ritenuto sussistenti le condizioni per la trattazione ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., il relatore designato ha redatto proposta che è stata ritualmente notificata, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza della Corte.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con il primo motivo la ricorrente lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c. – mancato riconoscimento del danno, violazione e falsa applicazione dell’art. 2051 c.c..

Ad avviso della ricorrente, la Corte territoriale sarebbe erroneamente giunta alla conclusione che la responsabilità del Comune ex art. 2051 c.c. non era stata dimostrata, perché non avrebbe adeguatamente vagliato l’assetto probatorio: la CTU espletata in primo grado avrebbe smentito categoricamente la ricostruzione del sinistro contenuta in sentenza, confermando la narrativa del fatto storico descritta nell’atto di citazione nonché la ricorrenza del nesso di causa tra evento e conseguenze della caduta e la compatibilità e la quantificazione dei danni richiesti; le dichiarazioni rese dai sanitari del P.S. del nosocomio di Canosa di Puglia avrebbero confermato che il danno lamentato era riconducibile all’urto dell’arto contro una superficie solida; le dichiarazioni testimoniali andavano nella stessa direzione.

Il motivo è infondato.

La Corte territoriale ha fatto corretta applicazione della giurisprudenza di questa Corte, la quale ritiene che su chi faccia uso di un bene demaniale grava l’onere di utilizzarlo con la cautela che la conformazione dei luoghi specificamente richiede. Ove il comportamento dell’utente abbia avuto, in base ai principi della regolarità o dell’adeguatezza causale, per essere stato incauto e disattento, incidenza esclusiva rispetto al verificarsi dell’evento di danno, esso integra gli estremi del caso fortuito che elide il rapporto di conseguenzialità tra la res custodita e l’evento come in concreto verificatosi.

Il motivo qui scrutinato, al di là dell’etichetta con cui il ricorrente indica le ragioni cassatorie, complessivamente ed in ultima analisi, si sostanzia nella sollecitazione ad una diversa valutazione di accertamenti che inequivocabilmente attengono a circostanze di fatto sottratte allo scrutinio di legittimità, quali i fatti sulla base dei quali ritenere dimostrato il nesso di causa e/o la sua esclusione.

Si può discutere del se sia logico il ragionamento seguito dal giudice di merito, tenendo comunque conto che non si può chiedere a questa Corte di stabilire se il giudice di merito abbia proposto effettivamente la migliore ricostruzione possibile dei fatti né di condividerne la giustificazione, ma solo di verificare se la giustificazione sia compatibile con il senso comune e con i limiti di una plausibile opinabilità di apprezzamento (Cass. 17/06/2017, n. 14098), ma non ci si può limitare ad affermare che la Corte d’Appello abbia violato le norme di legge che regolano il regime della responsabilità sul piano probatorio.

2. Con il secondo motivo, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la ricorrente denuncia la “Violazione e falsa applicazione dell’art. 2043 c.c. – violazione dell’art. 345 c.p.c. contraddittorietà ed illogicità della sentenza impugnata laddove sostiene che non sia stata fornita prova della verificazione del sinistro e che la ricorrente sarebbe stata poco diligente e non accorta, che conferma l’ingiusto mancato riconoscimento del preteso risarcimento del danno, pur alla stregua delle produzioni e prove attoree, che avrebbero dovuto confermare la tesi della ricorrente”.

La ricorrente avrebbe provato l’elemento oggettivo della non visibilità del pericolo e l’elemento soggettivo della non prevedibilità dello stesso, secondo le regole della comune diligenza, perciò la Corte territoriale avrebbe dovuto applicare l’art. 2043 c.c..

Il motivo è inammissibile.

La Corte territoriale non si è occupata della possibile applicazione alla vicenda per cui è causa dell’art. 2043 c.c., come rilevato dalla ricorrente, la quale, tuttavia al fine di evitare di incorrere nella dichiarazione di inammissibilità del motivo per novità della doglianza, avrebbe dovuto non solo allegare l’avvenuta deduzione della questione avanti al giudice del merito, ma anche indicare in quale atto del precedente giudizio lo avesse fatto, onde dar modo a questa Corte di controllare ex actis la veridicità di tale asserzione, prima di esaminarne il merito. Deve ribadirsi, infatti, che i motivi del ricorso per cassazione devono investire, a pena di inammissibilità, questioni che siano già comprese nel tema del decidere del giudizio d’appello, non essendo prospettabili per la prima volta in sede di legittimità questioni nuove o nuovi temi di contestazione non trattati nella fase di merito, tranne che non si tratti di questioni rilevabili d’ufficio (cfr., ex multis, in tal senso Cass. 14/04/2020, n. 7803).

3. Con il terzo motivo la ricorrente lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, la nullità della sentenza di primo e di secondo grado. Violazione dell’art. 116 c.p.c., già eccepito nel giudizio di appello n. r.g. 293/2018). Violazione dell’art. 112 c.p.c.”.

Gli errori imputati alla sentenza gravata sono molteplici: i) nella motivazione avrebbe menzionato la sig.a C., del tutto estranea al giudizio in corso; ii) non avrebbe attribuito rilevanza alle prove attoree; iii) non avrebbe spiegato per quale ragione aveva ritenuto inapplicabile l’art. 2043 c.c.; iv) avrebbe erroneamente condannato l’odierna ricorrente al pagamento del contributo unificato, nonostante fosse stata ammessa a godere dei benefici del patrocinio a spese dello Stato; v) non avrebbe tenuto conto che la dinamica del sinistro e le conseguenze ad esso riconducibili non erano state contestate.

Il motivo non merita accoglimento, per le seguenti ragioni:

– l’erronea indicazione del cognome della ricorrente nella parte motiva della sentenza non ha sollevato dubbi sulla parte processuale coinvolta nel giudizio, visto che il nominativo era poi riportato in modo esatto nel dispositivo;

– il pagamento del contributo unificato è un inadempimento di carattere fiscale, cioè è un atto dovuto quando ne ricorrano i presupposti. La declaratoria della sussistenza dei presupposti per il versamento di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato ex D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, in ragione dell’integrale rigetto, inammissibilità o improcedibilità dell’impugnazione, non ha natura di condanna – non riguardando l’oggetto del contendere tra le parti in causa – bensì la funzione di agevolare l’accertamento amministrativo; pertanto, tale dichiarazione non preclude la contestazione nelle competenti sedi da parte dell’amministrazione ovvero del privato, ma non può formare oggetto di impugnazione (Cass. 27/11/2020, n. 27131);

– spetta al giudice di merito individuare le fonti del proprio convincimento e, all’uopo, valutare le risultanze processuali, controllarne l’attendibilità e la concludenza e scegliere, tra le stesse, quelle ritenute più idonee per la decisione. Pertanto, non è riscontrabile nel caso di specie la dedotta violazione dell’art. 116 c.p.c. (Cass. 10/06/2016, n. 11892; Cass., Sez. Un., 05/08/2016, n. 16598, in motivazione). Se la ricorrente intendeva lamentare il cattivo esercizio del potere di apprezzamento delle prove non legali da parte del giudice di merito, deve ribadirsi che tale censura non dà luogo ad alcun vizio denunciabile con il ricorso per cassazione, non essendo inquadrabile nel paradigma dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, né in quello del precedente n. 4, disposizione che – per il tramite dell’art. 132 c.p.c., n. 4, – dà rilievo unicamente all’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante (Cass. 10/06/2016, n. 11892);

– le censure relative alla omessa motivazione della Corte territoriale in ordine alla mancata condanna del Comune ex art. 2043 c.c. sono assorbite da quanto rilevato, scrutinando il secondo motivo.

4. Il ricorso va, dunque, rigettato.

5. Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo.

6. Si dà atto della ricorrenza dei presupposti processuali per porre a carico della ricorrente l’obbligo del pagamento del doppio contributo unificato, se dovuto.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese in favore della controricorrente, liquidandole in Euro 2.300,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Depositato in Cancelleria il 6 dicembre 2021

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