Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 38545 del 06/12/2021

Cassazione civile sez. II, 06/12/2021, (ud. 28/10/2021, dep. 06/12/2021), n.38545

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GORJAN Sergio – Presidente –

Dott. BERTUZZI Mario – Consigliere –

Dott. CARRATO Aldo – Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. GIANNACCARI Rossana – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 14997/2017 proposto da:

S.P., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEGLI SCIPIONI

288, presso lo studio dell’avvocato MICHELA REGGIO D’ACI, che lo

rappresenta e difende unitamente all’avvocato FABRIZIO GIUSEPPE

LODESERTO;

– ricorrente –

contro

IMPRESA C.T. SPA, IN PERSONA DEL LEGALE RAPP.TE PRO

TEMPORE, C.C., C.L., L.V.,

BANCA POPOLARE VICENZA SCPA;

– intimati –

avverso l’ordinanza del TRIBUNALE di VICENZA, depositata il

12/04/2016;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

28/10/2021 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE GRASSO.

 

Fatto

FATTO E DIRITTO

ritenuto che con l’ordinanza di cui in epigrafe il Giudice designato dal Presidente del Tribunale di Vicenza, rigettò l’opposizione proposta da S.P., consulente tecnico del giudice nella causa tra C.T. s.p.a., C.T., C. e L., opponenti a decreto ingiuntivo, nei confronti della Banca Popolare di Vicenza s.p.a., opposta, avverso il decreto con il quale il Tribunale aveva liquidato in Euro 50.000,00, oltre accessori, il compenso al medesimo spettante;

ritenuto che S.P. ricorre avverso il provvedimento che ne aveva disatteso l’opposizione, sulla base di tre motivi;

considerato che, in ragione del principio “della ragione più liquida”, tenuto conto di quel che appresso si dirà, non occorre prendere in esame le istanze di rimessione in termini avanzate con memoria dal ricorrente, in relazione alla notifica del ricorso nei confronti degli intimati s.r.l. Impresa C.T. Banca Popolare di Vicenza, né, tantomeno, verificare la regolarità di essa notifica;

osserva:

Con il primo motivo il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c., nonché omessa motivazione, in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, lamentando che il giudice aveva omesso di pronunciarsi sulle richieste istruttorie, ribadite con l’opposizione, utili ad apprezzare l’attività svolta dal ctu.

La doglianza non supera il vaglio d’ammissibilità.

Costituisce fermo approdo, condiviso dal Collegio, il principio secondo il quale il vizio di omessa pronunzia è configurabile solo nel caso di mancato esame di questioni di merito, e non anche di eccezioni di rito (cfr. ex multis, Cass. nn. 25154/2018, 10422/2019).

L’evocazione dell’omessa motivazione, peraltro non conciliabile con la prospettazione di omessa pronuncia, non può costituire escamotage per sopperire alla non ipotizzabilità del vizio di omessa pronuncia al di fuori dell’esame di questioni di merito.

Va enunciato il seguente principio di diritto: “Il radicale vizio motivazionale, residualmente ed eccezionalmente ipotizzabile, nei ristretti limiti delineati da questa Corte, sin dalla sentenza delle S.U. n. 8053, 7/4/2014, per essere sottoposto allo scrutinio di legittimità impone al ricorrente di puntualmente individuare e circoscrivere l’area della materia controversa sulla quale il giudice non ha reso motivazione, non potendo lo stesso limitarsi a dolersi del mancato soddisfacimento della pretesa istruttoria in sé”.

Una tale area non risulta apprezzabilmente definita dal motivo, il quale, evidenziando che dalla conoscenza ricavabile dall’acquisizione del fascicolo del giudizio presupposto si sarebbe potuto giungere “ad una valutazione corretta del lavoro svolto dal consulente tecnico d’ufficio”, rimanda a una sommaria quanto generica lamentela riguardante l’uso del potere discrezionale di stima dell’attività svolta da parte del giudice liquidatore, senza individuare in alcun modo la specifica ricaduta della prospettata omissione motivazionale.

Con il secondo motivo il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 1 e 2 della tabella allegata al D.M. 30 maggio 2002, in attuazione del D.P.R. n. 115 del 2002.

Secondo il ricorrente, tenuto conto del valore della causa, individuato dal giudice in complessive Euro 6.830.741,00, il compenso per la perizia contabile, subiva il tetto massimo di Euro 516.458,90; per contro il Giudice, aveva individuato il minimo in Euro 32.357,00 e il massimo in Euro 64.714,00.

La doglianza è inammissibile.

In primo luogo è opportuno riprendere il contenuto della disciplina normativa.

Dispone l’art. 2 del decreto del Ministero della Giustizia, pubblicato sulla G.U., Serie Generale, n. 182, 5/8/2002:

“Per la perizia o la consulenza tecnica in materia amministrativa, contabile e fiscale, spetta al perito o al consulente tecnico un onorario a percentuale calcolato per scaglioni:

fino a Euro 5.164,57, dal 4,6896% al 9,3951%;

da Euro 5.164,58 e fino a Euro 10.329,14, dal 3,7580% al 7,5160%;

da Euro 10.329,15 e fino a Euro 25.822,84, dal 2,8106% al 5,6370%;

da Euro 25.822,85 e fino a Euro 51.645,69, dal 2,3527% al 4,6896%;

da Euro 51.645,70 e fino a Euro 103.291,38, dall’1,8790% al 3,7580%;

da Euro 103.291,39 e fino a Euro 258.228,45, dallo 0,9316% all’1,8790%;

da Euro 258.228,46 fino e non oltre Euro 516.456,90, dallo 0,4737% allo 0,9474%.

E’ in ogni caso dovuto un compenso non inferiore a Euro 145,12”.

La somma di Euro 516.456,90 costituisce il valore massimo sul quale può calcolarsi il compenso, senza che, quindi, rilevino importi esuberanti una tale soglia. In tal senso il tenore letterale della disposizione, la quale a chiusura della tabella fissa in “non oltre” Euro 516.456,90 la base di calcolo.

A tutto voler concedere, nessun aggancio ermeneutico giustifica la tesi del ricorrente, il quale, assegna alla predetta soglia il significato di limite massimo al compenso.

Peraltro, nel caso in esame, il Giudice ha disposto liquidazione per l’ammontare di Euro 50.000,00, importo questo, non abbondantemente superiore al minimo di tabella, pur ove si volesse intendere ammessa la liquidazione oltre lo scaglione di Euro 516.456,90, per i restanti Euro 6.314.284,13, allo 0,4737%.

Infine, ma questa è valutazione dirimente, il motivo non coglie nel segno per la decisiva ragione che, anche ove il Giudice si fosse sbagliato nell’individuare il massimo, l’unica cosa che rileva è che la liquidazione non risulti inferiore al minimo, il che non è e non è neppure contestato.

Con il terzo motivo il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 1 e 2 della tabella allegata al D.M. 30 maggio 2002, in attuazione del D.P.R. n. 115 del 2002, per avere il Giudice utilizzato un solo parametro per il calcolo del compenso, in riferimento al complessivo valore delle domande della causa presupposta, invece che riferirsi ai singoli accertamenti.

Anche quest’ultima doglianza non supera la soglia dell’ammissibilità.

Il ricorrente, invero, non allega in cosa sia consistito il pregiudizio che avrebbe patito per non avere il giudice applicato il principio di “unitarietà del compenso derivante dalla somma degli onorari relativi ai singoli accertamenti”.

In ogni caso la dedotta violazione di legge non sussiste.

Il Giudice, dopo aver precisato che l’incarico “era finalizzato a ricostruire i movimenti intercorsi tra la Banca e l’Impresa, riesaminando l’intero rapporto (…) al fine di verificare la correttezza del saldo indicato dall’istituto di credito ingiungente e l’eventuale applicazione di tassi superiori alla soglia dell’usura o di interessi anatocistici”, soggiunge che “Il fatto che l’ausiliario del giudice (…) abbia dovuto, come sovente accade nella consulenza in materia bancaria, compiere plurimi accertamenti relativi a diversi rapporti contrattuali ed effettuare plurime valutazioni, non fa venir meno l’unicità dell’incarico e la conseguente unitarietà del compenso, tenuto conto che le indagini svolte non erano differenti, né autonome l’una dall’altra, ma tutte finalizzate a ricalcolare il giusto saldo e l’eventuale diffalco a favore del correntista”.

Il ricorrente pone a fondamento della propria tesi la sentenza di questa Corte n. 22779/2014, massimata nei termini seguenti. “Ai fini della quantificazione del compenso spettante al consulente tecnico d’ufficio chiamato a svolgere distinti accertamenti, benché nell’ambito di un unico incarico, la possibilità di considerare l’autonomia di talune indagini può determinare l’attribuzione, in suo favore, di un compenso unitario che derivi dalla somma di quelli relativi ai singoli accertamenti, purché i parametri da valutare per ciascuno corrispondano ai rispettivi valori” (Rv. 632890).

La richiamata sentenza non sorregge, specie ove si legga per esteso la parte motiva, l’assunto. In quel caso, infatti, la Cassazione, fermo restando la scelta discrezionale del giudice del merito, si pone nell’ottica di porre un limite a liquidazioni eccessive, che non tengano conto dell’effettivo impegno richiesto per assolvere ai diversi profili dell’incarico. Scrive, infatti, la Cassazione: “Laddove il consulente tecnico d’ufficio sia chiamato a svolgere, come ritenuto nella sentenza impugnata, distinti accertamenti, sia pure nell’ambito di un unico incarico, la possibilità di considerare l’autonomia di talune indagini può comportare l’attribuzione di un compenso unitario che derivi dalla somma di quelli relativi ai singoli accertamenti (Cass., 19 dicembre 2002, n. 18092; Cass., 31 marzo 2006, n. 7632), ma, di certo, i parametri da valutare per determinare ciascuno di questi ultimi devono corrispondere ai rispettivi valori (per un caso analogo, Cass., 16 gennaio 2009, n. 6892, dove si fa salva la possibilità di creare degli “insiemi” in presenza di valutazioni omogenee o ripetitive). In sostanza, l’applicazione del valore (massimo) dell’intera controversia a ciascuno degli accertamenti compiuti dall’ausiliario appare in contrasto con la loro autonomia e non rispetta il principio del rapporto fra il compenso e la difficoltà di ogni accertamento, che costituisce il fondamento della liquidazione in relazione al singolo valore rapportato a determinati scaglioni”.

Non v’e’ luogo a regolamento del capo delle spese non avendo gli intimati svolto difese in questa sede.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater (inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17) applicabile ratione temporis (essendo stato il ricorso proposto successivamente al 30 gennaio 2013), si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

PQM

rigetta il ricorso;

ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater (inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17), si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 28 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 6 dicembre 2021

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