Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 38540 del 06/12/2021

Cassazione civile sez. II, 06/12/2021, (ud. 07/09/2021, dep. 06/12/2021), n.38540

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Presidente –

Dott. BERTUZZI Mario – rel. est. Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamaria – Consigliere –

Dott. GIANNACCARI Rossana – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:

D.B.A.M., in proprio e in qualità dell’esercente la

potestà sulla figlia minore A.I., A.C.,

Ar.Cr., e Ar.Ch., rappresentati e difesi per procura alle liti

a margine del ricorso dall’Avvocato Michele Marcello Magarelli,

elettivamente domiciliati presso lo studio dell’Avvocato Laura del

Buono in Roma, piazzale Clodio n. 22.

– ricorrenti –

contro

V.M.A.V., C.A., R.P.A.

e C.G., rappresentati e difesi per procura alle liti

in calce al controricorso dall’Avvocato Mauro la Forgia,

elettivamente domiciliati presso il suo studio in Molfetta, via

Domenico Picca n. 96 e presso lo studio dell’Avvocato Raffaella De

Camelis in Roma, via D. A. Azuni n. 9.

– controricorrenti –

e

M.V., in qualità di erede di Mo.Is., +

ALTRI OMESSI, rappresentati e difesi per procura alle liti in calce

al controricorso dagli Avvocati Antonio Coppola, e Maria Rosaria

Larizza, elettivamente domiciliati presso lo studio dell’Avvocato

Paola Ghezzi, in Roma, via A. De Pretis n. 86.

– controricorrenti –

e

Ra.Gr., + ALTRI OMESSI.

– intimati –

avverso le sentenze 2015 della Corte di appello di Bari n. 4 del 14

dicembre 2013 e n. 1951 del 3. 12. 2015;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del 7

settembre 2021 dal Consigliere Dott. Mario Bertuzzi.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA E RAGIONI DELLA DECISIONE

Con sentenza non definitiva n. 4 del 14. 1. 2013 la Corte di appello di Bari, per quanto qui ancora interessa, confermò la decisione di primo grado che aveva riconosciuto F.L., + ALTRI OMESSI; condannò i convenuti Ar.Ch. e A.P., in proprio e quali eredi di A.T. e Ce.Ca., a rilasciare l’area anzidetta nella piena disponibilità dei condomini dell’edificio, attribuendo a ciascuno di essi la piena e libera disponibilità della singola area di parcheggio, così come individuata dalla relazione del consulente tecnico d’ufficio per ogni condomino nelle tabelle allegate al supplemento di perizia del 6.6.2000.

Con sentenza definitiva n. 1951 del 3. 12. 2015 la medesima Corte condannò i condomini attori ed intervenuti al pagamento in favore dei convenuti A. della somma complessiva di Euro 7.373,25, a titolo di corrispettivo del diritto reale di uso loro riconosciuto; condannò Me.Gi., Ma.Gi. e Ma.Ni., quali eredi di Ma.Ma., e c.m., che erano stati chiamati in causa dai convenuti A. a titolo di garanzia dovuta dai condividenti ex artt. 758 e 759 c.c., in relazione all’atto di divisione del 5. 6. 1980, a pagare a tale titolo in favore degli A. la somma di Euro 14.985,05; condannò infine gli eredi A. al pagamento delle spese dei due gradi di giudizio in favore dei condomini attori ed intervenuti.

Per la cassazione di questa decisione, con atto notificato il 22.12.2016, ricorrono per cassazione, sulla base di tre motivi, D.B.A.M., in proprio e quale esercente la potestà sulla figlia A.I., + ALTRI OMESSI.

Resistono con controricorso V.M.A.V., + ALTRI OMESSI.

Hanno notificato altresì controricorso, seguito da memoria, M.V., in qualità di erede di Mo.Is., + ALTRI OMESSI.

Gli altri intimati non si sono costituiti.

La causa è stata avviata in decisione in adunanza camerale non partecipata. Va preliminarmente esaminata l’eccezione sollevata dai controricorrenti M.V. ed altri nei confronti dei ricorrenti D.B.A.M., che si è costituita in proprio e per la figlia minore A.I., A.C. ed Ar.Cr. di difetto di legittimazione a ricorrere, avendo tali parti proposto impugnazione quali eredi di A.P., che era stato parte dei giudizi di merito, ma senza dimostrare in alcun modo tale loro qualità.

L’eccezione va disattesa, tenuto conto che la questione relativa alla legittimazione ad agire dei suddetti ricorrenti, nella loro qualità di eredi della parte defunta, deve ritenersi superata alla luce del fatto che i soggetti suindicati hanno introdotto, come risulta dalla documentazione prodotta dagli stessi controricorrenti, il procedimento ex art. 373 c.p.c., al fine di ottenere la sospensione della esecuzione della sentenza impugnata, nel quale risultano essersi costituiti gli attuali controricorrenti, che non hanno sollevato l’eccezione in esame, e che è stato deciso dalla Corte di appello con ordinanza del 3.7.2017. La pronuncia della suddetta, che ha rigettato nel merito l’istanza di sospensione, presuppone infatti il riconoscimento implicito della legittimazione dei ricorrenti quali eredi della parte defunta, integrando esso un presupposto della relativa decisione, con l’effetto che la questione deve ormai ritenersi positivamente risolta, meritando solo aggiungere che a nulla rileva che il provvedimento sulla istanza di sospensione sia intervenuto dopo la proposizione del ricorso, essendo comunque anteriore alla sua decisione, momento in cui va accertata la legittimazione ad agire quale condizione dell’azione.

Il primo motivo di ricorso denunzia violazione o falsa applicazione della L. n. 765 del 1967, art. 18 e dell’art. 818 c.c., nonché degli artt. 115,116 e 132 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, lamentando che la sentenza impugnata abbia riconosciuto in favore dei condomini il diritto reale d’uso a parcheggio sull’intera area cortilizia, trascurando di considerare che il vincolo pertinenziale previsto dalla L. n. 765 del 1967, è limitato ad un rapporto proporzionale tra l’area a ciò destinata e la cubatura dell’edificio senza estendersi ai parcheggi realizzati in eccedenza, e che tale rapporto è verificato a monte dall’Amministrazione al momento del rilascio della concessione edilizia. Le domande proposte dagli attori e dagli intervenuti avrebbero pertanto dovuto essere respinte, in difetto di prova del vincolo di destinazione tra le unità immobiliari da loro acquistate e l’area cortilizia.

Sotto altro profilo si deduce la contraddittorietà della statuizione delle sentenza non definitiva del 2013, laddove ha attribuito a ciascuna delle controparti la piena e libera disponibilità della singolo spazio di parcheggio, così come individuato dalla relazione del consulente tecnico d’ufficio per ogni condomino nelle tabelle allegate al supplemento di perizia del 6.6.2000, con la sentenza del 2015, atteso che le tabelle richiamate nella prima sono quelle redatte dal primo consulente tecnico d’ufficio, ing. B., che prevedevano 32 posti auto, mentre nel condannare i condomini al pagamento del prezzo per il riconosciuto diritto reale la seconda sentenza fa riferimento alla seconda relazione tecnica, dell’ing. Bo., che riduce i posti auto a 18, così escludendo dall’assegnazione alcuni condomini.

Il motivo va dichiarato inammissibile.

La questione sollevata con la prima censura, relativa al riscontro nel progetto edilizio della specifica area a parcheggio spettante ex lege ai condomini, risulta infatti avanzata per la prima volta in questa sede, non risultando proposta né affrontata nelle sentenze impugnate e sollevata nel giudizio di merito, non precisando il ricorso né averla avanzata né in quale atto ciò sarebbe avvenuto, ponendola così quale oggetto di discussione tra le parti. A tale rilievo si aggiunga che, al fine di verificare la fondatezza della censura, sarebbero indispensabili nuovi accertamenti di fatto, non consentiti in sede di legittimità.

Inammissibile è anche la seconda doglianza, che censura di contraddittorietà le due sentenze in relazione al numero dei posti auto individuati nell’area cortilizia.

In primo luogo per difetto di interesse, per investire questioni (il numero dei posti auto ricavabili nell’area de qua e la loro assegnazione ai condomini) che interessano esclusivamente le controparti e nei cui confronti i ricorrenti versano in una posizione di sostanziale indifferenza, tenuto conto del contenuto della statuizione adottata nei loro confronti, che ha riguardo all’area cortilizia nel suo complesso, mentre la ripartizione ed assegnazione dei singoli spazi di parcheggio interessa esclusivamente la posizione degli aventi diritto. In secondo luogo per difetto di specificità, risultando l’elemento che sarebbe fonte di contraddizione generico e non rivelatore di accertamenti di fatto tra loro inconciliabili, tenuto conto del lasso di tempo trascorso tra le relazioni dei due consulenti tecnici (circa 14 anni) e della deduzione dei controricorrenti secondo cui l’area in questione sarebbe stata interessata nel frattempo da lavori che l’avrebbero modificata.

In terzo luogo la censura è inammissibile in quanto investe un accertamento che è di puro fatto, come tale riservato esclusivamente ai poteri del giudice di merito e che non può essere nuovamente messo in discussione in sede di giudizio di legittimità.

Il secondo motivo denunzia violazione o falsa applicazione dell’art. 1419 c.c. e degli artt. 115,116 e 132 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, censurando la sentenza impugnata per avere determinato il prezzo dovuto dai condomini a titolo di corrispettivo per il riconosciuto diritto reale di uso, ad integrazione di quello di acquisto degli immobili, secondo equità anziché secondo criteri di mercato; si assume altresì che la Corte di appello ha errato nell’accogliere sul punto le risultanze della consulenza tecnica d’ufficio, che a tal fine aveva preso in considerazione il prezzo indicato nei singoli atti di compravendita degli appartamenti, trattandosi di prezzi non reali, che erano stati indicati in misura inferiore al fine di pagare meno imposte.

Il motivo è infondato.

Dalla lettura delle sentenze impugnate emerge invero che la Corte territoriale ha determinato il prezzo corrispondente al riconosciuto diritto reale d’uso facendo riferimento, attraverso il richiamo alla relazione del consulente tecnico d’ufficio, ai prezzi di mercato e non in via equitativa, tenendo conto a tal fine anche del prezzo praticato in occasione delle vendite ai condomini delle singole unità immobiliari. Il motivo non censura invece in modo specifico la successiva determinazione con cui la Corte di appello ha ridotto tali importi nella misura del 25% in considerazione delle particolari caratteristiche del diritto reale in oggetto, attesa la sua non autonoma e distinta trasferibilità.

La censura quindi non coglie nel segno, mentre è chiaramente inconsistente la doglianza secondo cui il giudicante, nel momento in cui ha preso come riferimento, al fine di determinare il valore di mercato del diritto reale, i prezzi risultanti nelle singole compravendite, non ha considerato che per ragioni di evasione fiscale all’epoca essi erano normalmente indicati in un importo inferiore, tenuto conto che, come ha osservato la stessa sentenza, in mancanza di prova contraria, che nella specie non è stata indicata né fornita, si deve presumere che il prezzo dichiarato nel contratto corrisponda al prezzo effettivamente convenuto e pagato.

Il terzo motivo di ricorso, denunziando violazione o falsa applicazione degli artt. 91 e 92 c.p.c., censura la statuizione di condanna alle spese per entrambi i gradi di giudizio, assumendo che esse avrebbero dovuto quanto meno essere compensate, atteso il rigetto di alcune domande proposte dagli appellanti, e che sono state ingiustificatamente liquidate in un ammontare maggiore rispetto alle spese poste a carico dei condividenti chiamati in causa. Il mezzo è infondato, in quanto, in tema di regolamentazione delle spese di lite, il sindacato di legittimità sulle pronunzie dei giudici del merito è diretto solamente ad evitare che possa risultare violato il principio di soccombenza, in forza del quale esse non possono essere poste a carico della parte totalmente vittoriosa, mentre la compensazione delle spese di lite costituisce una scelta discrezionale del giudice di merito (Cass. n. 26912 del 2020; Cass. n. 11329 del 2019). La diversa liquidazione delle stesse applicata ai terzi chiamati trova invece palese giustificazione nella posizione di carattere secondario da loro assunta nella vicenda oggetto del giudizio.

Il ricorso va pertanto respinto.

Le spese di giudizio, comprensive di quelle relative al procedimento ex art. 373, in cui si risultano costituiti i controricorrenti M.V. e altri, sono liquidate in dispositivo e seguono la soccombenza.

Si dà atto che sussistono i presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, se dovuto.

PQM

rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti in solido al pagamento delle spese di giudizio, che liquida in Euro 6.300,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, in favore dei difensori dei controricorrenti M.V. ed altri, Avvocati Antonio Coppola e Maria Rosaria Larizza, dichiaratisi antistatari, e in Euro 4.300, di cui Euro 200,00 per esborsi, in favore dei controricorrenti V. ed altri, oltre accessori di legge e spese generali.

Dà atto che sussistono i presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 7 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 6 dicembre 2021

 

 

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