Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 38538 del 06/12/2021

Cassazione civile sez. II, 06/12/2021, (ud. 25/06/2021, dep. 06/12/2021), n.38538

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Presidente –

Dott. COSENTINO Antonello – Consigliere –

Dott. TEDESCO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamaria – Consigliere –

Dott. GIANNACCARI Rossana – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 14623/2016 proposto da:

I M. DI M.R. & C. SAS, elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA POMPEO MAGNO 3, presso lo studio dell’avvocato SAVERIO

GIANNI, che lo rappresenta e difende unitamente agli avvocati

DOMENICO FAZIO, ANTONELLA MICELE;

– ricorrente –

contro

CONDOMINIO (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA BOCCA DI

LEONE 78, presso lo studio dell’avvocato CURZIO CICALA, che lo

rappresenta e difende unitamente agli avvocati GIORGIO CONTI, PAOLO

DAMINI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 897/2015 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA,

depositata il 11/05/2015;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

25/06/2021 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE TEDESCO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Il Tribunale di Parma, su istanza di “I M. S.a.s. di M.R. & C. (“I M.”), proprietaria di una unità immobiliare ad uso commerciale nel Condominio (OMISSIS) (Condominio), annullava la Delib. 14 febbraio 2004, con la quale l’assemblea dei condomini aveva negato alla M. l’autorizzazione alla costruzione di una canna fumaria in appoggio sulla facciata dell’edificio comune, ritenendo che la sua realizzazione non comportasse alcun pregiudizio alla stabilità e alla sicurezza dell’edificio, né al decoro architettonico dello stesso.

Avverso la decisione il Condominio proponeva appello, con il quale sosteneva che, in difetto di presentazione di un progetto tecnico circa le concrete modalità di realizzazione della canna fumaria, l’assemblea avesse legittimamente espresso il proprio dissenso, trovandosi nell’impossibilità di valutare l’eventuale pregiudizio al decoro architettonico del fabbricato derivante dall’installazione della canna fumaria.

La Corte d’appello di Bologna, investita dell’impugnazione, rilevava che la installazione della canna fumaria, di per sé, è attività che, nel concorso dei presupposti che rendono legittimo l’uso della cosa comune da parte del singolo condomino, non richiede preventiva autorizzazione. Nondimeno essa aggiungeva che, nel caso in esame, “I M.” aveva volontariamente scelto di sottoporre la propria intenzione al vaglio preventivo dell’assemblea, in questo modo riconoscendole il potere di vero esercitabile ai sensi dell’art. 1120 c.c. Da ciò, secondo la Corte d’appello, derivava l’onere della richiedente di fornire al vaglio preventivo dell’assemblea, mediante presentazione di un progetto tecnico, i necessari elementi idonei a consentire la valutazione dell’impatto dell’opera sulla stabilità e sicurezza del fabbricato, oltre che sul decoro architettonico. Dal momento che il progetto non fu presentato, l’assemblea, trovandosi nella pratica impossibilità di compiere la suddetta verifica, ha negato l’autorizzazione, la quale, qualora rilasciata, l’avrebbe poi vincolata ad accettare la realizzazione di un manufatto eventualmente pregiudizievole al decoro architettonico o comunque in contrasto con il divieto di innovazione pregiudizievoli di cui all’art. 1120 c.c..

Per la cassazione della sentenza “I M.” ha proposto ricorso affidato a quattro motivi.

Il Condominio ha resistito con controricorso.

Le parti hanno depositato memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il primo motivo di ricorso denuncia nullità della sentenza per violazione degli artt. 112 e 342 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4.

In grado d’appello il Condominio aveva censurato la decisione sulla base di un duplice rilievo: a) l’apposizione della canna fumaria, come programmata da M., avrebbe leso il decoro architettonico dell’edificio; a) si censurava poi la decisione di primo grado, nella parte in cui il Tribunale aveva ritenuto che le questioni relative al rispetto del decoro architettonico avrebbero dovuto trovare risposta al momento in cui la richiedente avrebbe provveduto alla progettazione: al riguardo il Condominio aveva sostenuto che il tribunale avrebbe dovuto “valutare soltanto la situazione esistente e prospettata da controparte al momento della Delibera”.

Insomma, l’impugnazione investiva l’errore del primo giudice nella verifica dell’impatto dell’opera sul decoro architettonico dell’edificio, mentre la Corte d’appello aveva poi accolto il gravame sulla base di una ragione del tutto diversa, e cioè l’impossibilità dell’assemblea di valutare il pregiudizio che potesse derivarne al decoro dell’edificio.

Il secondo motivo denuncia nullità della sentenza per travisamento della prova.

Le ragioni del diniego opposto dall’assemblea, come emergevano da verbale della Delibera, erano totalmente diverse rispetto a quelle indicate dalla Corte d’appello. Esse si fondavano sul pregiudizio che l’opera avrebbe arrecato al decoro architettonico dell’edificio e alla contrarietà dell’opera stessa al regolamento condominiale. Non risultavano dal verbale né il diniego fondato sul difetto di adeguate informazioni sulle caratteristiche dell’opera, né il timore dell’assemblea di rimanere poi vincolata a un’autorizzazione che si avrebbe avuto il diritto di negare. Pertanto, la Corte d’appello, nell’individuare le ragioni che avevano indotto l’assemblea a negare l’autorizzazione, era incorsa in un palese travisamento della prova, costituita dal verbale di assemblea.

Il terzo motivo denuncia ancora la nullità della sentenza per travisamento della prova.

La Corte d’appello, nel riconoscere che la condomina “I M.” avesse volontariamente scelto di sottoporre la propria intenzione al preventivo vaglio dell’assemblea, non aveva considerato che i condomini, intenzionati ad apportate innovazioni alla cosa comune, erano a tanto obbligati in base a specifica previsione del regolamento condominiale all’epoca vigente. Il travisamento, nel quale era incorso il giudice d’appello, incrinava irrimediabilmente la ratio decidendi, laddove la Corte d’appello aveva inteso la richiesta della “I M.” alla stregua di una rinuncia alle facoltà accordate in via generale al condomino dall’art. 1102 c.c..

Il quarto motivo denuncia nullità della sentenza per violazione dell’art. 2909 c.c..

Il Condominio aveva impugnato esclusivamente il capo della sentenza di primo grado che aveva annullato la Delibera di assemblea che aveva negato l’autorizzazione. Non era stata invece oggetto di impugnazione la statuizione della sentenza che aveva dichiarato la nullità delle previsioni del regolamento condominiale, che limitavano le facoltà comprese nel diritto dei singoli condomini. Essendo perciò la statuizione passata in giudicato l’apparato argomentativo usato dalla corte d’appello, in ordine alla volontaria sottoposizione al vaglio della preventiva decisione dell’assemblea, rimaneva privo di qualsiasi fondamento.

2. Va in primo luogo dichiarata l’inammissibilità della produzione documentale operata dal condominio controricorrente con la memoria; si tratta dalla sentenza che ha rigettato in appello la domanda della “I M.”, di risarcimento del danno, in relazione alla Delibera impugnata nel presente giudizio. Infatti, nel giudizio di legittimità, secondo quanto disposto dall’art. 372 c.p.c., non è ammesso il deposito di atti e documenti che non siano stati prodotti nei precedenti gradi del processo, salvo che non riguardino l’ammissibilità del ricorso e del controricorso ovvero concernano nullità inficianti direttamente la decisione impugnata, nel qual caso essi vanno prodotti entro il termine stabilito dall’art. 369 c.p.c., rimanendo inammissibile la loro produzione in allegato alla memoria difensiva di cui all’art. 378 c.p.c. (Cass. n. 28999/2018; n. 7515/2011). Non è sostenibile che la produzione dovrebbe essere consentita perché riguarda l’ammissibilità del ricorso del condomino, il quale, all’infuori del risarcimento del danno, non avrebbe altro interesse a impugnare la Delibera. In primo luogo, la sentenza è priva dell’attestazione del passaggio in giudicato (Cass. n. 4803/2018); il passaggio in giudicato, in verità, non è neanche dedotto. Ma al di là di tale rilievo formale, l’assunto che il rigetto della pretesa risarcitoria dovrebbe determinare l’inammissibilità del ricorso per difetto di interesse costituisce petizione di principio. Basti considerare l’onere delle spese del giudizio svoltosi in grado d’appello, poste a carico del condomino.

Il primo motivo è fondato e il suo accoglimento determina l’assorbimento delle restanti censure. L’effetto devolutivo dell’appello entro i limiti dei motivi d’impugnazione preclude al giudice del gravame esclusivamente di estendere le sue statuizioni a punti che non siano compresi, neanche implicitamente, nel tema del dibattito esposto nei motivi d’impugnazione. Pertanto, non viola il principio del tantum devolutum quantum appellatum il giudice di appello che fondi la propria decisione su ragioni diverse da quelle svolte dall’appellante nei suoi motivi, ovvero prenda in esame questioni non specificamente proposte dall’appellante le quali appaiono, tuttavia, nell’ambito della censura proposta, in rapporto di diretta connessione con quelle espressamente dedotte nei motivi stessi costituendone un necessario antecedente logico e giuridico (Cass. n. 397/2002; 18095/2004).

Posto che, essendo dedotto un error in procedendo, la Corte di cassazione è abilitata all’accesso diretto gli atti (Cass. n. 5971/2018), il Collegio rileva che il giudice di primo grado accolse la domanda di annullamento della Delibera, in base al rilievo che l’apposizione di una canna fumaria è consentita al condomino senza necessità di preventiva autorizzazione dell’assemblea; ha aggiunto che non risultava, nella specie, “in difetto di contrari elementi decisivi, che la installazione della canna fumaria da parte del ricorrente possa impedire l’altrui uso o determinare pregiudizio alla stabilità e alla sicurezza dell’edificio, mentre quanto attiene al pregiudizio all’estetica del condominio, pure dedotto da parte resistente, non può non rilevarsi che ogni problematica sul punto non potrà che trovare adeguata risposta al momento in cui da parte del ricorrente si provvederà alla progettazione dell’opera posto che solo in questo secondo momento (…) potrà darsi compiuta risposta al quesito circa la rispondenza o meno della stessa alle caratteristiche estetiche dell’edificio”.

In appello il Condominio aveva sostenuto che ci sarebbe stata la lesione al decoro architettonico e che occorreva considerare la situazione prospettata in assemblea al momento della Delibera.

Or bene la Corte d’appello prescinde del tutto dalle critiche in concreto mosse alla decisione e ritiene legittimo il diniego, da parte dell’assemblea, in base alla considerazione che il condomino, il quale, pur potendo farne a meno, sollecita l’autorizzazione dell’assemblea, si sottopone al giudizio di questa, essendo quindi onerato dalla presentazione di un progetto tale da consentire alla stessa assemblea di esprimere una valutazione consapevole.

Ebbene, tale ragione – in disparte il rilievo che essa è incompatibile con gli elementi oggettivi del giudizio, dai quali risulta l’esistenza, all’epoca, di una previsione regolamentare che prevedeva il preventivo intervento dell’assemblea – non è in alcuna connessione con la ragione di censura proposta in appello dal Condominio, il quale non aveva affatto sostenuto la legittimità del diniego, perché la “I M.” aveva deciso liberamente di sottoporre la sua intenzione al vaglio preventivo dell’assemblea e neanche perché essa non aveva dato adeguate informazioni. Il Condominio sostenne che il diniego era legittimo perché l’intenzione del condomino, di apporre una canna fumaria sul muro perimetrale dell’edificio, comportava apertamente e indiscutibilmente una lesione al decoro architettonico dell’edificio. La Corte d’appello, pertanto, avrebbe dovuto mantenere in tale ambito la cognizione; non avendolo fatto è incorsa nella violazione del principio del tantum devolutum quantum appellatum, fondatamente denunciata con il motivo in esame.

In accoglimento del primo motivo la sentenza deve essere cassata e la causa rinviata alla Corte d’appello di Bologna in diversa composizione perché decida sull’appello del condominio.

La Corte di rinvio provvederà anche sulle spese del presente giudizio.

P.Q.M.

accoglie il primo motivo; dichiara assorbiti i restanti; cassa la sentenza in relazione al motivo accolto; rinvia alla Corte d’appello di Bologna in diversa composizione anche per le spese.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 25 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 6 dicembre 2021

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