Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 38536 del 06/12/2021

Cassazione civile sez. II, 06/12/2021, (ud. 03/06/2021, dep. 06/12/2021), n.38536

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ORILIA Lorenzo – Presidente –

Dott. BELLINI Ubaldo – rel. Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 15793/2016 proposto da:

P.G., PO.GI., e P.F., rappresentati e

difesi dall’Avvocato NICOLO’ SOLINA, ed elettivamente domiciliati

nel suo studio in ALACAMO (TP) VIA VINCENZO NARICI 45;

– ricorrenti –

contro

A.G., e S.A., rappresentati e difesi il

primo da se medesimo, la seconda dal primo ed elettivamente

domiciliati, nello studio dell’Avv. Raffaele Gullo, in ROMA, VIA

GIULIO RUBINI 4, pal. D;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 1775/2016 della CORTE d’APPELLO di PALERMO,

depositata il 27/11/2015;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

03/06/2021 dal Consigliere Dott. UBALDO BELLINI.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con sentenza depositata in data 6.2.2007, il Tribunale di Palermo, Sezione Distaccata di Partinico, in parziale accoglimento dell’articolata domanda proposta, con atto di citazione del 30.8.2000, da P.G., PO.GI., P.F. nei confronti di A.G. e S.A., condannava questi ultimi alla rimozione degli sporti che aggettavano sullo spazio aereo del fondo degli attori, sito in contrada (OMISSIS), censito al foglio (OMISSIS) del N.C.T. di Partinico (p.lla (OMISSIS)) e alla rimozione o all’arretramento a distanza legale dei pluviali e delle opere idrauliche descritte a pag. 15 della C.T.U.; dichiarava che il fondo degli attori non era asservito da servitù di stillicidio in favore del fondo dei convenuti; rigettava le domande riconvenzionali dei convenuti di condanna al risarcimento dei danni per la distruzione del pozzo nero preesistente all’interno della p.lla (OMISSIS) e alla rimozione della recinzione abusiva della medesima p.lla; condannava i convenuti alla rifusione delle spese di lite e CTU.

Avverso detta sentenza proponevano appello i soccombenti, al quale resistevano gli appellati.

Espletata nuova CTU, con sentenza n. 1775/2015, depositata in data 27.11.2015, la Corte d’Appello di Palermo, in parziale accoglimento dell’appello, rigettava la domanda di condanna degli appellanti alla rimozione degli sporti e alla rimozione o arretramento dei pluviali e delle opere idrauliche descritte a pag. 15 della CTU, depositata il 7.1.2003, confermando per il resto la sentenza impugnata; dichiarava inammissibili le domande proposte con l’atto di appello; compensava le spese del giudizio d’appello per un terzo, condannando P.G., Gi. e F., in solido, a rifondere a A.G. e S.A. le spese restanti, ponendo a carico degli appellati, in solido, le spese della CTU espletata nel giudizio di appello. In via preliminare, la Corte territoriale riteneva non sussistente una situazione di litispendenza o di pregiudizialità tra il giudizio in oggetto e quello definito in appello con sentenza n. 767/2014 della stessa Corte d’appello, sfavorevole agli appellanti, non esistendo rapporto di identità o di pregiudizialità tra l’azione di rivendicazione della proprietà di un bene e l’azione negatoria, in quanto il primo giudizio, che ha un ambito più ampio del secondo, esige una dimostrazione piena della proprietà da parte di chi se ne afferma titolare, che, invece, non è imposta con pari rigore a chi esercita un’azione negatoria (Cass. n. 4349 del 2000), né a chi si difenda da essa, come nella fattispecie. Nel merito, la Corte d’Appello richiamava il giudizio del CTU che, all’esito della nuova indagine espletata nel corso del giudizio di secondo grado, era giunto alla conclusione che la p.lla (OMISSIS) rappresentava una corte comune alle p.lle sia di proprietà degli appellanti che degli appellati. Tale conclusione si fondava in parte sulla nuova produzione documentale degli appellanti (dichiarazione di successione del 26.10.1993) contestuale alla costituzione di questi ultimi in giudizio, produzione ammissibile perché necessaria ai soli fini della prova (Cass. n. 40 del 2015) e indispensabile per la decisione.

Avverso detta sentenza propongono ricorso per cassazione P.G., Po.Gi. e P.F. sulla base di quattro motivi. Resistono A.G. e S.A. con controricorso. Entrambe le parti hanno depositato memorie.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. – Preliminarmente, va dichiarata la inammissibilità della produzione allegata alla memoria di cui all’art. 378 c.p.c., dei controricorrenti (depositata il 20/21.05.2021), poiché con essa si tenta di introdurre nel presente giudizio un giudicato formatosi nel 2014, e quindi prima della sentenza impugnata, in epoca anteriore alla definizione del giudizio di appello (v. Cass. n. 1534 del 2018, secondo cui, nel giudizio di cassazione, il giudicato esterno e’, al pari del giudicato interno, rilevabile d’ufficio, non solo qualora emerga da atti comunque prodotti nel giudizio di merito, ma anche nell’ipotesi in cui il giudicato si sia formato successivamente alla sentenza impugnata; in tal caso, infatti, la produzione del documento che lo attesta non trova ostacolo nel divieto posto dall’art. 372 c.p.c., che è limitato ai documenti formatisi nel corso del giudizio di merito, ed e’, invece, operante ove la parte invochi l’efficacia di giudicato di una pronuncia anteriore a quella impugnata, che non sia stata prodotta nei precedenti gradi del processo). In base allo stesso principio, è invece ammissibile la produzione del giudicato con le memorie dei ricorrenti, trattandosi di giudicato formatosi nel 2018 e quindi dopo la sentenza impugnata (come si meglio si dirà più avanti).

D’altronde, la “garanzia di stabilità, collegata all’attuazione dei principi costituzionali del giusto processo e della ragionevole durata, non trova ostacolo nel divieto posto dall’art. 372 c.p.c., il quale, riferendosi esclusivamente ai documenti che potevano essere prodotti nel giudizio di merito (quali quelli depositati, nella specie, dai controricorrenti con le memorie del 20/21.5.2021), non si estende a quelli attestanti la successiva formazione del giudicato, i quali, comprovando la sopravvenuta formazione di una regula iuris cui il giudice ha il dovere di conformarsi, attengono ad una circostanza che incide sullo stesso interesse delle parti alla decisione, e sono quindi riconducibili alla categoria dei documenti riguardanti l’ammissibilità del ricorso” (Cass., sez. un., n. 13916 del 2006).

E’ stato altresì affermato che, “nel giudizio di cassazione, il giudicato esterno e’, al pari del giudicato interno, rilevabile d’ufficio, non solo qualora emerga da atti comunque prodotti nel giudizio di merito, ma anche nell’ipotesi in cui il giudicato si sia formato (come nella specie) successivamente alla pronuncia della sentenza (d’appello) impugnata (in cassazione); tale elemento non può essere incluso nel fatto, in quanto, pur non identificandosi con gli elementi normativi astratti, è ad essi assimilabile, essendo destinato a fissare la regola del caso concreto, e partecipando, quindi, della natura dei comandi giuridici, la cui interpretazione non si esaurisce in un giudizio di mero fatto. Il suo accertamento, pertanto, non costituisce patrimonio esclusivo delle parti, ma, mirando ad evitare la formazione di giudicati contrastanti, conformemente al principio del ne bis in idem, corrisponde ad un preciso interesse pubblico, sotteso alla funzione primaria del processo, e consistente nell’eliminazione dell’incertezza delle situazioni giuridiche, attraverso la stabilità della decisione” (Cass., sez. un., n. 13916 del 2006; conf. ex plurimis Cass. n. 1534 del 2018, cit.; Cass. n. 26041 del 2010; Cass. n. 11112 del 2008).

2.1. – Con il primo motivo, i ricorrenti P. lamentano la “Violazione e/o falsa applicazione dell’art. 345 c.p.c., comma 3 e dell’art. 184 c.p.c., nella formulazione vigente ratione temporis (inammissibilità della produzione di documenti nuovi nel giudizio di appello – assenza di richiesta di produzione di documenti nell’atto di appello – mancata specificazione dei documenti nell’atto di appello – decadenza di controparte dalla facoltà di produrre nuovi documenti – assenza del requisito della novità dei documenti prodotti da controparte)”. Rilevavano i ricorrenti che la sentenza impugnata aveva riformato quella di primo grado traendo elementi decisivi dai nuovi documenti prodotti dagli appellanti in sede di gravame. Tali documenti non potevano essere presi in considerazione in quanto la loro produzione nel giudizio di appello è inammissibile ai sensi dell’art. 345 c.p.c. (Cass., sez. un., n. 8203 del 2005; Cass. n, 5921 del 2016; Cass. n. 1990 del 2016).

2.2. – Con il secondo motivo, i ricorrenti deducono la “Violazione e/o falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c., dell’art. 329 c.p.c. e dell’art. 2909 c.c. (il Giudice d’appello ha illegittimamente deciso e riformato un capo non impugnato della prima sentenza – non ha tenuto conto dell’acquiescenza parziale di controparte – capo coperto da giudicato)”. Con l’atto di appello i coniugi A. – S. chiedevano esclusivamente di riformare la sentenza che li aveva condannati alla rimozione degli sporti aggettanti sulla p.lla (OMISSIS), mentre non era impugnata la pronunzia che li aveva condannati alla rimozione o all’arretramento a distanza legale dei pluviali e delle opere idrauliche (descritte a pag. 15 della CTU); pertanto la Corte distrettuale aveva violato l’art. 112 c.p.c., andando oltre i motivi specifici proposti dagli appellanti.

2.3. – Con il terzo motivo, i ricorrenti denunciano la “Violazione e/o falsa applicazione dell’art. 2909 c.c. in relazione agli artt. 115 e 116 c.p.c. (giudicato promanante dalla sentenza 767/2014 prodotta in giudizio – accertamento facente stato che A.G. non ha diritti sulla p.lla (OMISSIS))”, poiché la Corte territoriale non aveva tenuto conto del giudicato promanante dalla sentenza 767/2014 della Corte d’Appello di Palermo, pendente tra le stesse parti, che si era pronunziata sulla controversia relativa agli immobili oggetto del giudizio ed aveva esaminato tematiche analoghe, spiegando che l’ A. non era titolare di alcun diritto reale sulla p.lla (OMISSIS) dei ricorrenti. La sentenza suddetta doveva ritenersi passata in giudicato in mancanza di prova della sua impugnazione, per cui l’accertamento in essa contenuto faceva stato a ogni effetto tra le parti.

2.4. – Con il quarto motivo, i ricorrenti lamentano l'”Omesso esame circa un punto decisivo – giudicato promanante dalla sentenza 767/2014 – oggetto di discussione tra le parti”, giacché la Corte territoriale aveva omesso di esaminare il valore di giudicato promanante dalla suddetta sentenza, nonostante l’immediata decisivita del suddetto giudicato. La Corte d’appello revocava l’ordinanza con cui aveva rimesso la causa sul ruolo per il richiamo del CTU al fine di fornire chiarimenti, proprio in seguito alla produzione della sentenza n. 767/2014 nell’udienza del 20.6.2014 (prima utile).

3. – In considerazione della loro stretta connessione logico-giuridica, i motivi terzo e quarto vanno esaminati e decisi congiuntamente; detti motivi sono fondati e conseguentemente vanno accolti, con assorbimento del primo e de secondo motivo.

3.1. – Con le memorie autorizzate (depositate in data 6.11.2020 e in data 13.05.2021) i ricorrenti hanno prodotto, tra altri atti e documenti, la sentenza n. 797/2014, emessa dalla Corte d’Appello di Palermo e passata in giudicato in data 2.3.2018, a seguito della relativa pronuncia di questa Corte (Cass. n. 4875 del 2018), con riguardo alla citata controversia pendente tra le stesse parti, con la quale era stato accertato che gli A. – S. non avevano diritti sul fondo dei ricorrenti P. (cfr. foglio 103 particella (OMISSIS) del Comune di Partinico).

La Corte distrettuale – a fronte delle richieste “di indole procedurale formulate dagli appellati ( P.) all’atto della precisazione delle conclusioni sull’assunto della esistenza di una situazione di litispendenza o, in alternativa, di pregiudizialità in senso tecnico tra il presente giudizio e quello definito in appello con la sentenza n. 767/2014 di questa Corte, sfavorevole agli odierni appellanti ( A. – S.)” – da un lato, osservava come non esistesse “rapporto di identità né di pregiudizialità in senso proprio tra l’azione di rivendicazione della proprietà di un bene e l’azione negatoria, intesa ad escludere la sussistenza di diritti vantati da altri sullo stesso bene” (sentenza impugnata, pag. 5); e, dall’altro lato, ometteva di dare risposta alle conclusioni degli appellati, e quindi di doverosamente verificare la situazione di pregiudizialità dichiarando “la litispendenza rispetto al giudizio avente ad oggetto la domanda di rivendicazione separatamente proposta da A.G. contro gli odierni appellati, definito con la sentenza n. 767/2014 che ha confermato la sentenza n. 142/08 del Tribunale di Palermo (…) e quindi ha rigettato la domanda proposta da A.G. il quale rivendicava la proprietà esclusiva della striscia di terreno – larga m. 1,50 – che insiste sulla particella (OMISSIS), domanda del tutto corrispondente a quella formulata nel presente giudizio” (sentenza impugnata pag. 3).

3.3. – Ciò premesso, effettivamente la Corte territoriale ha violato le disposizioni fissate dagli artt. 115 e 116 c.p.c., che impongono al giudice di porre a fondamento della decisione gli elementi probatori acquisiti in giudizio e l’obbligo di valutazione delle prove acquisite inoltre non ha tenuto conto, ne altrimenti valutato l’autorità promanante dalla evocata sentenza 767 del 2014, prodotta nel processo de quo, nella prima udienza utile del 20.06.2014, omettendo di tenerne conto e di valutarla nonostante la sua valenza fosse stata subito apprezzata, giacché in quella stessa udienza la Corte distrettuale aveva revocate l’ordinanza fissata per la riconvocazione del CTU a chiarimenti; revoca, evidentemente motivata dal fatto che il tenore della sentenza n. 767/2014 avesse superato la necessità di assumere i relativi chiarimenti richiesti al CTU. Laddove, essendo stata evocata l’autorità di detta sentenza nel presente processo, la Corte di appello avrebbe semmai dovuto applicare l’art. 337 c.p.c. e prendere in esame l’opportunità di sospendere il giudizio, posto che contro di essa era stato proposto ricorso per cassazione, poi dichiarato inammissibile (Cass. n. 4875 del 2018, cit.).

3.4. – Va dunque compiuto un nuovo esame, sulla scorta del detto giudicato, in ordine alla proprietà della particella (OMISSIS) delle terreno in oggetto.

4. – In conclusione, vanno accolti il terzo ed il quarto motivo di ricorso; con assorbimento del primo e del secondo motivo. La sentenza impugnata deve essere dunque cassata, in relazione ai motivi accolti, e rinviata ad altra sezione della Corte d’appello di Palermo, che provvedere anche alla liquidazione delle spese del presente giudizio.

PQM

La Corte accoglie il terzo ed il quarto motivo di ricorso, con assorbimento dei restanti. Cassa, in relazione ai motivi accolti, e rinvia ad altra sezione della Corte d’appello di Palermo, che provvedere anche alla liquidazione delle spese del presente giudizio.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 3 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 6 dicembre 2021

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA