Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 38527 del 06/12/2021

Cassazione civile sez. II, 06/12/2021, (ud. 13/04/2021, dep. 06/12/2021), n.38527

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ORILIA Lorenzo – Presidente –

Dott. CARRATO Aldo – Consigliere –

Dott. PICARONI Elisa – Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – rel. Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 21765/2016 R.G. proposto da:

P.M., rappresentata e difesa dall’Avv. Giulia Ceratti, con

domicilio eletto in Roma, via F. Nardini n. 1/C, presso lo studio

del difensore;

– ricorrente –

contro

C.S., e C.T., RAPPRESENTATI E DIFESI DALL’Avv.

Renata Sansalone, del foro di Locri, con domicilio eletto in Roma,

piazza Capranica n. 95, presso lo studio dell’Avv. Antonino

Palamara;

– controricorrenti –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Reggio Calabria n. 183

depositata il 16 giugno 2016.

Udita la relazione svolta nella Camera di consiglio del 13 aprile

2021 dal Consigliere Dott. Milena Falaschi.

 

Fatto

OSSERVA IN FATTO E IN DIRITTO

Ritenuto che:

– il Tribunale di Locri, con sentenza n. 958/2015, accoglieva la domanda proposta da P.M. nei confronti dei germani C.T. e S., aventi causa di G.T., dichiarandò l’attrice proprietaria per intervenuta usucapione dell’immobile sito nel Comune di (OMISSIS), identificato nel Catasto Terreni al foglio (OMISSIS), particelle (OMISSIS), per essere costei subentrata già a partire dal 1990 al padre, P.D., nel possesso del terreno in oggetto e disponendo la trascrizione della sentenza presso la Conservatoria dei Registri Immobiliari;

– sul gravame interposto dai germani C., la Corte d’appello di Reggio Calabria, nella resistenza di P.M., accoglieva l’appello, riformando integralmente la sentenza impugnata e rilevando che le dichiarazioni rese dai testi non fornivano elementi univoci atti a dimostrare in capo a P.D., prima, e alla figlia, dopo, il possesso ad usucapionem, denotando piuttosto l’esistenza di un’originaria detenzione del terreno, nell’ambito di un rapporto associativo agrario, mai mutatasi in possesso. La sola circostanza, riferita dai testi, che da un certo momento in poi G.D., su incarico della sorella T., non si recasse più nel terreno per ritirare il formaggio dal P. non era, di per sé sola considerata, idonea a comprovare il mutamento della detenzione in possesso;

per la cassazione della sentenza della Corte d’appello di Reggio Calabria ricorre P.M. sulla base di un solo motivo, cui resistono i germani C. con controricorso;

la parte ricorrente, in prossimità dell’adunanza di Camera di consiglio, ha depositato memoria illustrativa ex art. 378 c.p.c..

Atteso che:

– con l’unico motivo di ricorso, P.M. deduce la violazione e la falsa applicazione ex art. 360 c.p.c., n. 3, artt. 832 e 1158 c.c., per non avere la corte d’appello proceduto ad una corretta individuazione del diritto di proprietà alla luce delle risultanze istruttorie e per non aver accertato l’acquisto della proprietà per usucapione, nonostante il possesso continuo ed ininterrotto di P.D. a partire dagli anni ‘60 e di sua figlia dal ‘90 in poi. Si contesta la sussistenza di un rapporto associativo agrario, in quanto a seguito della L. n. 203 del 1982, avrebbe dovuto convertirsi in contratto d’affitto e risultare da atto scritto; si censura la statuizione del giudice di merito nella misura in cui non ha considerato l’inerzia della proprietaria, G.T., né la circostanza che il P. avesse aperto un passaggio ai terreni oggetto di causa dal terreno limitrofo di sua proprietà, a dimostrazione del suo possesso ad excludendum.

Il motivo è inammissibile sotto molteplici profili e con esso il ricorso.

La censura è in primo luogo aspecifica, limitandosi la ricorrente a dedurre la violazione degli articoli relativi al contenuto del diritto di proprietà e all’acquisto per usucapione, senza illustrare sotto quale profilo la pronuncia impugnata contrasterebbe con essi. La proposizione, con il ricorso per cassazione, di censure prive di specifiche attinenze al “decisum” della sentenza impugnata è assimilabile alla mancata enunciazione dei motivi richiesti dall’art. 366 c.p.c., n. 4), con conseguente inammissibilità del ricorso, rilevabile anche d’ufficio (così Cass. n. 20910/2017).

In secondo luogo, la censura si risolve in un mero ed inammissibile dissenso rispetto alla ricostruzione dei fatti storici e alle motivazioni di merito svolte dalla corte territoriale in ordine alle risultanze probatorie di causa. Sotto la veste di una violazione di legge si censurano in realtà le valutazioni di merito, sottoponendo a questa Suprema Corte inammissibili questioni di fatto.

Il ricorso per cassazione non introduce un terzo grado di giudizio tramite il quale far valere la mera ingiustizia della sentenza impugnata, caratterizzandosi, invece, come un rimedio impugnatorio, a critica vincolata ed a cognizione determinata dall’ambito della denuncia attraverso il vizio o i vizi dedotti (così Cass. n. 4293/2016 e Cass. n. 7931/2013).

Del resto il ricorrente si limita a censurare la sentenza gravata solo sotto il profilo dell’asserito possesso del genitore e della condotta tenuta dai proprietari, mentre la Corte di merito argomenta il proprio convincimento tenendo a fondamento della ratio decidendi il possesso della medesima P., cui la stessa non rivolge alcuna critica.

Conclusivamente, il ricorso va dichiarato inammissibile.

Le spese di lite, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

Poiché il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è stato rigettato, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto il testo unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per la stessa impugnazione integralmente rigettata, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso;

condanna il ricorrente alla rifusione delle spese del giudizio di cassazione in favore dei controricorrente che liquida in complessivi Euro 3.700,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre alle spese forfettarie e agli accessori come per legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito della L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte di Cassazione, il 13 aprile 2021.

Depositato in Cancelleria il 6 dicembre 2021

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