Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3852 del 16/02/2018


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Civile Sent. Sez. 2 Num. 3852 Anno 2018
Presidente: PETITTI STEFANO
Relatore: CARRATO ALDO

amministrative

SENTENZA

sul ricorso (iscritto al N.R.G. 23200/’14) proposto da:
AZIENDA

REGIONALE

EMERGENZA

SANITARIA

(ARES)

118

(P.I.:08173691000), in persona del legale rappresentante pro-tempore,
rappresentata e difesa, in forza di procura speciale a margine del ricorso,
dall’Avv. Emilio Ricci ed elettivamente domiciliata presso il suo studio, in Roma,
v. Premuda, 18; – ricorrente contro
AZIENDA UNITA’ SANITARIA LOCALE FROSINONE – DIPARTIMENTO DI
PREVENZIONE (P.I.: 01886690609), in persona del legale rappresentante p.t.,
rappresentata e difesa, in virtù di procura speciale in calce al controricorso,
dall’Avv. Gianluca Sole ed elettivamente domiciliata presso il suo studio, in
Roma, alla v. Lucullo, n. 3;

– controricorrente –

Avverso la sentenza del Tribunale di Frosinone n. 483/2012 e la conseguente
ordinanza di inammissibilità pronunciata ai sensi dell’art. 348-bis c.p.c. dalla
Corte di appello di Roma letta all’udienza dell’il febbraio 2014 (e depositata in
pari data);

Data pubblicazione: 16/02/2018

Udita

la relazione della causa svolta nell’udienza pubblica del 28

novembre 2017 dal Consigliere relatore Aldo Carrato;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale

Lucio Capasso, che ha concluso, in via principale, per l’inammissibilità del
ricorso e, in via subordinata, per il suo rigetto;
uditi l’Avv. Rosa Sciatta (per delega) nell’interesse della ricorrente

FATTI DI CAUSA
Il Tribunale di Frosinone, con sentenza n. 483 del 2012, dichiarava
l’inammissibilità del ricorso – proposto dall’Azienda Regionale Emergenza
Sanitaria (ARES) 118, ai sensi dell’art. 22 della legge 24 novembre 1981, n.
689 (“ratione temporis” applicabile) – avverso il provvedimento dell’Ausl di
Frosinone del 18 febbraio 2010, con il quale la ricorrente era stata ammessa al
pagamento della somma ridotta di cui all’ad: 21, comma 2, del d. Igs. 19
dicembre 1994, n. 758, in ordine all’accertata violazione, a suo carico, di cui
all’art. 64, comma 1°, lett. a), del d. Igs. 9 aprile 2008, n. 81 (sanzionata
penalmente con ammenda dal successivo art. 68, difettando i locali di attesa ed
i locali spogliatoio di superfici finestrate tali da assicurare una naturale
illuminazione ed il ricambio dell’aria), adempimento al quale aveva provveduto
con conseguente estinzione della contravvenzione per effetto dell’applicazione
dell’art. 24 dello stesso d. Igs. n. 758/1994. Il giudice adìto rilevava che il
provvedimento impugnato non poteva qualificarsi come un’ordinanzaingiunzione propriamente assoggettabile all’opposizione ai sensi degli artt. 2223 della menzionata legge n. 689/1981 riferibile ad un illecito amministrativo,
bensì costituiva un elemento integrativo della causa di estinzione di un illecito
penale, ragion per cui non avrebbe potuto essere opposto nelle forme proposte
dall’ARES 118, né la ritenuta ininnpugnabilità in sede civile poteva determinare
un vulnus al diritto di difesa alla stregua della giurisprudenza di legittimità già
pronunciatasi al riguardo (risulta richiamata Cass. n. 5621/2006).
Interposto appello nei confronti della suddetta sentenza, la Corte di appello di
Roma, ravvisata la sussistenza dei presupposti di cui all’art. 348-bis c.p.c.,
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e l’Avv. Gianluca Sole per la controricorrente.

dichiarava, con ordinanza letta all’udienza dell’Il febbraio 2014 e
contestualmente depositata, l’inammissibilità del formulato gravame,
confermando in toto le ragioni giuridiche sostenute dal primo giudice.
Avverso la riportata sentenza di primo grado del Tribunale di Frosinone e la
conseguente citata ordinanza di inammissibilità ex artt. 348-bis e 348-ter c.p.c.
adottata dalla Corte di appello di Roma proponeva ricorso per cassazione l’ARES

costituendosi a mezzo di controricorso, illustrato con memoria difensiva
depositata ai sensi dell’art. 378 c.p.c.
RAGIONI DELLA DECISIONE
1. Con il primo motivo la ricorrente ha dedotto – in relazione all’art. 360,
comma 1, n. 3, c.p.c. – il vizio di violazione e falsa applicazione dell’art. 112
c.p.c. e dell’art. 23 della legge n. 689 del 1981, assumendo che il giudice di
appello aveva statuito – con l’ordinanza impugnata – sul mancato rispetto del
principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato a seguito di un rito
diverso da quello richiesto dalla parte ricorrente al momento dell’instaurazione
del giudizio.
2. Con la seconda censura la ricorrente ha denunciato – sempre con riguardo
all’art. 360, comma 1, n. 3, c.p.c. – la violazione e falsa applicazione dell’art.
22 della citata legge n. 689/1981 nella parte in cui, con la decisione oggetto di
ricorso, la Corte di appello di Roma aveva dichiarato l’inammissibilità del
ricorso introduttivo.
3.Con la terza doglianza la ricorrente ha prospettato – con riferimento ancora
una volta allo stesso parametro di cui all’art. 360, comma 1, n. 3, c.p.c. – la
violazione e falsa applicazione del procedimento che si instaura a seguito
dell’atto di prescrizione previsto dall’art. 20 del d. Igs. n. 758/1994, nella parte
in cui era stata negata l’esistenza di una lesione del diritto alla difesa (e,
quindi, l’ammissibilità del ricorso originario).
4. Con il quarto motivo la ricorrente ha inteso eccepire, subordinatamente al
mancato accoglimento della terza censura formulata (e, quindi, per il caso in
cui ritenesse che gli artt. 20, 21, 23 e 24 del d. Igs. n. 758/1994 escludono
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118, articolati in quattro motivi, cui resisteva l’intimata AUSL di Frosinone,

tassativamente la competenza del giudice civile, ai sensi dell’art. 22 della legge
n. 689/1981, a decidere sulla sussistenza in capo al contravventore dell’obbligo
di pagamento della sanzione amministrativa, affermandosi l’esclusiva
competenza del giudice penale), questione incidentale di legittimità
costituzionale degli artt. 20, 21, 23 e 24 del cit. d. Igs. n. 758/1994 per
(assunto) contrasto con l’art. 24 Cost., sul presupposto della ravvisata

contravventore subisce, richiamandosi, in merito, ai motivi esposti nel
riportato terzo motivo.
5. Rileva il collegio che si impone, in via pregiudiziale, l’esame della questione
attinente all’ammissibilità o meno del proposto ricorso, invero formulato
avverso una sentenza di primo grado a seguito della conseguente emissione di
un’ordinanza di inammissibilità del gravame adottata ai sensi degli artt. 348bis e 348-ter c.p.c.
Si osserva, in proposito, che la disciplina processuale che si applica a tal fine è
rinvenibile nel comma 3 del citato art. 348-ter, il quale stabilisce che, contro il
provvedimento di primo grado a cui abbia fatto seguito la menzionata
ordinanza di inammissibilità all’esito del giudizio di appello, il termine per
proporre ricorso per cassazione decorre dalla comunicazione o notificazione, se
anteriore, dell’ordinanza dichiarativa dell’inammissibilità del gravame (fatta
salva la possibile applicazione dell’art. 327 c.p.c., in quanto compatibile, da
intendersi richiamato nel senso della sua operatività nei limitati casi in cui la
suddetta comunicazione – o notificazione – sia mancata: cfr. Cass. n.
25115/2015, ord.).
Orbene, con riferimento alla vicenda processuale che viene in rilievo in questa
sede, emerge, ex actis, che l’ordinanza di inammissibilità emanata ai sensi
degli artt. 348-bis e 348-ter c.p.c. dalla Corte di appello di Roma è stata letta
all’udienza dell’Il febbraio 2014, allegata al relativo verbale di udienza e
contestualmente depositata in cancelleria (per come evincibile sia dalle
risultanze dello stesso verbale di causa che dall’attestazione in calce
all’ordinanza del cancelliere). Pertanto, nella fattispecie, il termine breve di
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evidenza della lesione del diritto alla difesa che il soggetto presunto

sessanta giorni per proporre ricorso per cassazione decorreva da tale data in
cui l’ordinanza di inammissibilità – letta in udienza e simultaneamente
depositata – si sarebbe dovuta considerare ritualmente comunicata alle parti ai
sensi dell’art. 176, comma 2, c.p.c. (v., da ultimo, Cass. n. 2595/2016, ord.).
Senonché, nel caso che ci occupa, l’ARES 118 ha proposto ricorso per
cassazione oltre il suddetto termine, notificandolo alla controparte il 25

inammissibilità (che, ovviamente, preclude l’esame dei formulati motivi).
6. In definitiva, sulla scorta delle argomentazioni complessivamente esposte, il
ricorso deve essere dichiarato inammissibile, con la conseguente condanna
della soccombente ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio,
liquidate nella misura di cui in dispositivo.
Ricorrono, infine, le condizioni per dare atto della sussistenza dei presupposti
per il versamento, da parte del ricorrente, del raddoppio del contributo
unificato ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115.

P.Q.M.
La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento
delle spese del presente giudizio, liquidate in complessivi euro 1.500,00, di cui
euro 200,00 per esborsi, oltre accessori nella misura e sulle voci come per
legge.
Dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della
ricorrente, del raddoppio del contributo unificato ai sensi dell’art. 13, comma
1-quater, d.P.R. n. 115/2002.

settembre 2014 e, quindi, tardivamente, donde la sua conseguente

Così deciso nella camera di consiglio della 2^ Sezione civile in data 28
novembre 2017.

Il Presidente

Il Consigliere estensore

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