Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 38517 del 06/12/2021

Cassazione civile sez. VI, 06/12/2021, (ud. 12/10/2021, dep. 06/12/2021), n.38517

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Presidente –

Dott. BERTUZZI Mario – Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 14404-2021 proposto da:

E.F., E.L., E.T., domiciliati in ROMA,

PIAZZA CAVOUR presso la CANCELLERIA della CORTE di CASSAZIONE,

rappresentati e difesi dall’avvocato DI PIERDOMENICO LUCIANA;

– ricorrenti –

contro

D.I.T., + ALTRI OMESSI;

– intimati –

avverso la sentenza n. 1584/2020 della CORTE D’APPELLO di L’AQUILA,

depositata il 18/11/2020;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 12/10/2021 dal Consigliere Relatore Dott. GRASSO

GIUSEPPE.

 

Fatto

FATTO E DIRITTO

considerato che il Collegio condivide i rilievi di cui appresso, formulati dal relatore in seno alla proposta:

“ritenuto che la vicenda, per quel che ancora qui residua d’utilità, può riassumersi nei termini seguenti:

– la Corte d’appello di L’Aquila, rigettata l’impugnazione proposta da E.F., E.T. e E.L., confermò la sentenza di primo grado, che aveva disatteso la domanda degli appellanti, i quali avevano chiesto di essere dichiarati proprietari esclusivi di due particelle di una corte, della quale erano comproprietari con i numerosi convenuti;

– avverso la statui Rione d’appello ricorrono gli appellati, sulla base di due motivi, nessuno degli intimati ha svolto difese;

ritenuto che i ricorrenti, con le due censure, fra loro osmotiche, denunziano violazione e falsa applicazione dell’art. 1158 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, nonché “insufficiente e contraddittoria motivazione” per omesso esame di un fatto controverso e decisivo e violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, deducono:

– la sentenza d’appello aveva escluso il dominio esclusivo dei ricorrenti, protratto per oltre un ventennio, sulle due particelle della corte comune, discostandosi, dal principio enunciato in sede di legittimità che pur aveva evocato, stante che, al contrario di quanto affermato dal Giudice d’appello, dalle emergenze di causa era dato trarre la sussistenza del possesso “ad excludendum” degli appellanti;

– non erano state tratte corrette conseguenze dalla prova testimoniale, la quale aveva dimostrato l’uso esclusivo delle due aree per il deposito di materiali edili, il temporaneo spostamento di essi, al fine di consentire lo svolgimento dei lavori interessanti fabbricato, dietro espressa autorizzazione di essi ricorrenti, concessa all’impresa incaricata dei lavori e non già in favore della comproprietaria S.A. (e di ciò non si era fatta menzione nella sentenza); la prova per testi era stata erroneamente interpretata e, in definitiva “il giudice, nel valutare la prova libera, non ha utilizzato un metodo razionale, impiegando massime di esperienza condivise e ragionevoli;

considerato che le critiche sopra sunteggiate risultano manifestamente infondate per una convergente pluralità di autonome ragioni:

a) va premesso che la sentenza impugnata, richiamati i principi di diritto enunciati nel corso degli anni da questa Corte, esclude che con il semplice fatto del possesso gli appellati avessero dimostrato di aver esteso la loro signoria da “uti condominus” a “uti dominus”; la mera astensione dal godimento degli altri comproprietari non era utilmente evocabile dagli attori, così come non lo era il compimento di atti di gestione, tollerati dai contitolari;

b) la Corte aquilana dimostra piena consapevolezza dei principi che reggono la materia, avendo questa Corte più volte spiegato che il comproprietario pro indiviso che pretenda di aver usucapito il bene deve dimostrare, non solo di averne goduto in via d’esclusività (il che non è incompatibile con la propria posizione di titolare quotista, il quale può fruire anche di tutte le utilità del bene, ove gli altri comproprietari non dissentano e non rivendichino, a loro volta concorrente fruizione), ma di averlo fatto escludendo gli altri comproprietari, cioè apertamente contrastando il loro comune diritto, così da evidenziare una inequivoca volontà di possedere uti dominus e non più uti condominus (ex multis, Sez. 2, n. 12260, 20/ 8/ 2002, Rv. 556970; Sez. 2, n. 9903, 28/ 4/ 2006, Rv. 592523; Seti. 2,

n. 19478, 20/ 9/ 2007, Rv. 599374; Sez. 2, n. 17462, 2717 / 2009, Rv.

609159; Sez. 6 n. 24781, 19/1012017, Rv. 646754; Sez. 2, n. 10734, 4/ 512018, Rv. 648439);

c) il ricorso invoca un improprio accertamento di merito da parte di questa Corte sulla base, peraltro, di una congetturata situazione di fatto non conoscibile in questa sede (difetto di specificità per mancanza di autosufficienza) e neppure su uientemente esplicitata;

d) nella sostanza, peraltro neppure efficacemente dissimulata, l’insieme delle doglianze investe inammissibilmente l’apprezzamento delle prove e ettuato dal giudice del merito, in questa sede non sindacabile, neppure attraverso l’escamotage dell’evocazione dell’art. 116, c.p.c., in quanto, come noto, una questione di violazione o di fàlsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. non può porsi per una erronea valutazione del materiale istruttorio compiuta dal giudice di merito (cfr., da ultimo, Seti 6, n. 27000, 27112 / 2016, Rv. 642299);

e) si è in presenza di “doppia conforme” e, pertanto, “ratione temporis”, trovando applicazione l’art. 348 ter c.p.c., comma 5, il ricorrente in cassazione, per evitare l’inammissibilità del motivo di cui al n. 5 dell’art. 360 c.p.c., deve indicare le ragioni di fatto poste a base della decisione di primo grado e quelle poste a base della sentenza di rigetto dell’appello, dimostrando che esse sono tra loro diverse (Seti 2, n. 5528, 10/03/2014, Rv. 630339; con”, ex multis, Cass. nn. 1900112016, 2671412016), evenienza che nel caso in esame non ricorre affatto; O peraltro i ricorrenti propongono censura della motivazione, in spregio al contenuto dell’art. 360 c.p.c., n. 5, siccome novellato nel 2012, il quale consente il ricorso solo in presenza di omissione della motivazione su un punto controverso e decisivo (dovendosi assimilare alla vera e propria omissione le ipotesi di “motivazione apparente”, di “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e di “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione) S. U., n. 8053, 7 /4/ 2014, Rv. 629830; S. U. n. 8054, 71412014, Rv. 629833; Se.z, 6, n. 21257, 8110/ 2014, Rv. 632914), omissione che qui non si rileva affatto, avendo la Corte locale vagliato insindacabilmente le risultanze probatorie (ctu, foto prodotte e deposizioni testimoniali) e tenuto conto, sia pure non nel senso auspicato dai ricorrenti, dello spostamento dei materiali in occasione di taluni lavori di ristrutturazione di un immobile;

g) infine, è utile osservare che la denunzia di violazioni di legge non determina, per ciò stesso, nel giudizio di legittimità lo scrutinio della questione astrattamente evidenziata sul presupposto che l’accertamento fattuale operato dal giudice di merito giustifichi il rivendicato inquadramento normativo, essendo, all’evidenza, occorrente che l’accertamento fattuale, derivante dal vaglio probatorio, sia tale da doversene inferire la sussunzione nel senso auspicato dal ricorrente,

considerato che, di conseguenza, siccome affermato dalle S. U. (seni. n. 7155, 211312017, Rv. 643549), lo scrutinio ex art. 360-bis c.p.c., n. 1, da svolgersi relativamente ad ogni singolo motivo e con riferimento al momento della decisione, impone, come si desume in modo univoco dalla lettera della legge, una declaratoria d’inammissibilità, che può rilevare ai fini dell’art. 334 c.p.c., comma 2, sebbene sia fondata, alla stregua dell’art. 348-bis c.p.c. e dell’art. 606 c.p.p., su ragioni di merito, atteso che la funzione di filtro della disposizione consiste nell’esonerare la Suprema Corte dall’esprimere compiutamente la sua adesione al persistente orientamento di legittimità, così consentendo una più rapida deliberazione dei ricorsi “inconsistenti””;

considerato che non occorre far luogo a statuizione sulle spese essendo rimaste le controparti intimate;

considerato che ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater (inserito dall’art. 1, comma 17 L. n. 228 del 2012) applicabile ratione temporis (essendo stato il ricorso proposto successivamente al 30 gennaio 2013), si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte dei ricorrenti di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto

P.Q.M.

dichiara il ricorso inammissibile.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater (inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17), si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte dei ricorrenti di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 12 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 6 dicembre 2021

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