Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 38514 del 06/12/2021

Cassazione civile sez. VI, 06/12/2021, (ud. 12/10/2021, dep. 06/12/2021), n.38514

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Presidente –

Dott. BERTUZZI Mario – Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 31954-2020 proposto da:

FORTE CASA DI M.E.G. E C. SNC, in persona del

legale rappresentante pro tempore, domiciliata in ROMA, PIAZZA

CAVOUR presso la CANCELLERIA della CORTE di CASSAZIONE,

rappresentata e difesa dall’avvocato BOVECCHI MARIO;

– ricorrente –

contro

M.T., domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR presso la

CANCELLERIA della CORTE di CASSAZIONE, rappresentato e difeso

dall’avvocato TOMMASI ANTONIO;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 633/2020 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

depositata il 13/02/2020;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 12/10/2021 dal Consigliere Relatore Dott. GRASSO

GIUSEPPE.

 

Fatto

FATTO E DIRITTO

considerato che il Collegio condivide i rilievi di cui appresso, formulati dal Relatore in seno alla proposta, pur dopo aver letto la memoria depositata dalla ricorrente:

“ritenuto che la vicenda, per quel che ancora qui residua d’utilità, può riassumersi nei termini seguenti:

– M.T. convenne la Forte Casa di M.E.G. s.n.c. perché fosse condannata “alla demolizione di ogni manufatto el o accessorio costruito in violazione delle distanze legali rispetto alla proprietà dell’attore, con particolare riferimento alle distanze dal confine” (stralcio dell’atto di citazione riportato nel controricorso);

– il Tribunale di Lucca condannò la convenuta a demolire i manufatti posti a distanza inferiore a 5 m. dal confine;

– la Corte d’appello di Firenze, alla quale si era rivolta la Forte Casa, salvo l’accoglimento della doglianza afferente alla demolizione di una terrazza (punto non più in contestazione), rigettò l’impugnazione;

ritenuto che la Forte Casa ricorre avverso la decisione d’appello sulla base di tre motivi e che l’intimato resiste con controricorso;

ritenuto che con il primo motivo la ricorrente denunzia violazione dell’art. 112 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, assumendo che la Corte locale non aveva tenuto conto del fatto che la controparte aveva lamentato il mancato rispetto della prevista distanza dal confine a seguito della ristrutturazione operata nel 2009 dalla ricorrente, perché avrebbe modificato la situazione preesistente, e poiché ciò non si era verificato, la domanda avrebbe dovuto essere rigettata;

che con il secondo motivo la ricorrente deduce violazione dell’art. 115 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, lamentando che il ctu, pur avendo affermato che la baracca preesistente fosse stata radicalmente trasformata, aveva, al contempo, precisato che “il mutamento radicale potrebbe anche essere avvenuto con demolizioni e ricostruzioni per pezzi” e, di conseguenza, mancando la prova della completa demolizione e ricostruzione, avrebbe dovuto prendersi atto che il manufatto presentava le stesse dimensioni e ubicazione ante 2009;

che con il terzo motivo deduce violazione dell’art. 873 c.c., nonché delle norme adottate dal Comune di Pietrasanta, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, in quanto, anche a reputare che la Corte d’appello avesse correttamente interpretato la domanda, aveva violato la norma codici stica, la quale impone distanza minima fra le costruzioni, che risultava rispettata, e non dal confine; la maggior distanza prevista dal regolamento locale non era applicabile, trattandosi di un manuja. tto (baracca in legno), costituente pertinenza del fabbricato principale, in quanto tale esclusa dal dovere di rispettare la maggior distanza (il ctu aveva fatto richiamo specifico dei regolamenti locali);

considerato che il complesso censuratorio non supera il vaglio d’ammissibilità per le ragioni che seguono:

– la Corte di Firenze riporta a pag. 3, non precipuamente contraddetta (peraltro, anche in caso di contestazione sarebbe occorso riprendere il contenuto dell’atto d’appello – cfr., Cass. n. 17049 / 2015), che, avuto riguardo al punto 3 (il solo ancora oggi in controversia), la Forte Casa si era doluta del solo fatto che il Tribunale aveva errato a condannarla “a demolire i manufatti in muratura e legno nonostante il M. non avesse concluso in tal senso”; di conseguenza, non essendo state devolute le questioni, oggi sottoposte a questa Corte, al Giudice d’appello le doglianze sono inammissibili, non essendo la decisione di primo grado al riguardo più censurabile;

considerato che, di conseguenza, siccome affermato dalle S. U. (cent. n. 7155, 21 / 3/ 2017, Rv. 643549), lo scrutinio ex art. 360-bis c.p.c., n. 1, da svolgersi relativamente ad ogni singolo motivo e con rilerimento al momento della decisione, impone, come si desume in modo univoco dalla lettera della legge, una declaratoria d’inammissibilità, che può rilevare ai fini dell’art. 334 c.p.c., comma 2, sebbene sia fondata, alla stregua dell’art. 348-bis c.p.c. e dell’art. 606 c.p.p., su ragioni di merito, atteso che la funzione di filtro della disposizione consiste nell’esonerare la Suprema Corte dall’esprimere compiutamente la sua adesione al persistente orientamento di legittimità, così consentendo una più rapida delibcqione dei ricorsi “inconsistenti””;

considerato che la ricorrente va condannata a rimborsare le spese in favore del controricorrente, tenuto conto del valore, della qualità della causa e delle attività svolte, siccome in dispositivo;

che ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, (inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17) applicabile catione temporis (essendo stato il ricorso proposto successivamente al 30 gennaio 2013), si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte della ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

PQM

dichiara il ricorso inammissibile e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità in favore del controricorrente, che liquida in Euro 3.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi, liquidati in Euro 200,00, e agli accessori di legge;

ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater (inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17), si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di Consiglio, il 12 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 6 dicembre 2021

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