Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 38506 del 06/12/2021

Cassazione civile sez. VI, 06/12/2021, (ud. 12/10/2021, dep. 06/12/2021), n.38506

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Presidente –

Dott. BERTUZZI Mario – Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 5897-2021 proposto da:

C.I.P., M.F., P.A.,

T.M., I.V., CA.MA., B.R.,

CI.MA., D.P.M.C. e Z.C.A.,

elettivamente domiciliati in ROMA, VIA UGO DE CAROLIS n. 101, presso

lo studio dell’avvocato FERDINANDO EMILIO ABBATE, che li rappresenta

e difende;

– ricorrenti –

contro

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, in persona del Ministro pro tempore,

domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI n. 12, presso l’AVVOCATURA

GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso il decreto della CORTE D’APPELLO di PERUGIA, depositata il

15/09/2020;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

12/10/2021 dal Consigliere Dott. STEFANO OLIVA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con il provvedimento impugnato la Corte di Appello di Perugia, in veste di giudice del rinvio a seguito dell’ordinanza della Corte di Cassazione n. 24922/2019, liquidava all’odierno ricorrente le spese del giudizio di legittimità e di quello presupposto, di merito, e di quello di rinvio, compensando quelle del giudizio di rinvio, valorizzando la mancata costituzione del Ministero nello stesso.

Ricorrono per la cassazione della predetta decisione gli odierni ricorrenti, affidandosi a due motivi.

Resiste con controricorso il Ministero della Giustizia.

I ricorrenti hanno depositato memoria in prossimità dell’adunanza camerale.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Il Relatore ha avanzato la seguente proposta ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c.: “PROPOSTA DI DEFINIZIONE EX ART. 380-BIS C.P.C..

ACCOGLIMENTO del primo motivo e, in parte qua, del terzo motivo; INAMMISSIBILITA’ degli altri motivi.

Con il decreto impugnato la Corte di Appello di Perugia, previa riunione di diverse istanze presentate separatamente, condannava il Ministero della Giustizia al pagamento in favore di ciascuno dei ricorrenti di Euro 2.400 a titolo di equo indennizzo per irragionevole durata di un presupposto giudizio di equa riparazione e liquidava le spese del giudizio di merito in Euro 450 per la fase monitoria ed in Euro 1.127,50 per quella di opposizione.

Ricorrono per la cassazione di detta decisione T.M., B.R., I.V., C.I.P., Ca.Ma., D.P.M.C., Ci.Ma., M.F., P.A. e Z.C.A., affidandosi a quattro motivi.

Con il primo di essi, i ricorrenti lamentano la violazione e falsa applicazione della L. n. 89 del 2001, art. 2, perché la Corte di Appello avrebbe calcolato la durata del giudizio presupposto a partire dal deposito del ricorso (gennaio 2012) sino al deposito del provvedimento conclusivo (12 maggio 2017), senza considerare che il decreto conclusivo è divenuto definitivo soltanto il 13.12.2017, e che dunque sino a tale data si è protratta la durata del giudizio predetto. A tale periodo andrebbe poi aggiunto il tempo corrente dalla notificazione del pignoramento all’assegnazione delle somme pignorate. Ciò comporterebbe, secondo i ricorrenti, una durata aggiuntiva, rispetto a quella già riconosciuta dal giudice di merito, di 8 mesi, per la ricorrente Trotta, e di 12 mesi per tutti gli altri ricorrenti; la durata irragionevole complessiva sarebbe quindi pari non a 4, ma a 5 anni, e l’indennizzo andrebbe parametrato su detta maggior durata.

La censura è fondata, alla luce del principio secondo cui “In tema di equa riparazione per violazione del termine ragionevole di durata del processo, per “definitività” della decisione concludente il procedimento nel cui ambito la violazione si assume verificata, la quale segna il “dies a quo” del termine di decadenza di sei mesi per la proponibilità della domanda, s’intende, in relazione al giudizio di cognizione, il passaggio in giudicato della sentenza che lo definisce” (Cass. Sez. 6-2, Ordinanza n. 16194 del 17/06/2019, Rv. 654605; Cass. Sez. 1, Sentenza n. 5212 del 07/03/2007, Rv. 599898; Cass. Sez. 1, Sentenza n. 21723 del 09/11/2005, Rv. 584992). Ne deriva che il giudizio di cognizione è da considerarsi pendente, ai fini del computo della sua durata, sino al passaggio in giudicato della decisione che lo conclude; dal che consegue che, nel caso di specie, la durata irragionevole doveva essere calcolata, quanto alla fase di cognizione, con riferimento alla data del 13.12.2017. Per quel che, invece, attiene alla successiva fase di esecuzione, ferma restando la necessità della sua valutazione unitariamente alla precedente fase di cognizione, nel computo della durata del processo va considerato anche il tempo occorrente per l’attuazione del diritto, ad eccezione di quello corrente tra la definitività del provvedimento conclusivo del giudizio di cognizione e l’inizio della fase esecutiva, da individuare nel compimento del primo atto esecutivo e, quindi, nella specie, nella notifica del pignoramento (cfr. Cass. Sez. U, Sentenza n. 19883 del 23/07/2019, Rv. 654838). Il giudice del rinvio dovrà di conseguenza ricalcolare la durata complessiva del giudizio presupposto tenendo conto che la fase di cognizione si è conclusa il 13.12.2017 e che rientra nel tempo del processo anche la durata della fase esecutiva, a decorrere dalla notificazione del pignoramento e sino all’emissione dell’ordinanza di assegnazione della somma pignorata.

Con il secondo motivo, i ricorrenti denunciano l’apparenza e l’illogicità della motivazione nella parte in cui la Corte di Appello ha liquidato per i ricorrenti T., B., I., C. e Ca. la somma di Euro 400 per ciascun anno di durata irragionevole, per totali Euro 1.600 per ogni ricorrente, senza tener conto né degli interessi coinvolti, né dell’esito del giudizio presupposto. Sarebbe quindi ingiustificato, da parte della Corte di merito, l’applicazione del valore di Euro 400 per ciascun anno.

La censura è inammissibile. Con essa, infatti, i ricorrenti invocano un riesame del giudizio di fatto svolto dal giudice di merito, sotto il profilo della quantificazione dell’indennizzo per ciascun anno di irragionevole durata del giudizio presupposto. La Corte distrettuale ha ritenuto, al riguardo, adeguato il parametro di Euro 400 annui, “… tenuto conto della natura degli interessi coinvolti, nonché del valore e modesta rilevanza della posta in gioco…” (cfr. pag. 4 del decreto impugnato). Si tratta di un apprezzamento di fatto, sorretto da adeguata motivazione, che si sottrae a riesame in sede di legittimità.

Con il terzo motivo, i ricorrenti lamentano la violazione e falsa applicazione dell’art. 91 c.p.c., dell’art. 2233 c.c., nonché dei DD. MM. n. 55 del 2014 e n. 37 del 2018, perché la Corte di Appello avrebbe erroneamente liquidato un compenso inferiore al minimo tariffario, sia per la fase monitoria, in quanto l’importo di Euro 450 avrebbe dovuto essere moltiplicato per cinque, posto che tanti erano i ricorsi originariamente proposti, e poi riuniti dalla Corte distrettuale, sia per la fase di opposizione, in quanto l’importo di Euro 1.127,50 è inferiore al minimo tariffario stabilito per le cause di valore compreso tra Euro 1.100,01 ed Euro 5.200,00, pari ad Euro 1.198,50.

La censura è inammissibile quanto alla liquidazione delle spese della fase monitoria. Come gli stessi ricorrenti riconoscono, invero, le cinque originarie domande sono state riunite e decise con unico provvedimento, poi opposto ai sensi della L. n. 89 del 2001, art. 5; il compenso per la fase monitoria, dunque, è stato correttamente liquidato dalla Corte distrettuale in modo unitario, poiché -all’esito della riunione dei vari ricorsi originari- vi era una sola istanza, in relazione alla quale era possibile una sola liquidazione delle spese. I ricorrenti, peraltro, non contestano la misura della somma liquidata per la predetta prima fase, ma invocano solo la sua moltiplicazione per cinque volte, sul presupposto che essa fosse dovuta per ciascun ricorso originariamente introdotto; una volta accertata la necessità di una liquidazione unitaria, che tenga conto del contesto esistente al momento della decisione, la quantificazione del giudice di merito va tenuta ferma.

Per quanto invece attiene alle spese liquidate per il giudizio di opposizione, la censura è fondata: tenendo conto del valore della controversia, da individuare rispettivamente in Euro 1.600 quanto ai ricorrenti T., B., I., C. e Ca., ed in Euro 2.400 quanto ai ricorrenti D.P., Ci., M., P. e Z. (importi, questi, corrispondenti agli indennizzi rispettivamente liquidati dal giudice di merito a ciascun ricorrente), sono dovuti i seguenti importi, corrispondenti ai valori di tariffa previsti per le cause di valore compreso tra Euro 1.100,01 ed Euro 5.200,00, con i massimi abbattimenti consentiti dal D.M. n. 55 del 2014, art. 4, come modificato dal D.M. n. 37 del 2018: Euro 255 per la fase di studio, Euro 255 per quella introduttiva, Euro 283,50 per quella istruttoria ed Euro 405 per quella di decisione, per un totale di Euro 1,198,50, in luogo di quello, inferiore, di Euro 1.127,50, liquidata dalla Corte umbra. Quest’ultima, dunque, nel riesaminare la fattispecie dovrà attenersi al minimo previsto dalla tariffa in vigore per la fase di opposizione, pari – appunto – ad Euro 1.198,50.

Con il quarto motivo, i ricorrenti lamentano la violazione e falsa applicazione del D.M. n. 55 del 2014, art. 4, nonché il difetto di motivazione, perché la Corte di Appello avrebbe operato la massima riduzione dei compensi previsti dalla tariffa forense senza fornire alcuna motivazione a sostegno della propria decisione.

La censura è inammissibile. Per effetto delle modifiche operate dal D.M. n. 37 del 2018 sul testo originario del D.M. n. 55 del 2014, i valori di tariffa risultanti dalla massima decurtazione prevista dall’art. 4 sono da considerare inderogabili. Ne consegue che soltanto l’eventuale lesione di tale soglia minima può essere dedotta, come motivo di ricorso in Cassazione, sotto il profilo della violazione o falsa applicazione di norma cogente. Peraltro, l’uso, contenuto nel richiamato art. 4, dell’espressione “di regola” evidenzia che le riduzioni (e, come queste, gli aumenti) ivi contemplati possono essere disposti dal giudice di merito nell’ambito della sua valutazione discrezionale, senza necessità di fornire specifica motivazione a sostegno della propria scelta. Solo nel caso in cui il giudice di merito ritenga di superare gli aumenti massimi previsti “di regola” scatta, a suo carico, un preciso obbligo motivazionale, proprio in ragione della natura “non regolare”, e dunque eccezionale, della decisione di superare le soglie massime di aumento “di regola” previste dalla norma.

In definitiva, vanno accolti, nei termini di cui in motivazione, il primo e il terzo motivo, quest’ultimo limitatamente alla liquidazione delle spese della fase di opposizione. Le restanti censure sono invece inammissibili”.

Il Collegio condivide la proposta del Relatore.

La memoria depositata dalla parte ricorrente non offre argomenti nuovi, essendo meramente riproduttiva dei motivi di ricorso.

In definitiva, vanno quindi accolti il primo e, in parte, il terzo motivo di ricorso, limitatamente al solo giudizio di opposizione, mentre vanno dichiarati inammissibili gli altri motivi. La decisione impugnata va di conseguenza cassata, in relazione alle censure accolte e la causa rinviata, anche per le spese del presente giudizio di legittimità, alla Corte di Appello di Perugia, in differente composizione.

P.Q.M.

La Corte Suprema di Cassazione accoglie il primo e, in parte, il terzo motivo di ricorso, limitatamente al solo giudizio di opposizione, dichiarando inammissibili gli altri. Cassa la decisione impugnata in relazione alle censure accolte e rinvia la causa, anche per le spese del presente giudizio di legittimità, alla Corte di Appello di Perugia, in differente composizione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sesta-2 Sezione Civile, il 12 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 6 dicembre 2021

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