Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 38501 del 06/12/2021

Cassazione civile sez. VI, 06/12/2021, (ud. 12/10/2021, dep. 06/12/2021), n.38501

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Presidente –

Dott. BERTUZZI Mario – Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 29230-2020 proposto da:

B.S., rappresentato e difeso dall’avvocato ANTONIA

D’ALESSANDRO;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI

PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo

rappresenta e difende;

– controricorrente –

nonché

sul ricorso proposto da:

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI

PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo

rappresenta e difende;

– ricorrente incidentale –

contro

B.S.;

– intimato –

avverso il decreto della CORTE D’APPELLO di BARI, depositato il

12/10/2020;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

12/10/2021 dal Consigliere ANTONIO SCARPA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA E RAGIONI DELLA DECISIONE

I. B.S. propone ricorso articolato in unico motivo per la cassazione del decreto reso dalla Corte d’appello di Bari il 12 ottobre 2020. Questo decreto, reso nel giudizio di opposizione ai sensi della L. n. 89 del 2001, art. 5 ter, ha condannato il Ministero della Giustizia al pagamento delle spese processuali pari ad Euro 397,00 per compensi ed Euro 27,00 per esborsi, dopo aver liquidato l’equa riparazione in Euro 1.260,00.

L’intimato Ministero della Giustizia ha notificato controricorso, contenente altresì ricorso incidentale articolato in cinque motivi.

HAI motivo del ricorso principale denuncia la violazione degli artt. 91 e 92 c.p.c., in quanto, nell’accogliere l’opposizione della L. n. 89 del 2001, ex art. 5 ter, proposta da B.S., rideterminando in Euro 1.260,00 l’importo dell’indennità rispetto alla minor somma liquidata nella fase monitoria, la Corte di Bari ha quantificato i compensi in soli Euro 397,00, dopo aver revocato il decreto opposto.

I cinque motivi del ricorso incidentale del Ministero della Giustizia assumono la violazione e falsa applicazione della L. n. 89 del 2001, art. 4, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 ed all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4. Tutti i motivi del ricorso incidentale allegano la natura sostanziale, e non processuale, del termine decadenziale di cui alla L. n. 89 del 2001, art. 4 e quindi la non operatività riguardo ad esso della sospensione ex L. n. 742 del 1969, di tal che, risalendo il dies a quo di detto termine alla data del passaggio in giudicato della sentenza conclusiva del giudizio presupposto (19 febbraio 2019), risulterebbe tardiva la domanda proposta il 18 settembre 2019.

III. Su proposta del relatore, che riteneva che il ricorso principale potesse essere dichiarato manifestamente fondato e che il ricorso incidentale potesse essere dichiarato inammissibile, con la conseguente definibilità nelle forme di cui all’art. 380 bis c.p.c., in relazione all’art. 375 c.p.c., comma 1, nn. 1 e 5), il presidente ha fissato l’adunanza della camera di consiglio.

IV. Assume rilievo pregiudiziale l’esame del ricorso incidentale proposto dal Ministero della Giustizia. Il provvedimento impugnato ha valutato la tempestività della domanda di equa riparazione in modo conforme alla giurisprudenza della Corte e l’esame dei motivi non offre elementi per confermare o mutare l’orientamento della stessa, con conseguente inammissibilità del ricorso incidentale ex art. 360 bis c.p.c., n. 1, in ciascuno dei suoi tre motivi (Cass. Sez. U., 21/03/2017 n. 7155).

Occorre ribadire il consolidato orientamento sul punto di questa Corte, secondo il quale la sospensione nel periodo feriale dei termini di cui alla L. n. 742 del 1969, art. 1, si applica anche al termine di sei mesi previsto dalla L. n. 89 del 2001, art. 4, per la proposizione della domanda di equa riparazione per violazione del termine ragionevole del processo, atteso che fra i termini di cui alla L. n. 742 del 1969, cit. art. 1, vanno ricompresi non solo quelli inerenti alle fasi successive all’introduzione del processo, ma anche il termine entro il quale il processo stesso deve essere instaurato, allorché l’azione in giudizio rappresenti, per il titolare del diritto, l’unico rimedio per fare valere il diritto stesso (Cass. Sez. 6-2, 14/11/2019, n. 29694; Cass. Sez. 2, 02/03/2018, n. 5018; Cass. Sez. 2, 28/02/2018, n. 4691; Cass. Sez. 2, 28/02/2018, n. 4692; Cass. Sez. 6 -2, 08/02/2017, n. 3387; Cass. Sez. 6 – 2, 05/01/2017, n. 184; Cass. Sez. 6 – 2, 18/03/2016, n. 5423; Cass. Sez. 1, 11/03/2009, n. 5895).

In tal senso, peraltro, Cass. Sez. U, 22/07/2013, n. 17781, secondo cui il termine di sei mesi, di cui alla L. 24 marzo 2001, n. 89, art. 4, dal provvedimento che chiude la causa che ha violato la durata ragionevole del processo, oltre il quale non è più proponibile l’azione di equa riparazione da ritardo irragionevole del processo, è stabilito dal legislatore “a pena di decadenza” (artt. 2964 e ss. c.c.); la natura processuale della decadenza che precede comporta che il periodo di sei mesi dalla definizione del processo durato per tempo irragionevole, oltre il quale l’azione è preclusa, deve computarsi tenendo conto della sospensione del periodo feriale di cui alla L. 7 ottobre 1969, n. 742, art. 1, come accade per ogni altro termine analogo”.

Le argomentazioni sviluppate dal ricorrente incidentale non offrono elementi per mutare tale orientamento interpretativo. Non rilevano decisivamente, infatti, ai fini di una diversa considerazione del termine di cui alla L. 24 marzo 2001, n. 89, art. 4, ovvero della conclusione della non riferibilità ad esso della sospensione ex L. n. 742 del 1969, né l’operatività del termine d’impugnazione di sei mesi, previsto dall’art. 327 c.p.c., nella nuova formulazione applicabile ai giudizi instaurati dopo l’entrata in vigore della L. n. 69 del 2009; né la vigente struttura monitoria del procedimento di equa riparazione, come delineata dalla L. n. 134 del 2012; né, infine, la soggezione della domanda di equa riparazione per durata irragionevole alla disciplina della mediazione finalizzata alla conciliazione, e, quindi, la conseguente efficacia impeditiva, accordata all’istanza di mediazione, rispetto alla stessa decadenza ai sensi della L. 24 marzo 2001, n. 89, ex art. 4. Tali sopravvenienze ordinamentali non mutano la natura del termine decadenziale ai sensi della L. n. 89 del 2001, ex art. 4, rimanendo pur sempre da esso condizionata l’utile esperibilità della essenziale tutela giurisdizionale del diritto di equa riparazione da ritardo irragionevole del processo.

Il ricorso incidentale deve pertanto essere dichiarato inammissibile.

V. Venendo al ricorso principale, questa Corte ha già precisato come il procedimento per l’equa riparazione del pregiudizio derivante dalla violazione del termine di ragionevole durata del processo – di cui alla L. n. 89 del 2001 – vada considerato, ai fini della liquidazione dei compensi spettanti all’avvocato, quale procedimento avente natura contenziosa, con la conseguenza che, nel caso in esame, trova applicazione la tabella 12 allegata al D.M. 10 marzo 2014, n. 55, non modificata dal D.M. 8 marzo 2018, n. 37, entrato in vigore il 27 aprile 2018 (cfr. Cass. Sez. 6 – 2, 21/07/2020, n. 15493; Cass. Sez. 6 – 2, 21/06/2019, n. 16770; Cass. Sez. 2, 10/04/2018, n. 8818; Cass. Sez. 2, 28/02/2018, n. 4689; Cass. Sez. 6 – 2, 14/11/2016, n. 23187; Cass. Sez. 1, 17/10/2008, n. 25352). Peraltro, poiché l’opposizione di cui alla L. n. 89 del 2001, art. 5-ter, non introduce un autonomo giudizio di impugnazione del decreto che ha deciso sulla domanda, ma realizza una fase a contraddittorio pieno di un unico procedimento, avente ad oggetto la medesima pretesa fatta valere con il ricorso introduttivo, ove, come nel caso in esame, sia accolta l’opposizione proposta dalla parte privata rimasta insoddisfatta dall’esito della fase monitoria, le spese di giudizio vanno liquidate in base al criterio della soccombenza, a misura dell’intera vicenda processuale (Cass. Sez. 6 – 2, 22/12/2016, n. 26851).

E’ stato anche chiarito come, in tema di liquidazione delle spese processuali successiva al D.M. n. 55 del 2014 (che detta i criteri da applicare nel regolare le spese di causa, mentre il D.M. n. 140 del 2012 regola la materia dei compensi tra professionista e cliente: Cass. Sez. 2, 17/01/2018, n. 1018), i parametri di determinazione del compenso per la prestazione defensionale in giudizio e le soglie numeriche di riferimento costituiscono criteri di orientamento e individuano la misura economica standard del valore della prestazione professionale; pertanto, il giudice è tenuto a specificare i criteri di liquidazione del compenso in caso di scostamento apprezzabile dai parametri medi, fermo restando che il superamento dei valori minimi stabiliti in forza delle percentuali di diminuzione incontra il limite dell’art. 2233 c.c., comma 2, il quale preclude di liquidare somme praticamente simboliche, non consone al decoro della professione.

Deve comunque ribadirsi quanto affermato da Cass. Sez. 6 – 2, 05/08/2016, n. 16392, e cioè che, nei giudizi di equa riparazione per irragionevole durata del processo, il giudice, purché non scenda al di sotto degli importi minimi, può ridurre il compenso del difensore sino alla metà, anche senza necessità di specifica motivazione, e senza che perciò operi il limite di cui all’art. 2233 c.c., comma 2.

La liquidazione disposta dalla Corte di Bari in complessivi Euro 397,00, opera, invece, senza dare alcuna adeguata motivazione, una globale determinazione dei compensi in misura notevolmente inferiore a quelli minimi di cui alla tabella 12 allegata al D.M. 10 marzo 2014, n. 55, tenuto conto del valore della causa (da Euro 1.100,01 a Euro 5.200,00), pur applicata la riduzione massima in ragione della speciale semplicità dell’affare ai sensi del D.M. n. 55 del 2014, ex art. 4, (Euro 1.198,50: Euro 255,00 per la fase di studio; Euro 255,00 per la fase introduttiva; Euro 283,50 per la fase istruttoria; Euro 405,00 per la fase decisionale) (Cass. Sez. 6 – 3, 15/12/2017, n. 30286; Cass. Sez. 6 – L, 31/01/2017, n. 2386; Cass. Sez. 6 – 1, 16/09/2015, n. 18167).

VI. Conseguono l’accoglimento del ricorso principale, la dichiarazione di inammissibilità del ricorso incidentale e la cassazione del decreto impugnato, con rinvio alla Corte d’Appello di Bari, che, in diversa composizione, sottoporrà la causa a nuovo esame, tenendo conto dei rilievi svolti, e provvederà altresì a liquidare le spese del giudizio di cassazione.

Essendo tanto il procedimento in esame quanto la ricorrente incidentale Amministrazione dello Stato esenti dal pagamento del contributo unificato, non si deve far luogo, in rapporto al ricorso incidentale dichiarato inammissibile, alla dichiarazione di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso principale, dichiara inammissibile il ricorso incidentale, cassa il decreto impugnato nei limiti della censura accolta e rinvia alla Corte d’appello di Bari, in diversa composizione, anche per la pronuncia sulle spese del giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della 6 – 2 Sezione civile della Corte suprema di cassazione, il 12 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 6 dicembre 2021

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