Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 38499 del 06/12/2021

Cassazione civile sez. VI, 06/12/2021, (ud. 12/10/2021, dep. 06/12/2021), n.38499

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Presidente –

Dott. BERTUZZI Mario – Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 28842-2020 proposto da:

M.D., domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR presso la

CANCELLERIA della CORTE di CASSAZIONE, rappresentato e difeso

dall’avvocato GIUSEPPE SORBELLO;

– ricorrenti –

contro

A.F., S.A., S.G.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 507/2019 della CORTE D’APPELLO di M.,

depositata il 28/06/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 12/10/2021 dal Consigliere Relatore Dott. GIUSEPPE

GRASSO.

 

Fatto

CONSIDERATO

che il Collegio condivide i rilievi enunciati dal Relatore in seno alla formulata proposta di cui appresso, pur dopo aver letto la memoria depositata dalla parte ricorrente:

“ritenuto che la vicenda qui al vaglio può riassumersi nei termini seguenti?

– la Corte d’appello di M. confermò la sentenza di primo grado, la quale aveva rigettato la domanda con la quale M.D. aveva chiesto, nel contraddittorio con A.F., S.A. e S.G., dichiararsi il di lui acquisto per usucapione di un tratto di terreno;

ritenuto che il soccombente appellante ricorre avverso la sentenzia d’appello sulla base di quattro motivi di doglianza e che la controparte è rimasta intimata;

ritenuto che con il primo motivo il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 118,1141 e 2697 c.c., degli artt. 112 e 115 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, lamentando che la sentenzia impugnata meritava censura poiché, partendo da premesse generiche, aveva incongruamente affermato che la coltivazione non avesse rilievo, conclusione questa che avrebbe potuto conciliarsi con posizioni del richiedente la declaratoria d’acquisto per usucapione di possesso attenuato (evoca il compossesso, il rapporto di parentela, la mezzadria), ma non in quel caso;

– era rimasto violato l’art. 112 c.p.c. poiché non si rinveniva traccia di accondiscendenza allo sfruttamento esclusivo degli appellati, nonché dell’art. 1141 c.c., avendo il ricorrente goduto di indisturbato possesso pubblico e ventennale, senza che la controparte avesse dimostrato il contrario;

con il secondo motivo il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 1158 e 1141 c.c., degli artt. 115 e 116 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, assumendo che:

– la Corte d’appello aveva affermato che il possesso dell’area non poteva configurarsi per l’epoca anteriore al 16/ 6/1988, cioè prima che la controparte avesse alienato al ricorrente talune particelle confinanti, così, lasciando quella di cui si discute all’interno della proprietà del M.;

– l’affermazione era frutto di travisamento delle risultanze di prova e della violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c.;

– i testi escussi (tutti a richiesta del M.) avevano reso deposizioni il cui contenuto era stato stravolto dalla sentenza: M.N. (figlio del ricorrente), rispondendo al 3 capitolo, non aveva dichiarato che la particella di cui si discute veniva considerata di proprietà in quanto facente parte del complessivo terreno, ma, rispondendo al 4 capitolo aveva precisato che la particella in contestazione faceva parte di un fondo intercluso, “in quanto gli S. non possono accedere all’interno della particella in contestazione. La stessa particella è circondata dalla proprietà di mio padre”, di talché il riferimento era da intendersi al tempo presente; pertanto, prosegue il ricorrente, il possesso decorreva dal 1983 e non solo dal 16/6/1988, quando oramai si era da anni consolidato il disinteresse per quella particella da parte dei titolari di essa; le dichiarazioni di Sf.Pi., il quale aveva affermato di coltivare il fondo del M. da oltre vent’anni e di aver visto sui luoghi solo costui, erano state giudicate non decisive, poiché il teste non aveva chiarito a quali parti del fondo si fosse riferito e, addirittura, la precisazione del teste, il quale aveva detto “dal 1981 mi occupo del fondo del M., prima solo in parte e successivamente anche quello coltivato da S.P.” era stata interpretata al contrario; infine, la deposizione di P.I. era stata considerata inutile, perché costui aveva dichiarato di frequentare i luoghi da 3/6 anni, così travisandosene le parole, stante che il teste, rispondendo agli albi capitoli aveva manifestato la sua conoscenza dei luoghi pluriventennale;

– da quanto esposto, secondo il ricorrente, ne era ulteriormente derivata la illogicità della motivazione;

con il temo motivo il M. denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 948 e 2697 c.c., dell’art. 100 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, per avere la sentenza gravata confermata la statuizione di primo grado nella parte in cui quest’ultima aveva condannato il M. a rilasciare la particella in favore dei convenuti, che dichiarandosi proprietari, avevano avanzato domanda riconvenzionale, senza che quest’ultimi avessero dato prova del loro titolo, soddisfacendo alla “probatio diabolica”;

ritenuto che con il quarto motivo (violazione dell’art. 91 c.p.c., comma 1, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3) il ricorrente si duole per essere stato condannato al pagamento delle spese.

Diritto

OSSERVA

nessuno dei motivi supera il vaglio d’ammissibilità.

La Corte peloritana prendendo in esame i motivi d’appello (largamente ripresi col ricorso) e la cui corretta sintesi non viene qui in contestazione:

– esclude che il Tribunale fosse incorso in violazione dell’art. 112 c.p.c., per avere fugacemente accennato all’interversione del possesso, del quale le parti non avevano discorso, non avendo l’appellante colto la “ratio decidendi” di primo grado, che aveva radici nel non provato rapporto di fatto con la “res” per il tempo richiesto dalla legge, in termini di piena affidabilità, così da giustificare il sacrificio della proprietà aliena, né, a tal fine risultava sufficiente la dimostrazione della mera coltivazione;

– scrutinato, indi, il risultato della prova per testi, valuta inutile la deposizione del teste Italiano, per avere affermato di “frequentare i luoghi “da circa 5-6 anni”, di guisa che non è chiaro come il predetto, nel confermare la circostanza di cui al capitolato, n. 1, abbia potuto affermare il possesso ultraventennale ed animo domini da parte del M.”; il teste Sf., che aveva dichiarato di essersi occupato del fondo del M. sin dal 1981, non aveva, tuttavia, dimostrato che la coltivazione avesse riguardato anche la particella in contestazione e, a rinforzo, scrivono i Giudici d’appello, tanto più considerando che costui aveva precisato di essersi all’inizio “occupato” solo di parte del fondo e solo “successivamente” anche di quella “coltivata da S.P.”, la deposizione del figlio del ricorrente era stata giudicata compatibile con un possesso risalente al 1988, per avere costui precisato che la particella di cui si discute “e’ sempre stata considerata come facente parte della… proprietà” del congiunto, poiché circondata dalla medesima, in una situazione d’interclusione per la controparte risalente al 1988;

– nega la prova di una volontà abdicativa dei proprietari;

– afferma corretta la condanna al rilascio, non avendo l’appellante provato l’acquisto per usucapione.

Con i primi due motivi, i quali possono essere esaminati congiuntamente per la loro connessione, il ricorrente evoca un improprio riesame di merito.

Nella sostanza, peraltro neppure efficacemente dissimulata, (insieme delle due doglianze investe inammissibilmente l’apprezzamento delle prove effettuato dal giudice del merito, in questa sede non sindacabile, neppure attraverso l’escamotage dell’evocazione dell’art. 116 c.p.c., in quanto, come noto, una questione di violazione o di falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. non può porsi per una erronea valutazione del materiale istruttorio compiuta dal giudice di merito (cfr., ex multis, Sez. 6, n. 27000, 27/12/2016, Rv. 642299).

Si è in presenza di “doppia conforme” e, pertanto, “ratione temporis”, trovando applicazione l’art. 348 ter c.p.c., comma 5, il ricorrente in cassazione, per evitare l’inammissibilità del motivo di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, deve indicare le ragioni di fatto poste a base della decisione di primo grado e quelle poste a base della sentenza di rigetto dell’appello, dimostrando che esse sono tra loro diverse (Sez. 2, n. 5528, 10/03/2014, Rv. 630359; conv., ex multis, Cass. nn. 19001/2016, 26714/2016), evenienza che nel caso in esame non ricorre affatto; In ogni caso, l’ipotesi richiamata in ricorso del “travisamento della prova”, proprio perché deve salvaguardarsi la piena discrezionalità del vaglio di merito delle risultanze probatorie, ricorre solo laddove il giudice, piuttosto che apprezzare, interpretando e portando a unità concludente le plurime e spesso contrastanti fonti di prova, veicola un’informazione probatoria, giudicata decisiva, senza dar conto di altra informazione che la contraddica, senza, in definitiva, risolvere argomentando l’antinomia. Proprio in linea con l’enunciazione di cui sopra questa Corte ha chiarito che il travisamento della prova non implica una valutazione dei fatti, ma una constatazione o un accertamento che un’informazione probatoria, utilizzata dal giudice ai fini della decisione, è contraddetta da uno specifico atto processuale, così che, a differenza del travisamento del fatto, può essere fatto valere mediante ricorso per cassazione, ove incida su un punto decisivo della controversia (Sez. 3, n. 1163, 21/1/2020, Rv. 656633). Ancor meglio chiarendosi, successivamente, che ove il ricorrente abbia lamentato un travisamento della prova, solo l’informazione probatoria su un punto decisivo, acquisita e non valutata, mette in crisi irreversibile la struttura del percorso argomentativo del giudice di merito e fa escludere l’ipotesi contenuta nella censura; infatti, il travisamento della prova implica non una valutazione dei fatti, ma una constatazione o un accertamento che quella informazione probatoria, utilizzata in sentenza, è contraddetta da uno specifico atto processuale (Sez. 1, n. 3796,14/ 212020, Rv. 657055).

Qui, ben lungi dall’avere il ricorrente contrapposto un’evidenza probatoria decisivamente contrastante, del quale il giudice non abbia tenuto conto, invoca un inammissibile riesame del vaglio di merito, un nuovo apprezzamento, addirittura, delle informazioni provenienti da ognuno dei testimoni escussi.

L’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, riformulato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, introduce nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (si rimanda alla sentenza delle S. U. n. 8053/2014); non residuano spazi per ulteriori ipotesi di censure che investano il percorso motivazionale, salvo, appunto, l’ipotesi, che qui non ricorre, del difetto assoluto di motivazione.

E’ del tutto evidente che attraverso la denunzia di violazione di legge il ricorrente sollecita – non determinando essa, nel giudizio di legittimità lo scrutinio della questione astrattamente evidenziata sul presupposto che l’accertamento fattuale operato dal giudice di merito giustifichi il rivendicato inquadramento normativo, essendo, all’evidenza, occorrente che l’accertamento fattuale, derivante dal vaglio probatorio, sia tale da doversene inferire la sussunzione nel senso auspicato dal ricorrente – un improprio riesame di merito (da ultimo, S. U. n. 25573, 12111 /2020, Rv. 659459).

Il terzo motivo presuppone, perché possa scrutinarsi, che il M. con l’appello abbia proposto la censura, del cui mancato accoglimento oggi si duole. Non consta, dalla estesa narrazione di cui alla sentenza d’appello, non contestata nel suo fedele richiamo ai motivi, che il M. con l’appello si sia doluto della mancata prova della titolarità in capo agli appellati, quanto piuttosto dell’ingiustizia della condanna al rilascio, avendo egli acquistato la proprietà per usucapione. Di conseguenza il motivo di ricorso è inammissibile in quanto nuovo.

Il quarto motivo non è un motivo, ma un mero auspicio.

Di conseguenza, siccome affermato dalle S. U. (sent. n. 7155, 21/312017, Rv. 643549), lo scrutinio ex art. 360-bis c.p.c., n. 1, da svolgersi relativamente ad ogni singolo motivo e con riferimento al momento della decisione, impone, come si desume in modo univoco dalla lettera della legge, una declaratoria d’inammissibilità, che può rilevare ai fini dell’art. 334 c.p.c., comma 2, sebbene sia fondata, alla stregua dell’art. 348-bis c.p.c. e dell’art. 606 c.p.p., su ragioni di merito, atteso che la funzione di filtro della disposizione consiste nell’esonerare la Suprema Corte dall’esprimere compiutamente la sua adesione al persistente orientamento di legittimità, così consentendo una più rapida delibazione dei ricorsi “inconsistenti””;

Non vi è luogo a statuizione sulle spese non avendo la controparte svolto difese.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater (inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17) applicabile ratione temporis (essendo stato il ricorso proposto successivamente al 30 gennaio 2013), si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

P.Q.M.

dichiara il ricorso inammissibile;

ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater (inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17), si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 12 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 6 dicembre 2021

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