Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 38497 del 06/12/2021

Cassazione civile sez. VI, 06/12/2021, (ud. 05/10/2021, dep. 06/12/2021), n.38497

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CIRILLO Francesco Maria – rel. Presidente –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – Consigliere –

Dott. CRICENTI Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 26862-2019 proposto da:

U.S. FAIANO 1965, in persona del Presidente pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA PORTUENSE 104, presso lo

studio dell’avvocato FABIO TRINCA, rappresentato e difeso

dall’avvocato ERNESTO RUSSOMANDO;

– ricorrente –

contro

AMISSIMA ASSICURAZIONI S.P.A., in persona del legale rappresentante

pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DELLE FORNACI

38, presso lo studio dell’avvocato FABIO ALBERICI, che la

rappresenta e difende;

– controricorrente –

contro

F.F.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 541/2019 della CORTE D’APPELLO di SALERNO,

depositata il 18/04/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 05/10/2021 dal Presidente Relatore Dott. FRANCESCO

MARIA CIRILLO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. F.F. convenne in giudizio la U.S. Faiano, davanti al Tribunale di Salerno, Sezione distaccata di (OMISSIS), chiedendo che fosse condannata al risarcimento dei danni da lui subiti in conseguenza del contrasto avvenuto con un avversario durante una gara di calcio ufficiale.

Si costituì in giudizio la convenuta, chiedendo il rigetto della domanda e sollecitando la chiamata in causa, a titolo di manleva, della Levante Norditalia Assicurazioni s.p.a., quale compagnia che copriva il rischio infortuni sulla base di una convenzione con la Federazione italiana gioco calcio (FIGC).

Si costituì in giudizio, quindi, anche la società di assicurazione eccependo, tra l’altro, la decadenza della garanzia per mancata denuncia del sinistro nel termine contrattuale di trenta giorni.

Espletata l’istruttoria, il Tribunale accolse parzialmente la domanda e condannò la società U.S. Faiano al pagamento, in favore dell’attore, della somma di Euro 12.416,18, con rivalutazione ed interessi, pari alla metà del danno, escludendo l’operatività della manleva da parte della società assicuratrice.

2. La sentenza è stata impugnata in via principale dalla U.S. Faiano e in via incidentale dalla CARIGE Assicurazioni, poi divenuta Amissima Assicurazioni, e da F.F..

La Corte d’appello di Salerno, con sentenza del 18 aprile 2019, ha rigettato l’appello principale, ha accolto entrambi gli appelli incidentali e, in parziale riforma della decisione di primo grado, ha condannato la U.S. Faiano al pagamento dell’intero danno in favore del F. (Euro 24.832,36), nonché delle spese processuali anche del giudizio di primo grado; ed ha altresì condannato l’appellante principale alla rifusione delle ulteriori spese del grado.

Ha osservato la Corte territoriale che il F., pur potendo proporre la domanda direttamente nei confronti della società di assicurazione, aveva agito nei confronti della U.S. Faiano ai sensi dell’art. 2043 c.c.; tale domanda era stata accolta dal giudice di primo grado “pur senza una specifica motivazione in punto di responsabilità” e non era stata impugnata sotto quel profilo, per cui la statuizione era coperta dal giudicato.

Quanto all’operatività della manleva, la Corte d’appello ha rilevato che il sinistro, come da polizza, avrebbe dovuto essere denunciato entro trenta giorni con atto scritto, per cui era irrilevante la telefonata che il segretario della U.S. Faiano aveva effettuato alla società di assicurazione tre giorni dopo il sinistro. E comunque, avendo agito il F. nei confronti dell’associazione sportiva, era irrilevante la tardiva denuncia; ragione per cui la U.S. Faiano era tenuta all’integrale risarcimento del danno oltre che al pagamento delle spese del giudizio di primo grado in favore della società di assicurazione.

3. Contro la sentenza della Corte d’appello di Salerno propone ricorso la U.S. Faiano con atto affidato a tre motivi.

Resiste la Amissima Assicurazioni s.p.a. con controricorso.

F.F. non ha svolto attività difensiva in questa sede.

Il ricorso è stato avviato alla trattazione in camera di consiglio, sussistendo le condizioni di cui agli artt. 375,376 e 380-bis c.p.c., e non sono state depositate memorie.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo di ricorso si lamenta, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), violazione e falsa applicazione dell’art. 2043 c.c., sul rilievo che la sentenza d’appello avrebbe erroneamente confermato la condanna al risarcimento danni in capo all’associazione sportiva.

Osserva la parte ricorrente di aver chiesto già in primo grado l’integrale rigetto della domanda di risarcimento avanzata dal F.; dopo di che, non avendo il Tribunale in alcun modo vagliato la fondatezza della stessa, la questione era stata riproposta in sede di appello. Proprio il fatto che la domanda fosse stata accolta ai sensi dell’art. 2043 cit. avrebbe imposto, invece, il suo rigetto, trattandosi di domanda non sostenuta da alcun elemento probatorio. Il calciatore, secondo la ricorrente, avrebbe potuto rivolgere la domanda solo contro l’avversario responsabile dell’infortunio; e comunque, essendo la polizza di assicurazione stipulata come un contratto a favore di terzo, l’assicurato aveva azione diretta contro l’assicuratore, per cui nessuna responsabilità poteva essere posta in capo all’associazione sportiva.

1.1. Osserva la Corte che il motivo, così come proposto, è inammissibile.

La sentenza impugnata ha affermato, come si è già sinteticamente ricordato, che la domanda risarcitoria del calciatore “era stata introdotta nei confronti dell’associazione sportiva sul presupposto della responsabilità dell’associazione per i danni riportati dall’associato e per la mancata denuncia del sinistro”. Tale domanda, benché accolta dal Tribunale “pur senza una specifica motivazione in punto di responsabilità”, non era stata impugnata sotto quel profilo, per cui la relativa statuizione era da considerare “coperta dal giudicato”.

Ciò significa, attribuendo alla motivazione della sentenza in esame l’unico significato possibile, che la decisione di primo grado aveva concluso per l’accoglimento della domanda risarcitoria senza dare compiuta ragione del perché la responsabilità fosse stata considerata sussistente.

A fronte di questa motivazione – che ipotizza addirittura l’esistenza del giudicato in ordine all’an – il ricorso non consente di valutare in quali esatti termini la sentenza di primo grado sia stata realmente contestata. In altre parole, né l’esposizione sommaria contenuta nella parte iniziale del ricorso né l’illustrazione del primo motivo (pp. 10-13) consentono di comprendere con precisione se davvero fosse stata contestata in sede di appello l’affermazione generale di sussistenza della responsabilità. Ciò non esclude, quindi, che il giudicato sull’an davvero vi fosse, come sostenuto dalla Corte di merito; per cui ben potrebbe essere che il contenuto dell’atto di appello fosse inidoneo a mettere in discussione l’esito del giudizio di primo grado sotto questo profilo.

L’inidoneità della censura rispetto alla ratio decidendi della sentenza impugnata rende il motivo inammissibile.

2. Con il secondo motivo di ricorso si lamenta, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), violazione e falsa applicazione degli artt. 1913,1915 e 1932 c.c., sul rilievo che erroneamente sarebbe stata respinta la domanda di manleva.

Rileva la società ricorrente che l’obbligo di denuncia ricadeva sul F. e che, anche volendo concedere la tardività della denuncia, il giudice di merito non avrebbe dovuto escludere integralmente l’obbligo di manleva, dovendo piuttosto verificare se sussisteva un’omissione dolosa o colposa; e, in caso di omissione colposa, la conseguenza poteva essere al massimo quella della riduzione dell’indennità (art. 1915 c.c., comma 2, norma inderogabile ai sensi dell’art. 1932 c.c., comma 1).

2.1. Osserva la Corte che anche questo motivo è inammissibile.

Il contenuto della censura, infatti, non è sufficiente a chiarire alla Corte quale fosse l’effettivo contenuto del contratto. Il motivo in esame non indica né quale tipo di contratto di assicurazione fosse stato concluso dall’odierna ricorrente né chi ne fosse l’effettivo beneficiario.

Pur dovendo dare per pacifico che si trattava, nel caso di specie, di assicurazione contro i danni, a quanto è dato comprendere l’assicuratore era tenuto a manlevare l’odierna ricorrente per quanto concerne i danni riportati dai singoli giocatori. Ed è appena il caso di ricordare che, a norma dell’art. 1891 c.c., comma 2, nell’assicurazione per conto altrui o per conto di chi spetta i diritti derivanti dal contratto “spettano all’assicurato, e il contraente, anche se in possesso della polizza, non può farli valere senza espresso consenso dell’assicurato medesimo”. Ne consegue che, se il contratto in questione rientrasse, come sembra, in tale figura, l’odierna ricorrente non avrebbe la possibilità di far valere i diritti di polizza. Non è neppure chiaro, dal ricorso in esame, come fosse strutturato nel contratto l’obbligo di denuncia nel termine di trenta giorni; si sa solo, dalla lettura della sentenza, che la denuncia doveva essere fatta per iscritto nei trenta giorni, ma non è dato sapere esattamente da chi.

Il motivo non si presenta idoneo, pertanto, attesa la sua lacunosità, a superare la motivazione della sentenza impugnata.

3. Il terzo motivo di ricorso, relativo alle spese di lite, non ha una sua autonomia rispetto ai primi due, e rimane perciò assorbito.

4. Il ricorso, pertanto, è dichiarato inammissibile.

A tale esito segue la condanna della parte ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate ai sensi del D.M. 10 marzo 2014, n. 55.

Sussistono, inoltre, le condizioni di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, se dovuto.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in complessivi Euro 2.500, di cui Euro 200 per spese, oltre spese generali ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza delle condizioni per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sesta Sezione Civile – 3, il 5 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 6 dicembre 2021

 

 

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