Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 38496 del 06/12/2021

Cassazione civile sez. VI, 06/12/2021, (ud. 12/10/2021, dep. 06/12/2021), n.38496

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DORONZO Adriana – Presidente –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – Consigliere –

Dott. PICCONE Valeria – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 26472-2020 proposto da:

EUROAUTO SRL IN LIQUIDAZIONE, in persona del liquidatore pro tempore,

domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVOUR presso la CANCELLERIA della CORTE

di CASSAZIONE, rappresentata e difesa dall’avvocato MARCO CAPECE;

– ricorrente –

contro

S.P., domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVOUR presso la

CANCELLERIA della CORTE di CASSAZIONE, rappresentata e difesa

dall’avvocato LAURA GIOVINE;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 265/2020 della CORTE D’APPELLO di SALERNO,

depositata il 03/08/2020;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 12/10/2021 dal Consigliere Relatore Dott. VALERIA

PICCONE.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

Con sentenza del 29 giugno 2020, la Corte d’Appello di Salerno ha confermato la decisione emessa dal locale Tribunale che aveva accolto la domanda proposta da S.P. nei confronti di Euro – Auto s.r.l. in liquidazione – avente ad oggetto il pagamento della somma di giuro 36.220,41 a titolo di differenze retributive, tredicesima, quattordicesima e indennità sostitutiva per ferie non godute;

in particolare, la Corte ha condiviso l’iter decisorio circa le risultanze probatorie acquisite con riferimento alle indennità e differenze retributive richieste oltre che sulla statuizione relativa alle spese;

per la cassazione della sentenza propone ricorso Euro – Auto s.r.l. in liquidazione, affidandolo a due motivi;

resiste, con controricorso, S.P. che deposita memoria;

e’ stata comunicata alle parti la proposta del giudice relatore unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

Con il primo motivo di ricorso si deduce la violazione degli artt. 420 e 421 c.p.c. in ordine alla ritenuta tardività di alcuni documenti prodotti; con il secondo motivo si allega la violazione dell’art. 116 c.p.c. e dell’art. 132 c.p.c., comma 2;

le censure prospettate sono inammissibili;

deve in primo luogo evidenziarsi, quanto alla produzione documentale, reputata tardiva, che, secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, nel rito del lavoro, l’omessa indicazione dei documenti prodotti nell’atto di costituzione in giudizio, e l’omesso deposito degli stessi contestualmente a tale atto, determinano la decadenza dal diritto di produrli, salvo che si siano formati successivamente alla costituzione in giudizio o la loro produzione sia giustificata dall’evoluzione della vicenda processuale;

il giudice, quindi, ne può ammettere la produzione, ai sensi dell’art. 421 c.p.c. e, in appello, ai sensi dell’art. 437 c.p.c., secondo una valutazione discrezionale insindacabile in sede di legittimità, ove ritenga tali mezzi di prova comunque ammissibili, perché rilevanti e indispensabili ai fini del decidere (cfr., sul punto, SU n. 8202 del 2005 e, fra le più recenti, Cass. n. 14820 del 2015);

nella specie, la valutazione di tardività della produzione documentale, effettuata in primo grado e reiterata in appello, congruamente motivata, deve, quindi, ritenersi non censurabile in sede di legittimità;

giova poi rilevare, per quanto concerne la dedotta violazione dell’art. 116 c.p.c., che una questione di violazione e falsa applicazione di tale norma non può porsi per una erronea valutazione del materiale istruttorio compiuta dal giudice di merito, ma solo ove il giudice abbia disatteso, valutandole secondo il suo prudente apprezzamento, delle prove legali, ovvero abbia considerato come facenti piena prova, recependoli senza apprezzamento critico, elementi di prova soggetti, invece, a valutazione (cfr. Cass. n. 1229 del 17/01/2019; Cass. 27.12.2016 n. 27000; Cass. 19.6.2014 n. 13960) e tali ipotesi non ricorrono, come si vedrà, nel caso di specie;

nel caso di specie, la parte, pur veicolando le proprie censure mediante il profilo della violazione di legge, mira, in realtà, ad una rivisitazione in fatto della vicenda, nonostante la motivazione della Corte in ordine alla sussistenza di sufficienti ed adeguati elementi di riscontro circa l’attività lavorativa svolta e in particolare riguardo la durata della stessa, protrattasi quotidianamente sino alle 19,00 oltre che in ordine alla fruizione di ferie e permessi i misura inferiore a quanto contrattualmente previsto;

deve, quindi, concludersi che parte ricorrente non si è conformata a quanto statuito dal Supremo Collegio in ordine alla apparente deduzione di vizi ex arti. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5;

e cioè che è inammissibile il ricorso per cassazione che, sotto l’apparente deduzione del vizio di violazione o falsa applicazione di legge, di mancanza assoluta di motivazione e di omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio miri, in realtà, ad una rivalutazione dei fatti storici operata dal giudice di merito (cfr., SU n. 14476 del 2021);

– quanto, infine, alla lamentata lesione dell’art. 132 c.p.c., va rilevato che siffatta violazione può configurarsi (come ribadito, di recente, da Cass. n. 2397 del 2021) soltanto qualora la sentenza d’appello sia emessa in assenza di un comprensibile richiamo ai contenuti degli atti cui si rinvia, ai fatti allegati dall’appellante e alle ragioni del gravame, così da risolversi in una acritica adesione ad un provvedimento solo menzionato, senza che emerga una effettiva motivazione e tale ipotesi non ricorre senza dubbio nel caso di specie;

alla luce delle suesposte argomentazioni, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile;

le spese seguono la soccombenza e vanno liquidate come in dispositivo;

sussistono i presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 1 -bis, art. 13, comma 1 quater, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte dichiara il ricorso inammissibile. Condanna la parte ricorrente alla rifusione, in favore della parte controricorrente, delle spese di lite, che liquida in complessivi Euro 3.500,00 per compensi da distrarsi in favore del procuratore, dichiaratosi antistatario e 200,00 per esborsi, oltre spese generali al 15% e accessori di legge. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, da atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, art. 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 12 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 6 dicembre 2021

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