Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 38469 del 06/12/2021

Cassazione civile sez. VI, 06/12/2021, (ud. 12/10/2021, dep. 06/12/2021), n.38469

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Presidente –

Dott. BERTUZZI Mario – Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 4219-2021 proposto da:

IGEA SOC. COOP. A R.L., rappresentata e difesa dall’avvocato CLAUDIO

DEFILIPPI;

– ricorrente –

contro

MINISTERO ECONOMIA FINANZE;

– intimato –

avverso il decreto della CORTE D’APPELLO di CALTANISSETTA, depositato

il 09/07/2020;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

12/10/2021 dal Consigliere ANTONIO SCARPA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA E RAGIONI DELLA DECISIONE

La IGEA soc. coop. a r.l. ha proposto ricorso articolato in due motivi avverso il decreto n. 61/2020 reso il 9 luglio 2020 dalla Corte d’Appello di Caltanissetta.

L’intimato Ministero dell’Economia e delle Finanze non ha svolto attività difensive.

La Corte d’appello di Caltanissetta, adita quale giudice di rinvio all’esito dell’ordinanza della Corte di cassazione n. 21831 del 2019, accogliendo l’opposizione L. n. 89 del 2001, ex art. 5 ter proposta dalla IGEA soc. coop. a r.l. avverso il decreto del magistrato designato del 16 settembre 2013, ha condannato il Ministero dell’Economia e delle Finanze al pagamento dell’indennizzo pari ad Euro 7.800, oltre interessi, a titolo di equa riparazione per la durata non ragionevole di un giudizio amministrativo svoltosi davanti al TAR Sicilia-Palermo ed al Consiglio di Giustizia Amministrativa Regione Siciliana dal giugno 1994 al settembre 2012. La domanda di equa riparazione era stata proposta dalla IGEA soc. coop. a r.l. in data 8 giugno 2013. Stimata la durata irragionevole del giudizio presupposto in tredici anni, e valutati gli interessi dedotti in lite e la natura della causa, la Corte d’appello ha ritenuto congruo il moltiplicatore annuo di Euro 600,00 e negato il danno patrimoniale per carenza di prova. La Corte di Caltanissetta ha infine compensato tra le parti le spese del giudizio di opposizione e dei due giudizi di cassazione, evidenziando che le pretese dalla IGEA soc. coop. a r.l. sono state accolte in misura largamente inferiore alla domanda iniziale (invero pari ad Euro 36.000,00 per 18 anni di giudizio), che la lite concerneva questioni giuridiche obiettivamente controvertibili, e che sulle alterne pronunce intervenute nel giudizio avevano influito altresì l’errore dell’attrice nella individuazione del Ministero convenuto, nonché la sentenza della Corte costituzionale n. 34 del 2019.

Il primo motivo del ricorso della IGEA soc. coop. a r.l. denuncia la violazione e falsa applicazione della L. 4 marzo 2001, n. 89, artt. 2 e 2-bis, e dell’art. 6 CEDU, nonché l’insufficiente e/o omessa motivazione e degli artt. 24 e 111 Cost., deducendo che l’operata quantificazione del danno non abbia considerato la natura della causa e le ingenti somme oggetto del giudizio presupposto, anche quanto al patito danno patrimoniale (si trattava di un finanziamento per L. 1.960.000.000).

Il secondo motivo di ricorso deduce la violazione degli artt. 91 e 92 c.p.c. e del D.M. n. 55 del 2014 quanto alla motivazione della compensazione totale delle spese nonostante l’accoglimento di due ricorsi per cassazione e della domanda di merito.

Su proposta del relatore, che riteneva che il ricorso potesse essere dichiarato inammissibile con la conseguente definibilità nelle forme di cui all’art. 380 bis c.p.c., in relazione all’art. 375 c.p.c., comma 1, n. 1), il presidente ha fissato l’adunanza della camera di consiglio.

1.Il primo motivo del ricorso della IGEA soc. coop. a r.l. è inammissibile, in quanto la Corte d’appello di Caltanissetta ha deciso la questione di diritto in modo conforme alla giurisprudenza di legittimità, e i ricorrenti non offrono elementi per mutare tale orientamento, come suppone lo scrutinio ex art. 360-bis c.p.c., n. 1.

1.1. La L. 24 marzo 2001, n. 89, art. 2 bis originariamente inserito dal D.L. n. 83 del 2012, convertito in L. n. 134 del 2012, norma nella specie applicabile ratione temporis prima delle sostituzioni operate dalla L. 28 dicembre 2015, n. 208, art. 1, comma 777, (la domanda di equa riparazione era stata proposta dalla IGEA soc. coop. a r.l. in data 8 giugno 2013) aveva inizialmente limitato la misura dell’indennizzo in una somma di denaro, non inferiore a 500 Euro e non superiore a 1.500 Euro per anno di ritardo.

L’interpretazione data da questa Corte chiarì subito che le disposizioni in tema di misura dell’indennizzo di equa riparazione per violazione del termine ragionevole di durata del processo, introdotte dal D.L. n. 83 del 2012, non avevano natura di interpretazione autentica né efficacia retroattiva, pur escludendone l’illegittimità costituzionale, per contrasto con l’art. 117 Cost., comma 1, in relazione all’art. 6, par. 1, della CEDU, atteso che la derogabilità dei criteri ordinari di liquidazione e la ragionevolezza del criterio di 500 Euro per anno di ritardo recepivano comunque, nella sostanza, le indicazioni provenienti dalla giurisprudenza della Corte E.D.U. e della stessa Corte di cassazione (Cass. Sez. 2, 22/09/2014, n. 19897; Cass. Sez. 2, 27/10/2014, n. 22772).

Invero, l’indennizzo calcolato al minimo in Euro 500,00 per anno di ritardo, come fatto nell’originaria formulazione della L. 24 marzo 2001, n. 89, art. 2 bis non poteva essere di per sé considerato irragionevole, e quindi lesivo dell’adeguato ristoro per violazione del termine di durata ragionevole del processo, essendosi più volte affermato in passato, nei precedenti di questa Corte, che la quantificazione del danno non patrimoniale dovesse essere, di regola, non inferiore ad Euro 750,00 per i primi tre anni di ritardo eccedente il termine di ragionevole durata, e salire per il periodo successivo ad Euro 1.000,00, e che, tuttavia, la valutazione dell’entità della pretesa patrimoniale azionata (c.d. posta in gioco) potesse giustificare l’eventuale scostamento, in senso sia migliorativo che peggiorativo, dai parametri indennitari fissati dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo, non legittimandosi unicamente il riconoscimento di un importo irragionevolmente esiguo.

1.2. La L. n. 89 del 2001, art. 2-bis, nello stabilire la misura ed i criteri di determinazione dell’indennizzo a titolo di equa riparazione per violazione del termine ragionevole del processo, rimette, quindi, al prudente apprezzamento del giudice di merito la scelta del moltiplicatore annuo, compreso tra il minimo ed il massimo ivi indicati (nella specie, individuato dalla Corte di Caltanissetta in Euro 600,00 annui), da applicare al ritardo nella definizione del processo presupposto, orientando il “quantum” della liquidazione equitativa sulla base dei parametri di valutazione, tra quelli elencati nel comma 2 della stessa disposizione, che appaiano maggiormente significativi nel caso specifico (Cass. Sez. 6 – 2, 16/07/2015, n. 14974; Cass. Sez. 6 – 2, 01/02/2019, n. 3157; Cass. Sez. 2, 28/05/2019, n. 14521).

Occorre ribadire come, ai fini della liquidazione dell’indennizzo del danno non patrimoniale conseguente alla violazione del diritto alla ragionevole durata del processo, ai sensi della L. 24 marzo 2001, n. 89, l’ambito della valutazione equitativa, affidato al giudice del merito, è segnato dal rispetto della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo, per come essa vive nelle decisioni, da parte della Corte Europea dei diritti dell’uomo, di casi simili a quello portato all’esame del giudice nazionale, di tal che è configurabile, in capo al giudice del merito, un obbligo di tener conto dei criteri di determinazione della riparazione applicati dalla Corte Europea e cristallizzati in misure minime e massime, ora indicate anche dalla L. n. 89 del 2001, art. 2-bis, da seguire “di regola”, conservando sempre il giudice del merito un margine di valutazione che gli consente di discostarsi da esse, purché in misura ragionevole, in relazione alla particolarità delle fattispecie. Il calcolo supposto dalla L. n. 89 del 2001, art. 2-bis, non tocca, così, la complessiva attitudine della citata L. n. 89 del 2001 ad assicurare l’obiettivo di un serio ristoro per la lesione del diritto alla ragionevole durata del processo, e, dunque, non autorizza dubbi sulla compatibilità di tale norma con gli impegni internazionali assunti dalla Repubblica italiana mediante la ratifica della Convenzione Europea e con il pieno riconoscimento, anche a livello costituzionale, del canone di cui all’art. 6, paragrafo 1, della Convenzione medesima ed all’art. 111 Cost., comma 2.

In tal senso, le sollecitazioni, contenute nel ricorso, a rivalutare la congruità dell’indennizzo accordato, in relazione al valore della causa, non considerano come il giudice dell’equa riparazione deve fare riferimento, da un lato, ai valori minimi e massimi indicati dalla L. n. 89 del 2001, art. 2-bis comma 1 – nel testo novellato dalla L. n. 208 del 2015, applicabile “ratione temporis” -, e dall’altro ai parametri elencati al medesimo art. 2-bis, comma 2. Rimane tuttavia preclusa alla Corte di cassazione la verifica sulla concreta determinazione del “quantum” dell’indennizzo operata dal giudice di merito, trattandosi di valutazione di fatto, ovvero sull’applicazione dell’incremento di cui allo stesso art. 2 bis, comma 1, in quanto esplicazione di potere discrezionale il cui esercizio è rimesso al predetto giudice di merito. La scelta del moltiplicatore annuo, compreso tra il minimo ed il massimo L. n. 89 del 2001, ex art. 2 bis e’, dunque, sindacabile in sede di legittimità soltanto per omesso esame di fatto decisivo per il giudizio (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia), che sia stato oggetto di discussione tra le parti, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, riformato dal D.L. n. 83 del 2012, o altrimenti nei casi di “mancanza assoluta di motivi”, di “motivazione apparente”, di “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e di “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile” (Cass. Sez. U, 07/04/2014, n. 8053).

La ricorrente confonde tra la questione della congruità della scelta del moltiplicatore annuo operata dal giudice del merito (scelta reputata dalla IGEA inidonea a garantire un serio ristoro al pregiudizio subito per effetto della violazione dell’art. 6, par. 1, della Convenzione) e l’ambito del giudizio di cassazione. Ne’ valgono ad ampliare i margini del sindacato di legittimità sulla misura dell’indennizzo erogato i richiami ai precedenti della Corte EDU operati in ricorso, precedenti evidentemente ispirati dalla finalità di tutela dell’interesse delle parti che in essi si ravvisava leso in correlazione alla peculiarità del caso concreto, e perciò nell’ottica della tutela “parcellizzata” propria della medesima Corte EDU.

1.3. Anche l’allegazione del danno patrimoniale per il finanziamento andato perso (che la Corte di Caltanissetta ha detto essere comunque non provato) è inammissibile. E’ stato infatti già più volte chiarito da questa Corte (Cass. Sez. 1, 17/11/2005, n. 23322; Cass. Sez. 6-2, 18/01/2017, n. 1270; Cass. Sez. 2, 19/05/2017, n. 12696; Cass. Sez. 2, 28/02/2018, n. 4689; Cass. Sez. 2, 08/10/ 2018, n. 24697) che il danno risarcibile per il caso di violazione dell’art. 6, paragrafo 1, della CEDU è diverso da quello connesso al giudizio irragionevolmente lungo, giacché non è rappresentato dalla lesione del bene della vita ivi dedotta, né dal protrarsi di tutti gli effetti sostanziali e processuali propri della domanda giudiziale proposta, identificandosi, invece, nel danno arrecato come conseguenza immediata e diretta, e sulla base di una normale sequenza causale, esclusivamente dal prolungarsi della causa oltre il termine ragionevole.

1.4. Il vizio di “insufficiente e/o omessa motivazione”, nel vigore del testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), introdotto dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, convertito con modifiche nella L. 7 agosto 2012, n. 134, non è più configurabile, restando il sindacato di legittimità sulla motivazione circoscritto alla sola verifica della violazione del “minimo costituzionale” richiesto dall’art. 111 Cost., comma 6, individuabile nelle ipotesi – che si convertono in violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, e danno luogo a nullità della sentenza – di “mancanza della motivazione quale requisito essenziale del provvedimento giurisdizionale”, di “motivazione apparente”, di “manifesta ed irriducibile contraddittorietà” e di “motivazione perplessa od incomprensibile”, al di fuori delle quali il vizio di motivazione può essere dedotto solo per omesso esame di un “fatto storico”.

2. Il secondo motivo di ricorso è inammissibile perché non si riferisce specificamente a tutte le plurime rationes decidendi della statuizione di compensazione delle spese processuali contenute nell’impugnato decreto.

Il giudice del rinvio, cui la causa sia stata rimessa anche per provvedere sulle spese del giudizio di legittimità, si deve attenere al principio della soccombenza applicato all’esito globale del processo, piuttosto che ai diversi gradi del giudizio ed al loro risultato, sicché non deve liquidare le spese con riferimento a ciascuna fase del giudizio, ma, in relazione all’esito finale della lite, può legittimamente pervenire ad un provvedimento di compensazione delle spese, totale o parziale, ovvero, addirittura, condannare la parte vittoriosa nel giudizio di cassazione – e, tuttavia, complessivamente soccombente – al rimborso delle stesse in favore della controparte (Cass. Sez. 1, 09/10/2015, n. 20289).

Ai sensi dell’art. 92 c.p.c., come risultante dalle modifiche introdotte dal D.L. n. 132 del 2014 (qui applicabile ratione temporis) e dalla sentenza n. 77 del 2018 della Corte costituzionale, la compensazione delle spese di lite può essere disposta se vi è soccombenza reciproca, ovvero nell’eventualità di assoluta novità della questione trattata o di mutamento della giurisprudenza rispetto alle questioni dirimenti o nelle ipotesi di sopravvenienze relative a tali questioni e di assoluta incertezza che presentino la stessa, o maggiore, gravità ed eccezionalità delle situazioni tipiche espressamente previste dall’art. 92 c.p.c., comma 2.

Ora, la Corte di Caltanissetta ha motivato la compensazione tra le parti delle spese del giudizio di opposizione e dei due giudizi di cassazione, evidenziando che le pretese dalla IGEA soc. coop. a r.l. sono state accolte in misura largamente inferiore alla domanda iniziale (invero pari ad Euro 36.000,00 per 18 anni di giudizio), che la lite concerneva questioni giuridiche obiettivamente controvertibili, e che sulle alterne pronunce intervenute nel giudizio avevano influito altresì l’errore dell’attrice nella individuazione del Ministero convenuto, nonché la sentenza della Corte costituzionale n. 34 del 2019.

E’ vero che questa Corte ha affermato che nel procedimento d’equa riparazione, ai sensi della L. 24 marzo 2001, n. 89, la liquidazione dell’indennizzo in misura inferiore a quella richiesta dalla parte, per l’applicazione, da parte del giudice, di un moltiplicatore annuo diverso da quello invocato dall’attore, non integra un’ipotesi di accoglimento parziale della domanda che legittima la compensazione delle spese, ai sensi dell’art. 92 c.p.c., comma 2, poiché, in assenza di strumenti di predeterminazione anticipata del danno e del suo ammontare, spetta al giudice individuare in maniera autonoma l’indennizzo dovuto, secondo criteri che sfuggono alla previsione della parte, la quale, nel precisare l’ammontare della somma richiesta a titolo di danno non patrimoniale, non completa il petitum della domanda sotto il profilo quantitativo, ma soltanto sollecita, a prescindere dalle espressioni utilizzate, l’esercizio di un potere ufficioso di liquidazione (Cass. Sez. 6 – 2, 16/07/2015, n. 14976; Cass. Sez. 2, 11/09/2018, n. 22021). Nel caso in esame, però, la domanda di indennizzo nell’importo di Euro 36.000,00 avanzata dalla IGEA soc. coop. a r.l. trovava fondamento non solo nella applicazione di un più elevato moltiplicatore annuo, ma anche nella prospettazione di un periodo eccedente la durata ragionevole, stimato dall’attrice in diciotto anni ed invece riconosciuto dalla Corte d’appello pari tredici anni. Come, pertanto, in ogni altro caso di accoglimento parziale di una domanda di condanna al pagamento di una somma di denaro, ossia di accoglimento per un importo inferiore al richiesto, nella specie, con riferimento a domanda di equa riparazione risultata fondata in rapporto ad una minore durata eccedente il termine ragionevole rispetto a quella pretesa dall’attore, il giudice di merito può correttamente ravvisare una soccombenza reciproca, agli effetti dell’art. 92 c.p.c., comma 2, e perciò compensare le spese di lite, sulla base di valutazione discrezionale, fondata sul principio di causalità, che resta sottratta al sindacato di legittimità (cfr. Cass. Sez. 6-2, 21/07/2020, nn. 15499 e 15500; Cass. Sez. 6 – 2, 24/06/2021, n. 18183).

Sussistendo, pertanto, nella motivazione dell’impugnato decreto il riferimento all’autonoma ragione di compensazione delle spese costituita dalla soccombenza reciproca, è superfluo verificare se fossero altresì integrate le “gravi ed eccezionali ragioni”, ravvisate nell’impugnato decreto con riguardo alle controvertibilità della questione di diritto ed al comportamento processuale della ricorrente.

3. Il ricorso deve pertanto essere dichiarato inammissibile. Non occorre provvedere sulle spese del giudizio di cassazione, in quanto l’intimato Ministero non ha svolto attività difensive.

Essendo il procedimento in esame esente dal pagamento del contributo unificato, non sussistono i presupposti processuali per il versamento – ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, – da parte dei ricorrenti, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per l’impugnazione.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della 6 – 2 Sezione civile della Corte suprema di cassazione, il 12 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 6 dicembre 2021

 

 

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