Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 38461 del 06/12/2021

Cassazione civile sez. VI, 06/12/2021, (ud. 28/09/2021, dep. 06/12/2021), n.38461

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente –

Dott. CIRILLO Francesco Maria – Consigliere –

Dott. VALLE Cristiano – Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – rel. Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 27595/2020 proposto da:

COMUNE DI SCAFATI, elettivamente domiciliato in Roma, presso lo

studio dell’avvocato NICOLA BULTRINI, rappresentato e difeso

dall’avvocato RAFFAELE MARCIANO;

– ricorrente –

contro

C.M.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 97/2020 resa dalla CORTE D’APPELLO DI SALERNO,

depositata il 27/1/2020;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 28/09/2021 dal Consigliere Relatore Dott. MARCO

DELL’UTRI.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

con sentenza resa in data 27/1/2020 (n. 97/2020), la Corte d’appello di Salerno, in accoglimento dell’appello proposto da C.M., e in riforma della decisione di primo grado, ha condannato il Comune di Scafati al risarcimento, in favore della C., dei danni da quest’ultima subiti a seguito di una caduta verificatasi su una strada posta all’interno dell’ambito territoriale dell’amministrazione comunale convenuta;

a fondamento della decisione assunta, la corte territoriale ha accertato la riconducibilità del fatto dannoso dedotto in giudizio alla responsabilità del Comune di Scafati, rilevando come la condotta disattenta tenuta dalla C. nel transitare sulla sede stradale non fosse giunta al punto di determinare l’integrale risoluzione del nesso di causalità tra il carattere insidioso della conformazione stradale e il danno subito dall’originaria attrice, limitandosi unicamente a incidere sulla riducibilità dell’importo risarcitorio;

avverso la sentenza d’appello, il Comune di Scafati propone ricorso per cassazione sulla base di due motivi d’impugnazione;

C.M. non ha svolto difese in questa sede;

a seguito della fissazione della camera di consiglio, la causa è stata trattenuta in decisione all’odierna adunanza camerale, sulla proposta di definizione del relatore emessa ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO

Che:

con i due motivi d’impugnazione proposti, il Comune ricorrente censura la sentenza impugnata per violazione degli artt. 2051 e 1227 c.c., nonché per vizio di motivazione (in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4), per avere la corte d’appello erroneamente applicato l’art. 2051 c.c. nella parte in cui impone di individuare, nel comportamento colposo del danneggiato (come nella specie espressamente riconosciuto in capo alla C.), un fattore idoneo a escludere del tutto il nesso eziologico tra la conformazione della cosa astrattamente fonte di insidia e il danno dedotto in giudizio, e per aver erroneamente ritenuto applicabile, al caso di specie, il dettato dell’art. 1227 c.c., ad esito di un discorso giustificativo del tutto illogico e contraddittorio;

i due motivi devono ritenersi, nel loro complesso, manifestamente infondati;

osserva il Collegio come, secondo il consolidato insegnamento della giurisprudenza di questa Corte, in tema di responsabilità civile per danni da cose in custodia, la condotta del danneggiato, che entri in interazione con la cosa, si atteggia diversamente a seconda del grado di incidenza causale sull’evento dannoso, in applicazione – anche ufficiosa – dell’art. 1227 c.c., comma 1, richiedendo una valutazione che tenga conto del dovere generale di ragionevole cautela, riconducibile al principio di solidarietà espresso dall’art. 2 Cost., sicché, quanto più la situazione di possibile danno è suscettibile di essere prevista e superata attraverso l’adozione da parte del danneggiato delle cautele normalmente attese e prevedibili in rapporto alle circostanze, tanto più incidente deve considerarsi l’efficienza causale del comportamento imprudente del medesimo nel dinamismo causale del danno, fino a rendere possibile che detto comportamento interrompa il nesso eziologico tra fatto ed evento dannoso, quando sia da escludere che lo stesso comportamento costituisca un’evenienza ragionevole o accettabile secondo un criterio probabilistico di regolarità causale, connotandosi, invece, per l’esclusiva efficienza causale nella produzione del sinistro (v. Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 17873 del 27/08/2020, Rv. 658754 – 01; Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 9315 del 03/04/2019 Rv. 653609 – 01; Sez. 3, Ordinanza n. 2480 del 01/02/2018, Rv. 647934 – 01);

nel caso di specie, la corte territoriale risulta essersi correttamente allineata al richiamato insegnamento della giurisprudenza di legittimità, avendo la stessa affermato – una volta riconosciuta l’attribuibi-lità, al contegno stradale della C., di un significativo coefficiente di responsabilità colposa nella produzione dell’evento dannoso – come detto contegno stradale della danneggiata non arrivasse in ogni caso al punto da assumere un’incidenza causale esclusiva e determinante nella produzione del sinistro, dovendo rilevarsi la persistente responsabilità dell’amministrazione comunale convenuta per i danni dedotti in giudizio, sia pure nei termini di una minore incidenza causale;

ciò posto, con la proposizione del motivo in esame, il Comune ricorrente – lungi dal denunciare l’erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata dalle norme di legge richiamate – risulta essersi sostanzialmente limitato ad allegare un’erronea ricognizione, da parte del giudice a quo, della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa: operazione che non attiene all’esatta interpretazione della norma di legge, inerendo bensì alla tipica valutazione del giudice di merito, la cui censura è possibile, in sede di legittimità, unicamente sotto l’aspetto del vizio di motivazione (cfr., ex plurimis, Sez. L, Sentenza n. 7394 del 26/03/2010, Rv. 612745; Sez. 5, Sentenza n. 26110 del 30/12/2015, Rv. 638171), neppure coinvolgendo, la prospettazione critica del ricorrente, l’eventuale falsa applicazione delle norme richiamate sotto il profilo dell’erronea sussunzione giuridica di un fatto in sé incontroverso, insistendo propriamente lo stesso nella prospettazione di una diversa ricostruzione dei fatti di causa rispetto a quanto operato dal giudice a quo e, segnatamente, nella rivendicazione di una pretesa incidenza eziologica esclusiva del comportamento della danneggiata nella causazione del sinistro;

in tal senso, al di là del formale richiamo, contenuto nell’epigrafe del motivo d’impugnazione in esame, al vizio di violazione e falsa applicazione di legge, l’ubi consistam delle censure sollevate dall’odierno Comune ricorrente deve piuttosto individuarsi nella negata congruità dell’interpretazione fornita dalla corte territoriale del contenuto rappresentativo degli elementi di prova complessivamente acquisiti o dei fatti di causa;

si tratta, come appare manifesto, di un’argomentazione critica con evidenza diretta a censurare una (tipica) erronea ricognizione della fattispecie concreta, di necessità mediata dalla contestata valutazione delle risultanze probatorie di causa; e pertanto di una tipica censura diretta a denunciare il vizio di motivazione in cui sarebbe incorso il provvedimento impugnato;

ciò posto, il motivo d’impugnazione così formulato deve ritenersi inammissibile, non essendo consentito alla parte censurare come violazione di norma di diritto, e non come vizio di motivazione, un errore in cui si assume che sia incorso il giudice di merito nella ricostruzione di un fatto giuridicamente rilevante sul quale la sentenza doveva pronunciarsi, non potendo ritenersi neppure soddisfatti i requisiti minimi previsti dall’art. 360 c.p.c., n. 5 ai fini del controllo della legittimità della motivazione nella prospettiva dell’omesso esame di fatti decisivi controversi tra le parti;

manifestamente infondata deve, inoltre, ritenersi la censura avanzata dal Comune ricorrente con riguardo alla pretesa illegittimità della motivazione dettata nella sentenza impugnata, per l’asserita irriducibile contraddittorietà che la connoterebbe;

al riguardo, varrà considerare come il difetto del requisito della motivazione si configuri, alternativamente, nel caso in cui la stessa manchi integralmente come parte del documento/sentenza (nel senso che alla premessa dell’oggetto del decidere, siccome risultante dallo svolgimento processuale, segua l’enunciazione della decisione senza alcuna argomentazione), ovvero nei casi in cui la motivazione, pur formalmente comparendo come parte del documento, risulti articolata in termini talmente contraddittori o incongrui da non consentire in nessun modo di individuarla, ossia di riconoscerla alla stregua della corrispondente giustificazione del decisum;

infatti, secondo il consolidato insegnamento della giurisprudenza di questa Corte, la mancanza di motivazione, quale causa di nullità della sentenza, va apprezzata, tanto nei casi di sua radicale carenza, quanto nelle evenienze in cui la stessa si dipani in forme del tutto inidonee a rivelare la ratio decidendi posta a fondamento dell’atto, poiché intessuta di argomentazioni fra loro logicamente inconciliabili, perplesse od obiettivamente incomprensibili;

in ogni caso, si richiede che tali vizi emergano dal testo del provvedimento, restando esclusa la rilevanza di un’eventuale verifica condotta sulla sufficienza della motivazione medesima rispetto ai contenuti delle risultanze probatorie (ex plurimis, Sez. 3, Sentenza n. 20112 del 18/09/2009, Rv. 609353 – 01);

ciò posto, nel caso di specie, è appena il caso di rilevare come la motivazione dettata dalla corte territoriale a fondamento della decisione impugnata sia, non solo esistente, bensì anche articolata in modo tale da permettere di ricostruirne e comprenderne agevolmente il percorso logico, avendo la corte d’appello dato conto, in termini lineari e logicamente coerenti, dei contenuti ascrivibili alle fonti di prova esaminate e del grado della relativa attendibilità sulla base di criteri interpretativi e valutativi dotati di piena ragionevolezza e congruità logica;

l’iter argomentativo compendiato dal giudice a quo sulla base di tali premesse è pertanto valso a integrare gli estremi di un discorso giustificativo logicamente lineare e comprensibile, elaborato nel pieno rispetto dei canoni di correttezza giuridica e di congruità logica, come tale del tutto idoneo a sottrarsi alle censure in questa sede illustrate dal ricorrente;

sulla base di tali premesse, rilevata la complessiva manifesta infondatezza delle doglianze esaminate, dev’essere pronunciato il rigetto del ricorso;

non vi è luogo per l’adozione di alcuna statuizione in ordine alla regolazione delle spese del presente giudizio di legittimità, non avendo la parte intimata svolto difese in questa sede;

dev’essere, viceversa, attestata la sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del Comune ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso.

Dichiara la sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sesta Sezione Civile – 3, della Corte Suprema di Cassazione, il 28 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 6 dicembre 2021

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