Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 38360 del 03/12/2021

Cassazione civile sez. II, 03/12/2021, (ud. 14/10/2021, dep. 03/12/2021), n.38360

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GORJAN Sergio – Presidente –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. BERTUZZI Mario – Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. BESSO MARCHEIS Chiara – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 1991/2017 R.G. proposto da:

L.A., rappresentato e difeso dall’avv. Giovanni

Tripodi, elettivamente domiciliato in Roma, Circonvallazione Clodia

n. 5;

– ricorrente-

contro

B.F., rappresentata e difesa dall’avv. Giovanni Rabacchi e

dall’avv. Carlantonio Nardi, elettivamente domiciliata in Roma,

Viale delle Milizie n. 38;

– controricorrente –

e

L.F.;

– intimato –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Roma n. 7045/2016,

depositata in data 22.11.2016.

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del giorno

14.10.2021 dal Consigliere Fortunato Giuseppe.

 

Fatto

RAGIONI IN FATTO E IN DIRITTO DELLA DECISIONE

1. B.F. ha adito il tribunale di Roma, esponendo che l’ex marito L.F. era debitore, nei suoi confronti, di un rilevante importo a titolo di mantenimento e che, per sottrarre i beni ad un’eventuale esecuzione forzata, il convenuto aveva apparentemente alienato, con atto del 12.3.2001, al nipote A. l’immobile sito in (OMISSIS).

Ha chiesto di dichiarare la simulazione assoluta del contratto o, in subordine, di revocare la vendita ai sensi dell’art. 2901 c.c., regolando le spese.

F. e L.A. si sono costituiti, resistendo alla domanda.

In pendenza di causa L.A. ha proposto ricorso ex art. 702 bis c.p.c., per ottenere da B.F. il rilascio dell’immobile. Esaurita l’istruttoria, il tribunale ha respinto la domanda di simulazione e ha accolto l’azione revocatoria ordinaria, introdotta in via subordinata, dichiarando inefficace l’atto di trasferimento. Con ordinanza ex art. 702 ter c.p.c. ha poi ordinato a B.F. di rilasciare l’immobile.

L.A. ha proposto appello, chiedendo inoltre il rilascio urgente dell’immobile con ricorso ex art. 700 c.p.vc., respinto dalla Corte capitolina che, disposta la riunione del giudizio di impugnazione autonomamente instaurato dalla B., ha riformato la decisione di primo grado, dichiarando la simulazione assoluta della vendita, respingendo definitivamente l’azione di rilascio dell’immobile e regolando le spese di entrambi i gradi di giudizio.

Secondo la pronuncia, la B., nonostante l’avvento accoglimento della domanda di revocatoria, aveva interesse a far accertare la simulazione assoluta del contratto di trasferimento, potendo avvalersi della sentenza per paralizzare la richiesta di rilascio avanzata da L.A..

Nel merito ha rilevato che L.F. aveva reso dichiarazioni confessorie, riconoscendo di aver simulato la vendita per evitare che l’immobile fosse sottoposto ad esecuzione. Ha infine liquidato in Euro 20.000 per il giudizio di cognizione sommaria, Lire 20.000 per il giudizio ordinario di primo grado ed Euro 19.000,00 per l’appello, ponendone l’onere a carico di F. ed L.A..

La cassazione della sentenza è chiesta da L.A. con ricorso in 4 motivi, illustrati con memoria, cui B.F. resiste con controricorso. L.F. non ha svolto difese.

1. Il primo motivo denuncia la violazione degli artt. 1415 c.c., comma 2, art. 1416 c.c. e art. 100 c.p.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 sostenendo che, avendo la B. ottenuto in primo grado la revocatoria dell’atto di vendita, non aveva interesse anche ad ottenere la pronuncia di simulazione.

Il motivo è infondato.

La Corte distrettuale ha chiarito che la B. aveva interesse ad ottenere la pronuncia di simulazione assoluta della vendita, poiché che l’accoglimento della revocatoria, non incidendo sull’efficacia del trasferimento immobiliare, non faceva venir meno l’acquisto di L.A., il quale avrebbe avuto titolo per ottenere il rilascio dell’immobile ai danni dell’attrice.

Va in realtà precisato che – in linea generale – l’accoglimento di una domanda subordinata non osta alla proposizione dell’impugnazione dei capi di pronuncia relativi alle domande introdotte in via principale (Cass. 8674/2017).

L’interesse all’impugnazione, quale manifestazione del generale interesse ad agire, di cui all’art. 100 c.p.c., è costituito dalla soccombenza rispetto alla domanda proposta e pertanto anche il creditore del simulato alienante, che abbia proposto in via principale l’azione di simulazione ed in via subordinata l’azione revocatoria e che, pur vittorioso rispetto a quest’ultima, sia rimasto soccombente rispetto alla prima, può appellare la sentenza del primo giudice nella parte relativa al rigetto della domanda principale, stante la più penetrante tutela offerta da quest’ultima azione, a causa dell’effetto restitutorio del bene nel patrimonio del simulato alienante che ne consegue (Cass. 3410/1978; Cass. 10909/2010).

L’impugnazione era quindi ammissibile, essendo sorretta da un interesse attuale e concreto alla riforma della prima decisione e all’accoglimento della domanda principale.

3. Con il secondo motivo, con cui si denuncia la violazione degli artt. 2730 e 2735 c.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Il ricorrente si duole che la Corte d’appello abbia ravvisato nella dichiarazione del 15.4.2010, resa da L.F., una confessione stragiudiziale della simulazione della vendita, sebbene difettasse la consapevolezza del dichiarante di affermare fatti a sé sfavorevoli.

La presunta confessione era stata resa a distanza di nove anni dal contratto, dopo che il L. aveva incassato il corrispettivo del trasferimento e si era disinteressato del bene, con effetto di fargli riacquistare l’immobile, senza patire alcun pregiudizio.

Il motivo è infondato.

E’ incensurabile l’accertamento, adeguatamente motivato ed esente da vizi logici e giuridici, col quale il giudice di merito ha ammesso l’esistenza di una confessione stragiudiziale (Cass. 3698/2020; Cass. 2048/2019; Cass. 5330/2003).

Essendo la vendita simulata, nessun corrispettivo aveva – in effetti – percepito il simulato alienante, né aveva dismesso la titolarità del bene, avendo interesse che non fosse ricompreso nella garanzia generica costituita dall’intero patrimonio del dichiarante, non avendo alcun rilievo il mancato utilizzo dell’immobile da parte di quest’ultimo.

L’elemento soggettivo della confessione era difatti integrato dalla consapevolezza che, una volta ammessa la simulazione assoluta, il bene sarebbe stato aggredibile in via esecutiva, tale essendo l’effetto sfavorevole, di cui era pienamente consapevole il convenuto, delle dichiarazioni rese stragiudizialmente (Cass. 19165/2005; Cass. 23495/2010).

4. Il terzo motivo deduce l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della causa, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

La Corte di appello avrebbe omesso di valutare le molteplici circostanze oggettive, acquisite al processo, che comprovavano l’infondatezza della domanda e che inficiavano la stessa valenza probatoria delle dichiarazioni di L.F., non essendo stata prodotta in giudizio neppure la controdichiarazione scritta attestante l’avvenuta simulazione del contratto.

Era provato – in particolare – che L.E., padre di L.A., aveva chiesto ed ottenuto l’anticipazione della dotazione mutuataria, sul fondo patrimoniale complementare a contribuzione, per procedere all’acquisto della casa in favore del figlio e l’atto di vendita recava anche la quietanza di pagamento, a riprova dell’avvenuto pagamento del prezzo mediante assegni bancari.

Il motivo è infondato.

La prova della simulazione assoluta della vendita poteva derivare dalla confessione del convenuto.

Per il disposto dell’art. 1417 c.c. le limitazioni di prova della simulazione per i contraenti concernono la prova per testimoni e quella per presunzioni, sempreché non si tratti di far valere l’illiceità del contratto dissimulato, nel qual caso la prova anzidetta è ammessa senza limiti, come nel caso di domanda proposta dai terzi. La limitazione della prova testimoniale non osta – però all’ammissibilità della confessione, sempre che – qualora il presunto contratto simulato sia soggetto alla forma scritta ad substantiam si discuta di simulazione assoluta, dovendosi in tal caso dimostrare l’inesistenza stessa del negozio tra le parti (Cass. 13584/1991; Cass. 15582/1991; Cass. 1011/1992; Cass. 3869/2004; Cass. 8804/2018).

Non occorreva, dunque, l’acquisizione della controdichiarazione scritta, essendo inoltre irrilevante la quietanza contenuta nella scrittura di vendita, atteso che l’accertamento della simulazione assoluta aveva privato di effetti l’intero contenuto del documento contrattuale e che detta dichiarazione, seppur contenuta nel rogito, non ha valore vincolante nei confronti del creditore di una delle parti che abbia proposto azione diretta a far valere la simulazione dell’alienazione, poiché questi è terzo rispetto ai soggetti contraenti (Cass. 29540/2018; Cass. 22454/2014; Cass. 11372/2005).

In presenza di una prova legale – quale la confessione stragiudiziale, resa alle parti – il giudice era inoltre vincolato a ritenere provato il fatto confessato, non potendo tener conto degli eventuali elementi contrari, né ammettere eventuali prove volte a confutare i fatti confessati, fatta salva l’impugnazione della confessione (Cass. 3293/1973; Cass. 3975/2001).

La confessione supera tutte le prove contrarie derivanti da testimonianze, presunzioni e documenti, e, per tale sua particolare efficacia, deve essere valutata obbiettivamente, in sé e per sé, non potendosi prendere in considerazione le altre emergenze processuali (Cass. 1951/1975).

5. Il quarto motivo denuncia la violazione del D.M. n. 55 del 2014 e l’omesso esame di un fatto decisivo, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, lamentando che, nel regolare le spese di entrambi i gradi di causa, la Corte abbia – del tutto immotivatamente – liquidato importi eccedenti i massimi tabellari.

Il motivo è inammissibile.

La violazione dei valori massimi ex D.M. n. 55 del 2014 è genericamente allegata senza alcuna specificazione delle voci e gli importi erroneamente calcolati dal giudice di merito, non essendo sufficiente il semplice riferimento a prestazioni che sarebbero state quantificate in eccesso (Cass. 30716/2017; Cass. 21791/2015; Cass. 18086/2009).

In ogni caso, l’esame della pronuncia mostra il giudice distrettuale abbia individuato il valore della causa nel prezzo dichiarato in contratto (Lire 450.000.000), ed abbia applicato i valori tabellari dello scaglione tra Euro 52.000,00 ed Euro 260.000.

La liquidazione ha riguardato: a) il giudizio sommario di cognizione proposto da L.A.; b) il giudizio ordinario proposto da B.F. per la declaratoria di simulazione e la revocatoria della vendita; c) il ricorso ex art. 700 c.p.c. proposto in secondo grado dal L. per ottenere il rilascio urgente dell’immobile; d) l’istanza di sospensiva dell’efficacia della sentenza di primo grado; e) i due gravami proposti autonomamente dalle parti.

Le spese relative ai singoli procedimenti (Euro 20.000,00 per il giudizio di cognizione, Euro 20.000,00 per il giudizio di simulazione ed Euro 19.000 per l’appello) non eccedono i valori tabellari massimi (che risultano pari, rispettivamente ad Euro 25.254,00 per il primo grado ed in Euro 25.367,00 per l’appello), risultando incensurabile (non essendo, in realtà, neppure specificamente censurata) – dato il descritto iter processuale – anche la presupposta valutazione di complessità della lite, della gravosità dell’impegno profuso etc., effettuata dal giudice di merito.

Il ricorso è pertanto respinto, con regolazione delle spese processuali in dispositivo.

Si dà atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

PQM

rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali, pari ad Euro 200,00 per esborsi, ed Euro 5800,00 per compensi, oltre ad iva, c.p.a. e rimborso forfettario delle spese generali, in misura del 15%.

Dà atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma del art. 13, comma 1-quater comma 1-bis dello stesso art. 13, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Seconda sezione civile, il 14 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 3 dicembre 2021

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