Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 38354 del 03/12/2021

Cassazione civile sez. II, 03/12/2021, (ud. 14/07/2021, dep. 03/12/2021), n.38354

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ORILIA Lorenzo – Presidente –

Dott. CARRATO Aldo – Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – Consigliere –

Dott. BESSO MARCHEIS Chiara – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 23729-2016 proposto da:

T.R.P., T.S.M., T.C.,

TA.GI., rappresentati e difesi dall’avvocato GIULIANO TAVERA,

giusta delega in atti;

– ricorrenti –

contro

C.M.V., C.A.F., AGED S.S. DI M.S.

& C., in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliati in ROMA, VIA A. VALLISNERI, 11, presso lo

studio dell’avvocato CHIARA PACIFICI, che li rappresenta e difende

unitamente agli avvocati ANTONIO GIUA, PIETRO ANGELO GIUA, giusta

delega in atti;

– controricorrenti e ricorrenti incidentali –

Nonché da:

avverso la sentenza n. 85/2016 della CORTE D’APPELLO DI CAGLIARI,

SEZIONE DISTACCATA DI SASSARI, depositata il 29/02/2016;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

14/07/2021 dal Consigliere GRASSO GIUSEPPE.

 

Fatto

FATTO E DIRITTO

La Corte osserva:

C.M.V., C.A.F. e la s.r.l. AGED (poi AGED s.l. di M.S. & C.) convennero in giudizio T.A. e T.G.. Gli attori, proprietari di un complesso immobiliare, costituente, nel suo insieme, villa unifamiliare, lamentavano, per quel che qui ancora rileva, che: i convenuti, tra il 1970 e il 1971, avevano costruito un edificio posto a distanza non regolamentare, poiché a quattro metri dall’autorimessa attorea; nel 1991 costoro avevano aumentato illegalmente la volumetria della soffitta dal lato sud, costruendo una sopraelevazione con finestra; realizzato una terrazza e una porta, oltre a una scala; nel 2002, demolendo il tetto, avevano realizzato una sopraelevazione sulla parte confinante con la loro proprietà, che aveva dato vita a una stanza, una porta e un’ampia terrazza, che permetteva l’affaccio sulla proprietà degli esponenti.

I convenuti, sempre per quel che qui residua d’utilità, cepito il diritto a mantenere il loro immobile siccome si trovava acquisito per usucapione, nonché la conformità a legge delle opere; lamentavano che gli attori, nel 1983, avevano edificato un locale di ampliamento all’autorimessa, sopraelevando il muro di confine di circa due metri e sopraelevando, altresì, la copertura della preesistente autorimessa; costruendo, inoltre, un collegamento tra l’edificio principale e la terrazza di copertura del nuovo manufatto, il tutto in violazione delle norme regolanti le distanze fra edifici e dell’art. 905 c.p.c..

L’adito Tribunale rigettava tutte le domande.

La Corte d’appello di Cagliari, Sezione distaccata di Sassari, parzialmente accolta l’impugnazione principale dei primigeni attori e rigettata quella incidentale, in parziale riforma della decisione di primo grado, condannò T.A. e Ta.Gi. a “ridurre in pristino mediante eliminazione del manufatto (locale sgombero e locale lavanderia) costruito a distanza irregolare”.

Deceduto T.A., gli eredi Ta.Gi., T.R.P., T.S.M. e T.C. propongono ricorso avverso la sentenza d’appello, sulla base di due motivi.

C.M.V., C.A.F. e AGED s.s. di M.S. & C. resistono con controricorso, in seno al quale propongono ricorso incidentale, sulla base di cinque motivi. I controricorrenti hanno depositato memoria illustrativa.

Con il primo motivo i ricorrenti principali denunziano la nullità della ctu, per violazione degli artt. 194 e 195 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4.

In sintesi lamentano che il ctu non aveva considerato che il garage, pur tenuto conto del cordolo posto all’apice di esso, non superava i tre metri, “ragione per cui detto manufatto, ai fini delle misurazioni delle distanze, non risulta essere corpo di fabbricato”, con l’ulteriore conseguenza che le distanze legali risultavano essere state rispettate.

La doglianza risulta manifestamente priva di fondamento.

Il garage è costruzione e il muro di cinta ne costituisce parte, come aveva spiegato la Corte d’appello, con apprezzamento in fatto non censurabile.

Questa Corte ha avuto modo di reiteratamente chiarire che in tema di distanze legali, esiste, ai sensi dell’art. 873 c.c., una nozione unica di costruzione, consistente in qualsiasi opera non completamente interrata avente i caratteri della solidità ed immobilizzazione rispetto al suolo, indipendentemente dalla tecnica costruttiva adoperata. I regolamenti comunali, pertanto, essendo norme secondarie, non possono modificare tale nozione codicistica, sia pure al limitato fine del computo delle distanze legali, poiché il rinvio contenuto nella seconda parte dell’art. 873 c.c. ai regolamenti locali è circoscritto alla sola facoltà di stabilire una distanza maggiore (Sez. 2, n. 23843, 2/10/2018, Rv. 650629; inoltre, ex multis, Cass. nn. 5116/1998, 7067/1992).

Il muro facente parte della costruzione adibita a garage non può qualificarsi come di cinta. Si e’, infatti, osservato che l’esenzione dal rispetto delle distanze tra costruzioni, prevista dall’art. 878 c.c., si applica sia ai muri di cinta, qualificati dalla destinazione alla recinzione di una determinata proprietà, dall’altezza non superiore a tre metri, dall’emersione dal suolo nonché dall’isolamento di entrambe le facce da altre costruzioni, sia ai manufatti che, pur carenti di alcuni di tali requisiti, siano comunque idonei a delimitare un fondo ed abbiano ugualmente la funzione e l’utilità di demarcare la linea di confine e di recingere il fondo (Sez. 2, n. 26713, 24/11/2020, Rv. 659725; in senso conforme, ex multis, Cass. nn. 30137/2015 e 8671/2001).

Correttamente, infine, la sentenza spiega che i regolamenti locali, come si è sopra ricordato, possono solo aumentare le distanze tra costruzioni ma non possono disporre cosa debba intendersi per costruzione (Cass. nn. 23843/2018, 144/2016, 19530/2005).

Con il secondo motivo i ricorrenti deducono l’omesso esame di un fatto controverso e decisivo, “in relazione agli artt. 115 e 116 c.p.c. e in violazione dell’art. 111 Cost., comma 6”.

Secondo l’assunto impugnatorio la Corte locale aveva errato a giudicare trascorso oltre un ventennio dalla realizzazione da parte dei C. dell’innalzamento del muro di confine oltre i tre metri e la realizzazione di nuovi locali adibiti ad abitazione, nonché di una passerella, con veduta. Diversamente si sarebbe dovuto opinare sulla base dei fotogrammi che riproducevano i lavori in corso, risalenti al 13/8/1983, e dalla richiesta di abitabilità del 1986, che la sentenza aveva reputato non probatoriamente utile, poiché afferente all’abitazione, in contrasto con quanto affermato nel documento rilasciato dal competente ufficio comunale, che dava atto che i lavori erano iniziati l’11/7/1980 e si erano conclusi il 26/6/1986.

La doglianza non supera il vaglio d’ammissibilità.

Il motivo propone un improprio riesame probatorio, alternativo a quello effettuato dalla Corte di merito (si veda in ispecie la pag. 8 della sentenza impugnata). Nella sostanza, peraltro neppure efficacemente dissimulata, la doglianza investe inammissibilmente l’apprezzamento delle prove effettuato dal giudice del merito, in questa sede non sindacabile, neppure attraverso l’escamotage dell’evocazione dell’art. 116, c.p.c., in quanto, come noto, una questione di violazione o di falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., non può porsi per una erronea valutazione del materiale istruttorio compiuta dal giudice di merito, ma, rispettivamente, solo allorché si alleghi che quest’ultimo abbia posto a base della decisione prove non dedotte dalle parti, ovvero disposte d’ufficio al di fuori dei limiti legali, o abbia disatteso, valutandole secondo il suo prudente apprezzamento, delle prove legali, ovvero abbia considerato come facenti piena prova, recependoli senza apprezzamento critico, elementi di prova soggetti invece a valutazione (cfr., da ultimo, Sez. 6-1, n. 27000, 27/12/2016, Rv. 642299).

Quanto al lamentato omesso esame di documenti va, inoltre, rilevata la insanabile aspecificità della critica, non avendo i ricorrenti chiarito il dove e il quando i documenti evocati siano stati dibattuti in giudizio e avendo omesso, di riportarli in ricorso (S.U., n. 8053, 7/4/2014, Rv. 629831).

Infine, la denunzia di violazione di norme costituzionali, a voler prescindere da quel che s’e’ già detto, è inammissibile, stante che la violazione di esse non può essere prospettata direttamente come motivo di ricorso per cassazione ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in quanto il contrasto tra la decisione impugnata e i parametri costituzionali, realizzandosi sempre per il tramite dell’applicazione di una norma di legge, deve essere portato ad emersione mediante l’eccezione di illegittimità costituzionale della norma applicata (di recente, Sez. 5, n. 15879, 15/6/2018, Rv. 649017; conf. n. 3709/2014).

Con il primo motivo i ricorrenti incidentali denunziano violazione o falsa applicazione degli artt. 1362 e segg., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3.

Secondo l’assunto la Corte di Sassari aveva omesso d’interpretare o, comunque, malamente interpretato un contratto del 30/12/1969, che confermava preliminare del 12/4/1969. In particolare la sentenza d’appello, pur dissentendo dal Tribunale, il quale aveva ritenuto che nessuna obbligazione risultava essere stata assunta dai convenuti, aveva, tuttavia, sbrigativamente “fatto riferimento solo ad una delle clausole contrattuali (quella relativa alla distanza fra nuova costruzione dei Trova e abitazione dei C.) e non, invece, alle altre e più significative e decisive ai fini dell’individuazione della comune intenzione”.

La critica non supera lo scrutinio d’ammissibilità.

La censura è aspecifica sotto il profilo del difetto di autosufficienza, non essendo stati prodotti il preliminare e il definitivo di cui si dice e di cui in questa sede nulla è dato sapere.

Inoltre, la Corte locale fa corretta applicazione del principio di diritto più volte enunciato da questa Corte sull’inderogabilità pattizia delle distanze stabilite dai regolamenti locali (Cass. nn. 237/2000, 975/2010, 26270/2018).

Con il secondo motivo i ricorrenti incidentali deducono violazione o falsa applicazione degli artt. 872 e segg., 1058, 1067, 1079 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3.

Lamentano i ricorrenti, con un primo profilo di doglianza, che la Corte locale aveva errato nell’accogliere solo in parte la domanda relativa alla violazione delle distanze, disattendendo la domanda relativamente al “parapetto ricavato dall’eliminazione della tettoia di copertura, e quella parte di parapetto, in prosecuzione, in quanto sopraelevazione del muro di confine posto a distanza di mt. 3,31”.

Il profilo sopra sintetizzato merita di essere accolto.

La Corte d’appello ha erroneamente escluso dal calcolo delle distanze il muro in sopraelevazione e il nuovo parapetto, assumendo che ciò non avesse comportato “modificazione del perimetro dell’edificio”. L’errore consiste nel non avere considerato che l’intervento aveva procurato un maggior ingombro volumetrico e la statuizione si pone in contrasto con la giurisprudenza di legittimità in materia di muro in sopraelevazione. In puntuali termini si è chiarito che il muro di cinta, da non considerare per il computo delle distanze nelle costruzioni, ai sensi dell’art. 878 c.c., è solo quello con facce emergenti dal suolo che, essendo destinato alla demarcazione della linea di confine ed alla separazione dei fondi, si presenti separato da ogni altra costruzione e, pertanto, esula da tale nozione il muro eretto in sopraelevazione di un fabbricato, a delimitazione di una terrazza di copertura di questo, posto che un simile manufatto non si configura separato dall’edificio cui inerisce e resta nel medesimo incorporato (Sez. 2, n. 8922, 6/4/2017, Rv. 643545; conf., ex multis, Cass. nn. 1083/1996, 21059/2009, 4742/2014) e si ulteriormente specificato che la sopraelevazione, anche se di ridotte dimensioni, comporta sempre un aumento della volumetria e della superficie di ingombro e va, pertanto, considerata a tutti gli effetti, e, quindi, anche per la disciplina delle distanze, come nuova costruzione (Sez. 3, n. 15732 del 15/06/2018, Rv. 649409).

Il secondo profilo con il quale viene lamentato errore interpretativo della convenzione contenuta in un negozio del 30/12/1969, avuto riguardo a una “servitù di panorama”, è inammissibile per difetto di specificità, per difetto di autosufficienza, non essendo stato prodotto il contratto in questa sede.

Il terzo motivo, con il quale i ricorrenti incidentali lamentano violazione o falsa applicazione dell’art. 1226 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, per non essere stato loro riconosciuto il risarcimento del danno, sia pure in via equitativa, il quarto motivo, con il quale denunziano violazione o falsa applicazione dell’art. 345 c.p.c., assumendo che la censura esposta dai Trova in appello, a riguardo della natura del muro di cinta, avrebbe dovuto giudicarsi inammissibilEperché nuova e il quinto motivo, con il quale deducono violazione degli artt. 112 e 132 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4, per non avere, in definitiva, la sentenza d’appello accolto le loro domande (ora ipotizzando l’omessa pronuncia, ora l’omesso esame) restano assorbiti dal vaglio degli altri motivi incidentali e principali.

Ciò posto la sentenza impugnata deve essere cassata con rinvio nei limiti di cui sopra in motivazione, con rimessione al Giudice del rinvio anche del regolamento delle spese del presente giudizio di legittimità.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater (inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17) applicabile ratione temporis (essendo stato il ricorso proposto successivamente al 30 gennaio 2013), si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte dei ricorrenti principali di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

P.Q.M.

accoglie il secondo motivo del ricorso incidentale nei sensi di cui in motivazione, nel resto dichiarato inammissibile; dichiara inammissibile il primo motivo e assorbiti gli altri; rigetta il ricorso principale; cassa e rinvia, in relazione al profilo del motivo incidentale accolto, alla Corte d’appello di Cagliari, anche per il regolamento delle spese del giudizio di legittimità;

ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater (inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17), si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte dei ricorrenti principali di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 14 luglio 2021.

Depositato in Cancelleria il 3 dicembre 2021

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