Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 38303 del 03/12/2021

Cassazione civile sez. VI, 03/12/2021, (ud. 21/09/2021, dep. 03/12/2021), n.38303

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. MELONI Marina – rel. Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 27909-2020 proposto da:

A.C., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA

CHISIMAIO, 29, presso lo studio dell’avvocato MARILENA CARDONE, che

lo rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO (OMISSIS), COMMISSIONE TERRITORIALE PER IL

RICONOSCIMENTO DELLA PROTEZIONE INTERNAZIONALE di ROMA;

– intimati –

avverso la sentenza n. 432/2020 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 20/01/2020;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di Consiglio non

partecipata del 21/09/2021 dal Consigliere Relatore Dott. MELONI

MARINA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

La Corte di Appello di Roma con sentenza in data 20/1/2020 ha rigettato l’appello avverso il provvedimento del Tribunale di Roma che a sua volta aveva confermato il rigetto pronunciato dalla Commissione Territoriale per il riconoscimento della Protezione Internazionale di Roma in ordine alle istanze avanzate da A.C. nato in Nigeria in data (OMISSIS), volte, in via gradata, ad ottenere il riconoscimento dello status di rifugiato, del diritto alla protezione sussidiaria ed il riconoscimento del diritto alla protezione umanitaria.

Il richiedente asilo proveniente dalla Nigeria aveva riferito alla Commissione Territoriale per il riconoscimento della Protezione Internazionale di essere fuggito dal proprio paese in quanto alcuni terroristi volevano farlo partecipare ad un attentato ed al suo rifiuto avevano cominciato a perseguitarlo tanto da sparargli ad una gamba. Pertanto aveva deciso di fuggire dal suo paese.

La Corte in particolare ha escluso le condizioni previste per il riconoscimento del diritto al rifugio D.Lgs. n. 251 del 2007 ex artt. 7 e 8, ed i presupposti richiesti dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, per la concessione della protezione sussidiaria, non emergendo elementi idonei a dimostrare il ricorrere di uno stato di violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale nonché una situazione di elevata vulnerabilità individuale. Avverso il ricorrente ha proposto ricorso per cassazione affidato a tre motivi. Il Ministero dell’Interno non ha spiegato difese.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo di ricorso, il ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 4 ed art. 7, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in quanto il giudice territoriale avrebbe dovuto meglio valutare il rischio per il ricorrente di subire persecuzioni o danni gravi senza poter contare sull’aiuto da parte delle autorità locali.

Con il secondo motivo di ricorso, il ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. 28 gennaio 2008, n. 25, art. 8, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, riguardo al mancato esercizio dei poteri istruttori in ordine all’accertamento della situazione oggettiva relativa al Paese di origine e del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, per mancata concessione della protezione sussidiaria in ragione delle condizioni sociopolitiche del paese di origine.

Con il terzo motivo di ricorso il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 e art. 19, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in quanto il giudice territoriale avrebbe dovuto riconoscere la protezione umanitaria al ricorrente a cagione della personale vulnerabilità per gli atti di violenza fisica e psichica che aveva subito anche per il mancato esame dello stato di integrazione raggiunto in Italia dal ricorrente in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn.3 e 5.

Il ricorso è infondato.

Infatti il primo motivo di ricorso lamenta che, come risulta dal provvedimento impugnato, la Corte ha ritenuto che la vicenda riferita era di natura personale mentre in realtà il ricorrente ha lamentato di essere perseguitato dai terroristi. In ogni caso anche non volendo considerare il fatto narrato di natura privata, occorre considerare che in ogni caso il giudice territoriale non è venuto meno al dovere di cooperazione istruttoria in quanto pur avendo ritenuto, a monte, che i fatti lamentati non costituiscano un ostacolo al rimpatrio né integrino un’esposizione seria alla lesione dei diritti fondamentali della persona ha comunque indagato verificando, avvalendosi dei poteri di cooperazione istruttoria officiosa, così come previsto dal D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, sulla base del rapporto internazionale indicato in motivazione e citando le fonti di informazione, che la situazione della Nigeria in generale e quella della zona di provenienza del ricorrente, cioè l’Edo State, non comportano il rischio di un danno grave derivante da violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale sulla base di fonti accreditate ed aggiornate. La censura si risolve quindi in una generica critica del ragionamento logico posto dal giudice di merito a base dell’interpretazione degli elementi probatori del processo e, in sostanza, nella richiesta di una diversa valutazione degli stessi, ipotesi integrante un vizio motivazionale non più proponibile in seguito alla modifica dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, apportata dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, convertito in L. n. 134 del 2012 (v. Cass., sez. un., n. 8053/2014).

In riferimento poi al terzo motivo relativo alla protezione umanitaria, inerente alle situazioni di vulnerabilità riguardanti i diritti umani fondamentali la Corte ha escluso con accertamento di fatto insindacabile in questa sede l’esistenza di una situazione di particolare vulnerabilità del ricorrente e l’inserimento sociale e lavorativo dello straniero non avendo il ricorrente provato di aver trovato un lavoro in Italia, ma nemmeno ha allegato elementi che consentano di stabilire se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile, costitutivo dello statuto della dignità personale, in comparazione con la situazione d’integrazione raggiunta nel paese di accoglienza (Cass. 4455/2018). Il ricorso proposto deve pertanto essere dichiarato inammissibile. Nulla per le spese in assenza di attività difensiva.

PQM

Dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, ricorrono i presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della sesta sezione civile della Corte di Cassazione, il 21 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 3 dicembre 2021

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