Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 38257 del 03/12/2021

Cassazione civile sez. VI, 03/12/2021, (ud. 07/10/2021, dep. 03/12/2021), n.38257

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MOCCI Mauro – Presidente –

Dott. CAPRIOLI Maura – rel. Consigliere –

Dott. LA TORRE Maria Enza – Consigliere –

Dott. DELLI PRISCOLI Lorenzo – Consigliere –

Dott. RAGONESI Vittorio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 18280-2020 proposto da:

L.R., domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR presso la

CANCELLERIA della CORTE di CASSAZIONE, rappresentato e difeso

dall’avvocato MAURIZIO VILLANI;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE – RISCOSSIONE, (C.F. (OMISSIS)), in persona del

Direttore pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI

PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la

rappresenta e difende ope legis;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 3398/22/2019 della COMMISSIONE TRIBUTARIA

REGIONALE della PUGLIA;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non

partecipata del 07/10/2021 dal Consigliere Relatore Dott. MAURA

CAPRIOLI.

 

Fatto

FATTO E DIRITTO

Considerato che:

L.R. propone ricorso per cassazione sulla base di due motivi, illustrato da memoria, avverso la sentenza della CTR della Puglia la quale aveva accolto l’appello dall’Agenzia delle Entrate e della Riscossione nei riguardi della pronuncia della CTP di Lecce che aveva accolto il ricorso del contribuente avente ad oggetto l’impugnativa di 4 intimazioni di pagamento.

Il Giudice di appello aveva circoscritto le questioni oggetto del contendere alla notificazione delle cartelle esattoriali e aveva concluso per la ritualità delle notifiche relative alla terza e quarta dell’intimazione.

Osservava, per quel che riguarda la questione relativa alla decadenza del concessionario dal potere di riscossione, che la stessa, non poteva essere esaminata perché, ritenuta assorbita dai primi giudici, era stata riproposta tardivamente in sede di gravame dal contribuente.

Il ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c., dell’art. 329c.p.c., comma 2, dell’art. 342 c.p.c..

Lamenta, in particolare, che la CTR avrebbe erroneamente ritenuto assorbite le questioni relative alla decadenza dal potere di riscossione e non considerato che la CTP di Lecce si era pronunciata in merito all’avvenuta prescrizione della pretesa tributaria riguardanti le intimazioni di pagamento impugnate dal contribuente.

Aspetto quest’ultimo che, secondo il ricorrente, non sarebbe stato specificamente impugnato dall’appellante.

Con il secondo motivo denuncia il difetto di giurisdizione delle Commissioni tributarie a seguito dell’ordinanza n. 7822/2020 e della sentenza n. 3447/2019 della S.U. Cassazione.

Si sostiene che, una volta accertata la ritualità della notifica delle cartelle, l’accertamento dell’intervenuta causa di estinzione del debito tributario per prescrizione maturata successivamente alla notifica della cartella può essere fatta valere mediante opposizione ex art. 615 c.p.c., avanti al Giudice ordinario.

Si è costituita con controricorso l’Agenzia delle Entrate e della riscossione, la quale ha dato atto che per effetto dell’entrata in vigore della L. n. 136 del 2018, ha emesso un provvedimento di discarico amministrativo per le imposte relative alla cartella (OMISSIS).

Il primo motivo è inammissibile per difetto di specificità.

La CTR ha correttamente rilevato che la questione relativa alla decadenza dal potere di riscossione, in quanto considerata assorbita, avrebbe dovuto essere riproposta dal contribuente vittorioso in primo grado a pena di decadenza nell’atto di controdeduzioni da depositare nel termine previsto per la costituzione in giudizio osservando che, nella specie, l’appellato si era invece costituito tardivamente e quindi detta questione, quantunque sollevata sin dal ricorso introduttivo, doveva ritenersi inammissibile.

Tale passaggio motivazionale conforme all’orientamento giurisprudenziale(2018 n. 1296), non ha formato oggetto di alcuna censura da parte del ricorrente il quale ha incentrato il profilo di censura sulla mancata impugnazione da parte dell’Agenzia della decisione di primo grado in punto prescrizione senza tuttavia produrre la pronuncia in questione o allegarla ma limitandosi a produrre uno stralcio della stessa precludendo in tal modo alla Corte di valutare la fondatezza della doglianza e di consentire il controllo della decisività delle operate deduzioni sulla base del ricorso (Cass. Sez. n. 8077 del 2012; ex plurimis, Cass. n. 13713 del 2015).

Il secondo motivo è parimenti inammissibile per novità della questione.

L’interpretazione dell’art. 37 c.p.c., secondo cui il difetto di giurisdizione “e’ rilevato, anche d’ufficio, in qualunque stato e grado del processo”, deve tenere conto dei principi di economia processuale e di ragionevole durata del processo (“asse portante della nuova lettura della norma”), della progressiva forte assimilazione delle questioni di giurisdizione a quelle di competenza e dell’affievolirsi dell’idea di giurisdizione intesa come espressione della sovranità statale, essendo essa un servizio reso alla collettività con effettività e tempestività, per la realizzazione del diritto della parte ad avere una valida decisione nel merito in tempi ragionevoli.

All’esito della nuova interpretazione della predetta disposizione, volta a delinearne l’ambito applicativo in senso restrittivo e residuale, ne consegue che:

1) il difetto di giurisdizione può essere eccepito dalle parti anche dopo la scadenza del termine previsto dall’art. 38 c.p.c., (non oltre la prima udienza di trattazione), fino a quando la causa non sia stata decisa nel merito in primo grado; 2) la sentenza di primo grado di merito può sempre essere impugnata per difetto di giurisdizione; 3) le sentenze di appello sono impugnabili per difetto di giurisdizione soltanto se sul punto non si sia formato il giudicato esplicito o implicito, operando la relativa preclusione anche per il giudice di legittimità; 4) il giudice può rilevare anche d’ufficio il difetto di giurisdizione fino a quando sul punto non si sia formato il giudicato esplicito o implicito.

In particolare, il giudicato implicito sulla giurisdizione può formarsi tutte le volte che la causa sia stata decisa nel merito, con esclusione per le sole decisioni che non contengano statuizioni che implicano l’affermazione della giurisdizione, come nel caso in cui l’unico tema dibattuto sia stato quello relativo all’ammissibilità della domanda o quando dalla motivazione della sentenza risulti che l’evidenza di una soluzione abbia assorbito ogni altra valutazione (ad es., per manifesta infondatezza della pretesa) ed abbia indotto il giudice a decidere il merito “per saltum”, non rispettando la progressione ‘logica stabilita dal legislatore per la trattazione delle questioni di rito rispetto a quelle di merito. Costituisce dunque principio consolidato che “Il giudicato interno sulla giurisdizione si forma tutte le volte in cui il giudice di primo grado abbia pronunciato nel merito, affermando anche implicitamente la propria giurisdizione, e le parti abbiano prestato acquiescenza a tale statuizione, non impugnando la sentenza sotto questo profilo, sicché non può validamente prospettarsi l’insorgenza sopravvenuta di una questione di giurisdizione all’esito del giudizio di secondo grado, perché tale questione non dipende dall’esito della lite, ma da due invarianti primigenie, costituite dal “petitum” sostanziale della domanda e dal tipo di esercizio di potere giurisdizionale richiesto al giudice. (Vedi Cass. n. 13750 del 2019; Cass. SU n. 10265 del 2018; Cass. n. 28503 del 2017; n. 6966 del 2013; n. 24483 del 2008 e n. 4109 del 2007).

Alla stregua delle considerazioni sopra esposte il ricorso va dichiarato inammissibile.

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano in dispositivo secondo i criteri normativi vigenti.

P.Q.M.

La Corte dichiara l’inammissibilità del ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese di legittimità che si liquidano in complessivi Euro 10.500,00 oltre s.p.a.d.. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello per il ricorso, ove dovuto, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 7 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 3 dicembre 2021

 

 

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