Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3825 del 14/02/2020

Cassazione civile sez. lav., 14/02/2020, (ud. 21/11/2019, dep. 14/02/2020), n.3825

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NOBILE Vittorio – Presidente –

Dott. RAIMONDI Guido – Consigliere –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – rel. Consigliere –

Dott. CIRIELLO Antonella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 10674/-2018 proposto da:

GHIBLI S.R.L., già GHIBLI Società a Responsabilità Limitata

Semplificata, in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA GIOVANNI NICOTERA 29, presso

lo studio dell’Avvocato STEFANO FIORE, rappresentata e difesa

dall’Avvocato LUCA PREVIATI in virtù di delega in atti.

– ricorrente –

contro

K.P., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA PIEMONTE 117,

presso lo studio dell’Avvocato GIULIA PERIN, che lo rappresenta e

difende unitamente agli Avvocati ENRICO BALBO, GUIDO FASANO, giusta

delega in atti.

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 8/2018 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 18/01/2018 R.G.N. 543/2017;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio dal

Consigliere Dott. GUGLIELMO CINQUE.

Fatto

RILEVATO

Che:

1. Il Tribunale di Padova, con la sentenza n. 394 del 2017, ha dichiarato inammissibile l’opposizione proposta dalla GHIBLI srl avverso l’ordinanza sommaria di accoglimento dell’impugnazione del licenziamento proposta da K.P..

2. La Corte di appello di Venezia, per quello che interessa in questa sede, con la pronuncia n. 8 del 2018, ha respinto il reclamo proposto dalla società confermando l’assunto di prime cure, secondo cui l’opposizione era inammissibile perchè depositata il 10.2.2017, in forma cartacea, a fronte di un provvedimento comunicato alle parti il 23.12.2016 con il termine utile per proporre l’opposizione stessa il 23.1.1017 (essendo il 22 gennaio 2017 domenica).

3. I giudici di seconde cure hanno evidenziato, in sintesi, che: a) l’opposizione poteva essere proposta dalla società o con deposito cartaceo ovvero mediante deposito telematico; b) l’invio da parte dell’opponente della pec alla Cancelleria del Tribunale, in data 24.1.2017, con allegato il formato digitale della busta generata dal sistema rappresentava un “ibrido” non sufficiente a sanare la decadenza in cui era incorsa la società; c) il deposito dell’opposizione avvenuto solo il 10.2.2017, con la richiesta di rimessione in termini ex art. 153 c.p.c. (per la dedotta disfunzione ravvisata dal Difensore nella ricezione del messaggio “invalid adress”), era tardivo in quanto, da un lato, la decadenza era imputabile alla parte e, dall’altro, qualora si fosse voluto ritenere che non era imputabile alla parte stessa, quest’ultima non si era attuata immediatamente, una volta a conoscenza della maturata decadenza; d) correttamente, pertanto, il primo giudice aveva valutato come negligente la condotta processuale dell’opponente nè era possibile, sulla questione, esperire indagini istruttorie ex art. 421 c.p.c. e, in particolare, espletare una ctu che si sarebbe rilevata di natura esplorativa.

4. Avverso la decisione di secondo grado ha proposto ricorso per cassazione la GHIBLI srl affidato ad un solo articolato motivo cui ha resistito con controricorso K.P..

5. Il PG non ha rassegnato conclusioni scritte.

6. La ricorrente ha depositato memoria.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con l’unico articolato motivo la ricorrente si duole dell’omesso esame di un fatto decisivo controverso, ex art. 360 c.p.c., n. 5, quanto ai fatti recati dai documenti 9, 10, 20 allegati al reclamo in rito cd. Fornero alla Corte territoriale (e in precedenza allegati in fase di opposizione alla fase sommaria in grado primo) “i quali documentavano l’attivazione del difensore del reclamante, ora ricorrente, presso il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Padova perchè sollecitasse la Cancelleria del lavoro ed il Delegato all’Informatica dell’Ordine stesso, ad approfondire l’accaduto referto di errore “invalid adresses” e al contempo l’incomprensibile presenza nel fascicolo telematico di plurime diverse indicazioni di indirizzo e di nomi e cognomi tra loro scambiati dei difensori di parte reclamata, oggi controricorrente K.”; deduce, in sostanza, che oltre ai nomi appropriati di Farano Guido ed Enrico Balbo, difensori officiati e presenti nelle varie fasi della causa, il sistema conteneva incomprensibilmente anche i nomi di F.E. e B.G., con inversione e scambio del nome proprio e del cognome dei difensori; rappresenta la società che la specifica doglianza di tale scambio di nomi propri e cognomi, pur se documentato, non veniva in alcun modo esaminata dalla Corte territoriale nemmeno in relazione alla incomprensibile dicitura “invalid adresses” che veniva refertata dal sistema “Consolle” al tentativo di tempestivo invio del reclamo, con conseguente violazione dell’art. 153 c.p.c., comma 2, in relazione al principio di corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato nonchè in relazione al diritto di difesa presidiato dall’art. 24 Cost., della Repubblica.

2. Il ricorso non è meritevole di accoglimento presentando plurimi profili di inammissibilità.

3. In primo luogo, deve osservarsi che, nella formulazione del motivo, non è riportato il contenuto dei documenti che asseritamente vengono indicati come non valutati dai giudici di appello. E’ ravvisabile, pertanto, la violazione del principio di specificità nella redazione del ricorso – che impone l’indicazione e la riproduzione diretta del contenuto dei documenti che sorregge la censura ovvero la riproduzione indiretta di essi con specificazione della parte dei documenti stessi cui corrisponde l’indiretta riproduzione (cfr. in motivazione, Cass. n. 8183 de 2016; Cass. n. 14216 del 2013) – nonchè la violazione del principio di responsabilità della redazione dell’atto giuridico, che fa carico esclusivamente al ricorrente, il cui difetto di ottemperanza non può e non deve essere supplito dal giudice per evitare il rischio di un soggettivismo interpretativo da parte dello stesso nella individuazione di quali parti degli atti siano rilevanti in relazione alla articolazione della censura (Cass. n. 86 del 2012; Cass. n. 8450 del 2014).

4. In secondo luogo, va precisato che sono inammissibili le doglianze su questioni di fatto, relative per esempio, alla inesatta indicazione dei nomi dei difensori, vertendosi in ipotesi di cd. “doppia conforme” che rende inammissibile la proposizione del vizio ex art. 360 c.p.c., n. 5, in relazione al disposto di cui all’art. 348 ter c.p.c..

5. In terzo luogo, proprio con riguardo al vizio ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, riformulato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, è opportuno evidenziare che lo stesso non è configurabile in caso di omesso esame di elementi istruttori, se il fatto storico rilevante in causa sia stato preso in considerazione dal giudice, benchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie (Cass. n. 19881 del 2014).

6. Nella fattispecie in esame, la Corte di merito ha valutato la problematica della dedotta disfunzione ravvisata nella ricezione del messaggio “invalid adress”, ritenendo, da un punto di vista processuale, oggettivo e soggettivo, che l’odierna ricorrente, in sostanza, non si era comportata con la diligenza che il caso richiedeva.

7. In quarto ed ultimo luogo, deve rilevarsi che la pronuncia gravata è fondata su una duplice ratio decidendi, ciascuna idonea da sola a sorreggere la decisione: la prima, fondata sul profilo della decadenza in ordine alla proposizione dell’opposizione in via telematica; la seconda, basata sul fatto che comunque l’opposizione avrebbe potuto essere presentata con il deposito cartaceo, di cui non è stata contestata dalla ricorrente la possibilità e, quindi, in nessun caso l’accoglimento della censura potrebbe produrre l’annullamento della sentenza (tra le altre Cass. n. 3386 del 2011).

8. Alla stregua di quanto esposto, il ricorso deve, pertanto, essere dichiarato inammissibile.

9. Alla declaratoria di inammissibilità segue la condanna della ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità che si liquidano come da dispositivo.

10. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo risultante dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, deve provvedersi, ricorrendone i presupposti processuali, sempre come da dispositivo.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento, in favore del controricorrente, delle spese del presente giudizio di legittimità che liquida in complessivi Euro 5.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nell’Adunanza camerale, il 21 novembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 14 febbraio 2020

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