Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3825 del 07/02/2022

Cassazione civile sez. lav., 07/02/2022, (ud. 01/12/2021, dep. 07/02/2022), n.3825

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DORONZO Adriana – Presidente –

Dott. ESPOSITO Lucia – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – Consigliere –

Dott. PONTERIO Carla – rel. Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 34779-2019 proposto da:

AIR ITALY S.P.A. (già MERIDIANA FLY S.P.A.), AIR ITALY FLEET

MANAGMENT COMPANY S.P.A. – AIFMC (già AIR ITALY S.P.A), in persona

dei rispettivi legali rappresentanti pro tempore, elettivamente

domiciliate in ROMA, VIALE GIULIO CESARE 23, presso lo studio degli

avvocati BOURSIER NIUTTA CARLO, BOURSIER NIUTTA ENRICO, ARMENTANO

ANTONIO che le rappresentano e difendono;

– ricorrenti –

contro

T.A., domiciliata in ROMA PIAZZA CAVOUR presso LA

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentata e

difesa dagli avvocati BORDONE ANDREA, LOTTI MARIO;

– controricorrente –

e contro

ALISARDA S.P.A.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 1124/2019 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 21/06/2019 R.G.N. 1601/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

01/12/2021 dal Consigliere Dott. PONTERIO CARLA.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

1. il giudice di primo grado, accertata la sussistenza di un unico complesso aziendale fra Meridiana Fly s.p.a. (poi divenuta Air Italy s.p.a.) e Air Italy s.p.a. (poi divenuta Air Italy Flee Management Company s.p.a.), ha dichiarato l’illegittimità del licenziamento intimato alla lavoratrice all’esito della procedura di licenziamento collettivo attivata da Meridiana Fly s.p.a., formale datrice di lavoro, e condannato le società, in solido, alla reintegrazione della dipendente nel posto di lavoro e al pagamento di una indennità risarcitoria pari a 12 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto, oltre accessori, detratto l’aliunde perceptum e l’aliunde percipiendum, nonché al versamento dei contributi previdenziali e assistenziali;

2. la Corte di appello di Milano, in parziale riforma della sentenza di primo grado nel resto confermata, ha respinto le domande della lavoratrice nei confronti della società Alisarda s.p.a. e ha dichiarato che nulla andava detratto, a titolo di aliunde perceptum e percipiendum, dalla indennità risarcitoria rideterminata in misura pari a 12 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto;

3. per quel che ancora rileva, la Corte di merito ha confermato la valutazione di primo grado sulla configurabilità di un unico centro di imputazione del rapporto di lavoro tra Meridiana Fly s.p.a. e Air Italy s.p.a. con conseguente necessità che la verifica degli esuberi, in relazione alla procedura collettiva attivata da Meridiana Fly, dovesse essere svolta tenendo conto della complessiva platea e quindi anche dei lavoratori in forza alla (allora) società Air Italy s.p.a. e non solo di quelli della società formale datrice di lavoro, come in concreto avvenuto; in assenza di allegazioni e deduzioni probatorie in primo grado, da parte delle società convenute, circa i presupposti della invocata delimitazione della platea dei lavoratori da licenziare ai soli dipendenti di Meridiana Fly, il coinvolgimento nella procedura collettiva del solo organico di quest’ultima società, quale affermato autonomo ramo aziendale distinto rispetto a Air Italy, non era giustificata; tale difetto di allegazioni si riscontrava nella comunicazione di cui alla L. n. 223 del 1991, art. 3, comma 9, di avvio della procedura collettiva che concerneva unicamente i dipendenti di Meridiana Fly, senza che fossero esplicitate le ragioni del mancato coinvolgimento dell’organico di Air Italy s.p.a.; la detraibilità dall’indennità risarcitoria dell’aliunde perceptum e dell’aliunde percipiendum, disposta dal giudice di primo grado in termini del tutto generici, era preclusa dalla carenza di specifica deduzione fattuale sviluppata a riguardo nella memoria di costituzione di primo grado delle società convenute; né poteva attribuirsi rilevanza all’impiego a termine offerto alla lavoratrice dalla (allora) società Air Italy, impiego che, per la sua ridotta durata a fronte del periodo di estromissione dal lavoro seguito al licenziamento oggetto di causa, risultava inidoneo ad intaccare il limite massimo di dodici mensilità posto dalla legge all’indennità risarcitoria;

4. per la cassazione della sentenza hanno proposto ricorso con unico atto Air Italy s.p.a. (già Meridiana Fly) e Air Italy Fleet Managment Company s.p.a.- AIFMC (già Air Italy s.p.a., da ora AIFMC) sulla base di cinque motivi; la lavoratrice ha resistito con controricorso;

5. Air Italy s.p.a. (già Meridiana Fly) in liquidazione e Air Italy Fleet Managment Company s.p.a.- AIFMC (già Air Italy s.p.a., da ora AIFMC) in liquidazione hanno depositato memoria ai sensi dell’art. 380-bis.1 c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1. con il primo motivo di ricorso le società ricorrenti deducono violazione e falsa applicazione dell’art. 2094 c.c. e della L. n. 223 del 1991, artt. 24, 4, e 5, nonché dell’art. 115 c.p.c., censurando la sentenza impugnata per avere ritenuto illegittimo il licenziamento sul presupposto che a fondare la contitolarità del rapporto di lavoro bastasse la integrazione fra le attività della controllante e le attività della controllata; ciò a prescindere dall’esame della posizione individuale del singolo lavoratore in rapporto al suo inserimento nella complessiva struttura aziendale e dal concreto accertamento dell’uso promiscuo della sua prestazione;

2. con il secondo motivo deducono violazione e/o falsa applicazione della L. n. 223 del 1991, art. 5 nonché dell’art. 115 c.p.c., censurando la sentenza impugnata in base al rilievo che, anche a voler considerare unitariamente la struttura delle società Meridiana Fly s.p.a. e Air Italy s.p.a., l’individuazione dei lavoratori in esubero non poteva che avvenire in relazione alle esigenze tecniche, organizzative e produttive manifestatesi nel perimetro aziendale della prima società; ciò tanto più in considerazione del fatto che la lavoratrice non aveva neppure allegato e provato l’utilizzo promiscuo della sua prestazione da parte delle due società; in ogni caso, anche a voler considerare le esigenze tecniche, organizzative e produttive in questione nell’ambito dell’intero gruppo Meridiana Fly/Air Italy, la scelta dei dipendenti da licenziare non poteva che avvenire all’interno del solo personale navigante di Meridiana Fly; le due società, infatti, avevano mantenuto strutture autonome, dotate di propri beni, risorse, licenze di esercizio ecc. e la struttura in crisi che aveva generato gli esuberi sin dal 2011 era quella facente capo a Meridiana Fly; al fine della configurabilità di un unico centro di imputazione non poteva prescindersi, oltre che dai parametri rappresentati dalla unicità della struttura organizzativa e produttiva, dalla stretta connessione funzionale tra imprese, dal coordinamento tecnico-amministrativo e finanziario tale da individuare un unico soggetto direttivo che faceva confluire le diverse attività delle singole imprese verso uno scopo comune, nonché dall’ulteriore parametro rappresentato dall’utilizzazione contemporanea della prestazione lavorativa da parte delle varie società titolari di distinte imprese; nel caso in esame era mancato l’accertamento, e ancor prima l’allegazione e prova della circostanza che la prestazione della lavoratrice fosse stata svolta in favore di entrambe le aziende;

3. con il terzo motivo di ricorso deducono violazione degli artt. 2359 e 2947 c.c. e ss., degli artt. 776 e 779 c.n. nonché del Regolamento Europeo n. 859/2008 (capo C) OPS 1.185 punto 5 e Appendice 2 dell’OPS 1.175 punti a) e b), del Regolamento Europeo n. 1008/2008, art. 2 (nn. 1, 8 e 25), art. 3 (n. 2), art. 4 punto e), del Regolamento Europeo n. 965 del 2012 – Allegato 3 Capo c.c. Sezione 1 ORO. CEuro 125; il giudice di appello ha trascurato di considerare che nel settore aeronautico, governato da pregnanti e minuziose disposizioni normative contenute, tra l’altro, nei suddetti Regolamenti, era impossibile, sia di fatto che di diritto, che il servizio di trasporto aereo fosse svolto da due società attraverso una struttura aziendale unitaria con uso promiscuo dei naviganti e dei responsabili delle varie attività; neppure poteva essere valorizzato nel senso dell’unitarietà della struttura l’utilizzazione dell’aeromobile mediante contratti di wet lease, circostanza che non implicava alcuna confusione tra le separate strutture organizzative facenti capo alle società;

4. con il quarto motivo di ricorso deducono violazione degli artt. 2697 e 1321 c.c., dell’art. 115 c.p.c. e del D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 30, censurando la sentenza impugnata sul rilievo che l’utilizzo dell’istituto del distacco e l’utilizzo del job posting – quest’ultimo caratterizzato dalla risoluzione consensuale del contratto di lavoro con (la allora) Meridiana Fly e dalla successiva assunzione alle dipendenze di Air Italy s.p.a., mai impugnate dai lavoratori – escludevano l’uso promiscuo della forza lavoro; nella sentenza impugnata era mancata una attenta disamina sull’utilizzo comune e promiscuo delle risorse lavorative, elemento imprescindibile per pervenire alla configurazione di un unico centro di imputazione del rapporto; era inoltre da escludere che con il distacco si realizzasse, in contrasto con la previsione del D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 30, un’ipotesi di uso comune e promiscuo del dipendente;

5. con il quinto motivo di ricorso deducono violazione e falsa applicazione della L. n. 300 del 1970, art. 18, comma 4, per avere il giudice di appello escluso la detraibilità dell’aliunde perceptum e dell’aliunde percipiendum dall’indennità risarcitoria; tale esclusione era frutto dell’errata interpretazione della L. n. 300 del 1970, art. 18, comma 4, nel testo novellato dalla L. n. 92 del 2012, con il quale il legislatore aveva inteso, in applicazione del principio civilistico della compensatio lucri cum damno, evitare un ingiusto arricchimento del soggetto leso e sterilizzare gli effetti di una durata anomala del processo; alla luce del mutato contesto normativo l’aliunde perceptum e l’aliunde percipiendum non si configurano come oggetto di eccezione della quale è onerata la parte datrice ma quali fattori indispensabili per la quantificazione della indennità dovuta, elemento imprescindibile per la stessa affermazione della sussistenza di un danno risarcibile; la Corte di merito ha inoltre errato, in contrasto con il dato letterale e la ratio ispiratrice della norma, nel ritenere che compensi percepiti per periodi di ridotta durata non potessero intaccare il limite risarcitorio massimo delle dodici mensilità con la conseguenza di avere, in tal modo, determinato in concreto la trasformazione di tale limite massimo in un limite minimo irriducibile;

6. i primi quattro motivi di ricorso, da trattare congiuntamente per la reciproca connessione, sono infondati, per le ragioni già espresse da questa Corte nella sentenza n. 29212 del 2021 (e nelle successive conformi nn. 36233, 35877, 35586, 35585, 35183, 34563, 34562, 34561, 34560, 33800, 33799, 33798, 32561, 32476, 32475, 32474 del 2021), che si richiama, anche ai sensi dell’art. 118 disp. att. c.p.c., e ai cui principi il Collegio ritiene di dare continuità, non risultando prospettati nel ricorso argomenti che possano indurre a disattenderli;

6.1. la sentenza impugnata, con accertamento di fatto riservato al giudice di merito ed in questa sede neppure astrattamente incrinabile dalla deduzione di omesso esame di fatto decisivo oggetto di discussione tra le parti, deduzione in concreto preclusa ai sensi dell’art. 348-ter c.p.c., u.c. dalla esistenza di “doppia conforme”, ha ritenuto che gli elementi di collegamento fra le società avessero travalicato, per caratteristiche e finalità, le connotazioni di una mera sinergia fra consociate per sconfinare in una compenetrazione di mezzi e di attività, sintomatica della sostanziale unicità soggettiva ai fini per cui è causa;

6.2. la Corte di merito, sulla base di plurimi dati probatori (l’assegnazione di quasi tutta la operatività di volo da Meridiana Fly ad Air Italy, che l’aveva gestita mediante anomali contratti cd. di wet lease su tratte e bande orarie della prima sostenendo direttamente i costi necessari; l’utilizzo da parte di Air Italy di slot facenti capo a Meridiana; la stipula di un contratto tra Meridiana Fly e Air Italy con il quale la prima si impegnava a prestare a Air Italy i servizi di gestione amministrativa e finanziaria inclusi gli adempimenti civilistici e fiscali, il controllo di gestione compresa la pianificazione economica, finanziaria e patrimoniale, l’analisi preventiva e consuntiva per gli investimenti, la gestione del personale e delle relazioni industriali; l’utilizzazione da parte di Air Italy di personale proveniente da Meridiana Fly, attraverso l’istituto del distacco e mediante job posting, cioè l’assunzione ex novo previa risoluzione del contratto con Meridiana Fly; l’utilizzo da parte di Air Italy di equipaggi misti; la dichiarata finalizzazione di tutta l’operazione alla riduzione del costo del lavoro), è pervenuta, in applicazione dei principi affermati in materia da questa S.C. (v. Cass. n. 1507 del 2021; n. 267 del 2019; n. 7704 del 2018; n. 19023 del 2017; n. 13809 del 2017; n. 26346 del 2016; n. 3482 del 2013; n. 6707 del 2004), alla qualificazione della sostanziale unicità della struttura aziendale, valorizzando la mera apparenza della pluralità di soggetti giuridici a fronte di un’unica sottostante organizzazione di impresa, intesa come unico centro decisionale (v. Cass. n. 7704 del 2018 cit.; n. 25270 del 2011; n. 5496 del 2006; n. 11275 del 2000; v. anche Cass. n. 4274 del 2003 in cui, in una fattispecie di più imprese formalmente distinte, ma con un’unica organizzazione imprenditoriale, intesa anche come unico centro decisionale -le tre società convenute gestivano un’unica azienda costituita da un unico complesso aziendale, avevano in comune gli organi direttivi e una serie di servizi, si scambiavano i dipendenti, utilizzati indifferentemente per i vari servizi e spostati di anno in anno da una società all’altra – ha ritenuto che i requisiti dimensionali e quantitativi prescritti dalla L. n. 223 del 1991, art. 24, ai fini dell’applicabilità della disciplina dei licenziamenti collettivi dovessero essere riferiti all’unico complesso aziendale costituito dalle predette imprese);

6.3. questa S.C. ha ritenuto possibile concepire un’impresa unitaria anche in presenza di gruppi genuini, in condizione di codatorialità che “presuppone l’inserimento del lavoratore nell’organizzazione economica complessiva a cui appartiene il datore di lavoro formale nonché la condivisione della prestazione del medesimo, al fine di soddisfare l’interesse di gruppo, da parte delle diverse società, che esercitano i tipici poteri datoriali e diventano datori sostanziali, anche ai fini dell’applicazione delle disposizioni in tema di licenziamento collettivo” (Cass. n. 267 del 2019 cit.);

6.4. l’accertamento fattuale che sorregge la decisione impugnata, in merito alla compenetrazione tra le strutture aziendali formalmente facenti capo a distinte società, implica la riferibilità della prestazione di lavoro ad un soggetto sostanzialmente unitario; questo accertamento assorbe il requisito dell’uso promiscuo dell’attività dei lavoratori da parte delle due società e consente di superare il dato formale rappresentato dal titolo giuridico in base al quale i dipendenti di Meridiana Fly venivano utilizzati da Air Italy, vale a dire il distacco ed il ricorso al job posting, come peraltro imposto dal principio di effettività, che permea il diritto del lavoro e che trova espressione in numerose disposizioni normative (v., ad esempio, il D.Lgs. n. 276 del 2003, artt. 27,29 e 30 e succ. modif.; la L. n. 223 del 199, art. 8), a cominciare dall’art. 2094 c.c. (Cass. n. 4274 del 2003 cit.); l’accertamento della sostanziale unitarietà della struttura imprenditoriale costituita da Meridiana Fly – Air Italy esclude inoltre che possa assumere rilevanza decisiva la verifica circa la concreta, effettiva, utilizzazione da parte di entrambe le società delle prestazioni rese dal singolo lavoratore, la cui attività deve comunque ritenersi prestata nell’interesse indifferenziato – delle due società solo formalmente distinte; l’applicazione nella decisione impugnata di principi già pacifici nella giurisprudenza di legittimità porta ad escludere la sussistenza dei presupposti per la rimessione della questione alle Sezioni Unite di questa Corte, come sollecitato nella memoria depositata dalle società ricorrenti;

6.5. conseguenza ineludibile della configurabilità in concreto di un unico soggetto datoriale è la necessità che la procedura collettiva attivata da Meridiana Fly coinvolgesse i lavoratori in organico non solo alla detta società ma anche alla società Air Italy, cioè tutti i lavoratori dell’unico complesso aziendale risultante dalla integrazione delle due società, non essendo ritualmente dedotti e comprovati i presupposti per la delimitazione della platea dei lavoratori da licenziare al solo organico di Meridiana Fly, con conseguente assorbimento dell’ulteriore profilo, sottolineato dalla Corte distrettuale e non validamente censurato con il ricorso per cassazione, rappresentato dalla mancata esplicitazione, nella comunicazione L. n. 223 del 1991, ex art. 4, comma 3, delle ragioni che avrebbero giustificato la restrizione del perimetro dei licenziandi ai soli dipendenti formalmente in forza a Meridiana Fly;

6.6. la Corte di merito ha valutato l’applicazione dei criteri di scelta rispetto all’intero e unitario complesso aziendale, in aderenza al consolidato orientamento di legittimità (v. tra le altre, Cass. n. 19105 del 2017; n. 18190 del 2016; n. 203 del 2015; n. 9711 del 2011; n. 14612 del 2006);

6.7. la ricostruzione fattuale alla base del decisum di secondo grado e le conseguenze giuridiche che ne sono state tratte, in termini di necessità di estensione della platea dei lavoratori anche ai lavoratori formalmente dipendenti da Air Italy, non sono incrinate dalle deduzioni oggetto del terzo motivo di ricorso, intese a denunciare la violazione di normativa specifica di fonte Europea e del codice della navigazione, le cui disposizioni operano sul piano, affatto diverso, inerente ai presupposti di sicurezza della navigazione aerea;

7. neppure il quinto motivo di ricorso può trovare accoglimento;

7.1. anzitutto, il semplice dato della esplicitazione, nella L. n. 300 del 1970, art. 18, comma 4, come riformulato dalla L. n. 92 del 2012, della detraibilità dell’aliunde perceptum e percipiendum, non altera la natura dei compensi percepiti nello svolgimento di altre attività lavorative, quali fatti impeditivi della domanda risarcitoria del lavoratore, (v. Cass. n. 1636 del 2020; n. 30330 del 2019), da veicolare nel processo sotto forma di eccezioni, sia pure in senso lato (v. Cass. n. 21919 del 2010; n. 10155 del 2005; n. 5610 del 2005);

7.2. deve quindi ribadirsi l’onere, del datore di lavoro che contesti la pretesa risarcitoria del lavoratore illegittimamente licenziato, di provare, pur con l’ausilio di presunzioni semplici, l’aliunde perceptum o percipiendi, a nulla rilevando la difficoltà di tale tipo di prova o la mancata collaborazione del dipendente estromesso dall’azienda, dovendosi escludere che il lavoratore abbia l’onere di farsi carico di provare una circostanza, quale la nuova assunzione a seguito del licenziamento, riduttiva del danno patito (Cass. n. 22679 del 2018; n. 9616 del 2015; n. 23226 del 2010);

7.3. nel caso in esame, non è specificamente censurata la affermazione del giudice di appello, configurante nell’economia della motivazione autonoma ratio decidendi alla base della statuizione che esclude la detraibilità dell’aliunde perceptum e percipiendum, rappresentata dalla carenza di specifica deduzione fattuale a riguardo nella memoria difensiva di primo grado delle odierne ricorrenti; né ha fondamento la censura di rigetto dell’istanza di ordine di esibizione, di cui all’art. 210 c.p.c.; tale ordine, in base ai precedenti di questa S.C., ha carattere discrezionale, è svincolato da ogni onere di motivazione, non è sindacabile in sede di legittimità, neppure sotto il profilo del difetto di motivazione, trattandosi di strumento istruttorio residuale, utilizzabile soltanto quando la prova dei fatti non possa in alcun modo essere acquisita con altri mezzi e l’iniziativa della parte instante non abbia, come invece accade nel caso di specie, finalità esplorativa (v. Cass. n. 9615 del 2015; n. 24188 del 2013);

7.4. neppure può trovare accoglimento la censura delle società ricorrenti per non avere la Corte di merito detratto, dall’indennità risarcitoria di dodici mensilità, l’aliunde percipiendum, in relazione all’impiego a termine offerto alla lavoratrice da parte di Air Italy;

7.5. l’art. 18, comma 4, prevede che il giudice “annulla il licenziamento e condanna il datore di lavoro alla reintegrazione nel posto di lavoro di cui al comma 1 e al pagamento di un’indennità risarcitoria commisurata all’ultima retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento sino a quello dell’effettiva reintegrazione, dedotto quanto il lavoratore ha percepito, nel periodo di estromissione, per lo svolgimento di altre attività lavorative, nonché quanto avrebbe potuto percepire dedicandosi con diligenza alla ricerca di una nuova occupazione. In ogni caso la misura dell’indennità risarcitoria non può essere superiore a dodici mensilità della retribuzione globale di fatto”;

7.6. la Corte di merito si è attenuta al disposto normativo che descrive con precisione la sequenza volta a determinare l’indennità risarcitoria, attraverso il calcolo della retribuzione globale di fatto spettante al lavoratore per l’intero periodo di estromissione, e la successiva detrazione, dall’importo così ottenuto, dell’aliunde perceptum e percipiendi; per contro, il tetto massimo previsto per l’indennità risarcitoria, come pari a dodici mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto, rappresenta un limite al quantum del risarcimento dovuto dal datore di lavoro rispetto all’importo, ove superiore al tetto massimo, risultante dalla differenza tra la retribuzione spettante per tutto il periodo di estromissione e l’aliunde perceptum o percipiendi;

7.7. al riguardo, deve precisarsi che nessuna rilevanza può attribuirsi alla collocazione temporale della o delle attività lavorative svolte dal dipendente licenziato nel periodo di estromissione, trattandosi di elemento in nessun modo desumibile dalla disposizione in esame e non coerente con il principio della compensatio lucri cum damno, di cui l’aliunde perceptum e percipiendi costituiscono applicazione, che presuppone una valutazione complessiva sia del danno e sia dell’incremento patrimoniale, causalmente ricollegabili al medesimo fatto illecito (v. Cass. n. 16702 del 2020; Cass., S.U., ud. 22.5.2018 nn. 12564, 12565, 12566, 12567; con specifico riferimento all’aliunde perceptum, v. Cass. n. 7453 del 2005; n. 2529 del 2003);

7.8. l’aliunde perceptum e percipiendum comportano la riduzione corrispondente (nell’art. 18, comma 4 cit., senza il limite minimo delle cinque mensilità di retribuzione globale di fatto) del risarcimento del danno, subito dal lavoratore per il licenziamento, che va commisurata alle retribuzioni percepite o percepibili nel periodo intercorrente tra il licenziamento e l’effettiva reintegra;

7.9. la compensatio lucri cum damno, alla quale va ricondotto il principio in esame, trova applicazione solo se – e nei limiti in cui – sia il danno (damnum) che l’incremento patrimoniale o, comunque, il vantaggio (lucrum) siano conseguenza immediata e diretta dello stesso fatto, il quale abbia in sé l’idoneità a produrre entrambi gli effetti (v. Cass. n. 7453 del 2005 cit.). Si e’, ad esempio, affermato che il compenso percepito dal lavoratore, per attività di lavoro subordinato o autonomo nel periodo di estromissione, comporti la corrispondente riduzione del risarcimento del danno per licenziamento illegittimo solo se – e nei limiti in cui – quel lavoro, essendo incompatibile con la prosecuzione contestuale della prestazione lavorativa sospesa a seguito del licenziamento, supponga, appunto, l’intimazione del licenziamento medesimo (v. Cass. n. 17051 del 2021; n. 7453 del 2005 cit.; n. 6439 del 1995);

7.10. in virtù dei principi richiamati, che trovano fondamento normativo nel disposto degli artt. 1223 e 1227 c.c., l’ammontare del risarcimento non può superare quello del danno effettivamente prodotto, così che occorre tener conto anche degli elementi idonei a provocare una riduzione del danno, causalmente riferibili al medesimo fatto illecito, e che quindi debbano essere valutati in diminuzione del risarcimento.

7.11. nel sistema delineato dal citato art. 18, comma 4, il computo dell’indennità risarcitoria deve essere eseguito in relazione all’importo delle retribuzioni perse e di quelle aliunde percepite o percepibili, e non in base al dato temporale riferito ai periodi di inoccupazione oppure di occupazione lavorativa;

7.12. le somme aliunde percepite o percepibili dal lavoratore nel periodo di estromissione vanno quindi sottratte, con un semplice calcolo aritmetico, dall’ammontare complessivo del danno subito per effetto del recesso e pari, secondo il disposto normativo, alle retribuzioni spettanti per l’intero periodo dal licenziamento alla reintegra; se il risultato di questo calcolo è superiore o uguale all’importo corrispondente a dodici mensilità di retribuzione, l’indennità va riconosciuta in misura pari a tale tetto massimo;

7.13. in altri termini, la previsione normativa del tetto massimo delle dodici mensilità non incide sul sistema di calcolo del danno effettivamente subito dal lavoratore per effetto del licenziamento (pari alle retribuzioni perse nel periodo di estromissione, depurate di quanto aliunde percepito o percepibile), e rileva solo all’esito del conteggio eseguito, in termini di limite massimo entro cui l’indennità risarcitoria può essere riconosciuta;

7.14. non può pertanto essere condivisa la tesi su cui insistono le società datrici di lavoro, secondo cui l’aliunde perceptum o percipiendum debba essere detratto dal tetto massimo delle dodici mensilità, e neppure la diversa opzione, sostenuta dei lavoratori, per cui la detrazione dell’aliunde perceptum o percipiendum è preclusa qualora l’attività svolta aliunde non si sovrapponga al periodo di inoccupazione risarcito.

7.15. per le ragioni esposte, il motivo di ricorso deve essere respinto;

7.16. deve quindi affermarsi il seguente principio di diritto: “In base alla L. n. 300 del 1970, art. 18, comma 4, come modificato dalla L. n. 92 del 2012, art. 1 comma 42, la determinazione dell’indennità risarcitoria deve avvenire attraverso il calcolo dell’ultima retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento sino a quello dell’effettiva reintegrazione, dedotto quanto il lavoratore ha percepito, nel periodo di estromissione, a titolo di aliunde perceptum o percipiendum, e, comunque, entro la misura massima corrispondente a dodici mensilità della retribuzione globale di fatto, senza che possa attribuirsi rilievo alla collocazione temporale della o delle attività lavorative svolte dal dipendente licenziato nel corso del periodo di estromissione; se il risultato di questo calcolo è superiore o uguale all’importo corrispondente a dodici mensilità di retribuzione, l’indennità va riconosciuta in misura pari a tale tetto massimo”;

8. per le ragioni esposte il ricorso deve essere respinto;

9. le spese del giudizio di legittimità sono regolate secondo il criterio di soccombenza nei confronti della lavoratrice, e liquidate come in dispositivo. Non si provvede sulle spese nei confronti di Alisarda s.p.a. che non ha svolto difese.

10. ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte delle ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Condanna le ricorrenti alla rifusione delle spese di che liquida in Euro 5.000,00 per compensi professionali, Euro 200,00 per esborsi, oltre spese forfettarie nella misura del 15% e accessori come per legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte delle ricorrenti, dell’ulteriore importo pari a quello previsto per stesso art. 13, comma 1-bis dello, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 1 dicembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 7 febbraio 2022

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