Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 38245 del 03/12/2021

Cassazione civile sez. II, 03/12/2021, (ud. 11/05/2021, dep. 03/12/2021), n.38245

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BERTUZZI Mario – Presidente –

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – rel. Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamaria – Consigliere –

Dott. GIANNACCARI Rossana – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 20832/2016 R.G. proposto da:

C.A., (OMISSIS), rappresentato e difeso disgiuntamente e

congiuntamente in virtù di procura speciale su foglio allegato in

calce al ricorso dall’avvocato Maurizio Della Costanza, e

dall’avvocato Claudia Cardenà, ed elettivamente domiciliato in

Roma, alla via degli Scipioni, n. 268/A, presso lo studio

dell’avvocato Gianluca Caporossi.

– ricorrente –

contro

G.M., c.f. (OMISSIS), titolare della ditta individuale

“Cantiere Navale G.M.”, rappresentato e difeso in virtù di

procura speciale su foglio allegato in calce al controricorso

dall’avvocato Marco Brusciotti, ed elettivamente domiciliato in

Roma, alla via Portuense, n. 104, presso Antonia De Angelis.

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 728/2015 della Corte d’Appello di Ancona;

udita la relazione nella Camera di consiglio dell’11 maggio 2021 del

Consigliere Dott. Luigi Abete.

 

Fatto

MOTIVI IN FATTO ED IN DIRITTO

1. Con atto notificato il 31.1.2001 C.A. citava a comparire dinanzi al Tribunale di Pesaro, sezione distaccata di Fano, G.M., titolare dell’omonimo cantiere navale.

Esponeva che in data 16.3.1998 aveva affidato in appalto al cantiere navale del convenuto la costruzione, per fini di pesca professionale entro sei miglia dalla costa, di un “guscio in lega leggera per imbarcazione da pesca”.

Esponeva che nel maggio del 1999, allorché l’imbarcazione era in navigazione, si era manifestata una fessurazione sul fondo dello scafo, nella zona di poppa, in prossimità dell’elica; che, rientrato in porto, aveva denunciato il fatto al convenuto, il quale si era impegnato a eliminare il difetto.

Esponeva che, eseguito l’intervento di riparazione, di lì a poco, nondimeno, il 9.10.1999, un’ulteriore lesione era comparsa sul fondo dello scafo; che era stato eseguito un secondo intervento di riparazione conformemente alle indicazioni di un esperto progettista di natanti all’uopo incaricato e tuttavia il 7.8.2000, durante la navigazione, una nuova fessurazione si era manifestata.

Esponeva che in data 22.8.2000 l’imbarcazione era stata trasportata presso il cantiere della “CNC” s.r.l., ove erano stati eseguiti i lavori necessari per eliminare il grave difetto di costruzione; che, all’esito, il 13.9.2000 era stata eseguita la prova in mare ed il giorno successivo aveva avuto modo di riprendere la propria attività professionale.

Chiedeva condannarsi G.M. a risarcirgli i danni tutti cagionati.

2. Si costituiva G.M..

Deduceva, tra l’altro, l’intervenuta decadenza dalla garanzia e la prescrizione dell’avversa pretesa.

Instava per il rigetto dell’avversa domanda.

3. Assunta la prova per testimoni, espletata la consulenza tecnica, disposta la rinnovazione della consulenza, con sentenza n. 113/2008 il tribunale rigettava la domanda e condannava l’attore alle spese di lite e delle c.t.u.

4. Proponeva appello C.A..

Resisteva G.M..

5. Con sentenza n. 728/2015 la Corte d’Appello di Ancona rigettava il gravame e condannava l’appellante alle spese del grado.

Premetteva la corte che il tribunale, nel quadro della disciplina di cui al codice della navigazione e della disciplina in tema d’appalto, aveva opinato nel senso che l’attore non aveva dato prova della tempestività della denuncia relativamente al vizio – il cedimento della lamiera del fondo della barca avvenuto il 7.8.2000 – per il quale aveva invocato la garanzia, sicché dalla garanzia era decaduto; che il tribunale aveva opinato altresì nel senso che l’azione doveva reputarsi prescritta, siccome proposta all’esito del decorso del termine biennale dalla consegna di cui all’art. 240 c.n.; che il tribunale aveva opinato infine nel senso che, pur a prescindere dalla decadenza e dalla prescrizione, non si configurava, alla luce delle disposte c.t.u., alcuna responsabilità in capo al convenuto per il cedimento del fondo della barca.

Indi la corte evidenziava che il motivo d’appello concernente l’an della responsabilità dell’appellato (“sul merito della responsabilità”), da esaminare previamente alla stregua del “principio della ragione più liquida”, era inammissibile, siccome si sostanziava nel mero rinvio, per relationem, alle difese di primo grado, senza una puntuale censura delle ragioni successivamente poste dal primo giudice a fondamento del proprio dictum.

Evidenziava in pari tempo che il motivo d’appello concernente l’an della responsabilità dell’appellato (“ancora sul merito della responsabilità”) doveva reputarsi infondato nella parte in cui era stata addotta l’erronea applicazione dei principi in tema di inadempimento e di distribuzione dell’onere della prova in materia d’appalto.

6. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso C.A.; ne ha chiesto sulla scorta di sette motivi la cassazione con ogni susseguente statuizione.

G.M. ha chiesto dichiararsi inammissibile o rigettarsi l’avverso ricorso con il favore delle spese.

7. Con il primo motivo il ricorrente denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, la nullità della sentenza o del procedimento per violazione dell’art. 342 c.pc.. o art. 132 c.p.c., n. 4; ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’omesso esame di fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti.

Deduce che, contrariamente all’assunto della corte di merito, con l’atto di gravame aveva enucleato i punti delle relazioni di c.t.u. in ordine ai quali aveva sollecitato il riesame da parte della corte anconetana.

Deduce inoltre che con l’atto di appello aveva addotto che le conclusioni dei consulenti d’ufficio erano da reputare abnormi per le ragioni tutte indicate dal proprio consulente, ovvero siccome gli ausiliari d’ufficio avevano valutato lo stato dell’imbarcazione senza tener conto degli interventi eseguiti dal cantiere di G.M. nel maggio e nell’ottobre del 1999.

Deduce infine che con l’atto di appello aveva addotto che gli esiti di entrambe le c.t.u. non erano da condividere, sia nella parte in cui avevano disconosciuto gli infestonamenti al tempo della consegna dell’imbarcazione sia nella parte in cui avevano disconosciuto la debolezza strutturale della carena dell’imbarcazione.

Deduce per altro verso che l’impugnata statuizione è affetta da vizio di motivazione, siccome la corte distrettuale ha omesso la disamina delle parti dell’atto di appello con le quali si era sollecitato il riesame delle c.t.u..

8. Con il secondo motivo il ricorrente denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, la nullità della sentenza o del procedimento per violazione dell’art. 342 c.p.c.; ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’omesso esame di fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti.

Deduce che, contrariamente all’assunto della corte territoriale, con l’atto di gravame, allorché aveva riproposto la questione della condizione del bene al momento della consegna, aveva confutato le argomentazioni svolte al riguardo dal tribunale, ossia i rilievi, mutuati dalle relazioni di c.t.u., secondo cui gli infestonamenti non potevano reputarsi presenti sin dall’inizio ed erano da ascrivere alla velocità cui aveva navigato l’imbarcazione, più elevata di quella consentita.

Deduce altresì che con l’atto di appello aveva addotto che le conclusioni dei consulenti d’ufficio erano da reputare abnormi per le ragioni tutte indicate dal proprio consulente, ingegner Co.Ma., ovvero siccome gli ausiliari d’ufficio avevano valutato lo stato dell’imbarcazione senza tener conto degli interventi eseguiti dal cantiere di G.M. nel maggio e nell’ottobre del 1999.

Deduce infine che con l’atto di appello aveva addotto che gli esiti di ambedue le c.t.u. non erano da condividere, sia nella parte in cui avevano escluso gli infestonamenti al tempo della consegna dell’imbarcazione sia nella parte in cui avevano escluso la debolezza strutturale della carena dell’imbarcazione.

Deduce in ogni caso che l’impugnata statuizione è affetta da vizio di motivazione in dipendenza dell’omesso esame delle parti dell’atto di appello, con le quali si era sollecitato il riesame della sentenza di primo grado con riferimento alla condizione dell’imbarcazione al momento della consegna.

9. Il primo ed il secondo motivo di ricorso sono da vagliare congiuntamente; i mezzi de quibus invero, sulla scorta di “identiche considerazioni” (così controricorso, pag. 13), veicolano analoghe censure seppur, il primo motivo, in ordine all’affermato difetto di specificità del motivo d’appello con riferimento alle “osservazioni del c.t.p. non tenute in conto dalla sentenza impugnata” (così ricorso, pag. 2), seppur, il secondo motivo, in ordine all’affermato difetto di specificità del motivo d’appello con riferimento alla questione della “condizione del bene al tempo della consegna (1999)” (così ricorso, pag. 2).

Ambedue i motivi, comunque, sono privi di fondamento e da respingere.

10. Il testo dell’art. 342 c.p.c., cui, ratione temporis, occorre far riferimento, è evidentemente quello antecedente alla novella di cui al D.Lgs. n. 83 del 2012, convertito con modificazioni nella L. n. 134 del 2012: C.A. ha proposto appello avverso la sentenza n. 113/2008 del Tribunale di Pesaro con citazione notificata il 26.11.2008 (cfr. ricorso, pag. 6).

Viene in rilievo, perciò, l’insegnamento n. 28057 del 25.11.2008 delle sezioni unite di questa Corte, a tenor del quale, ai fini della specificità dei motivi richiesta dall’art. 342 c.p.c., l’esposizione delle ragioni di fatto e di diritto, invocate a sostegno dell’appello, può sostanziarsi anche nella prospettazione delle medesime ragioni addotte nel giudizio di primo grado, purché ciò determini una critica adeguata e specifica della decisione impugnata e consenta al giudice del gravame di percepire con certezza il contenuto delle censure, in riferimento alle statuizioni adottate dal primo giudice (in senso analogo cfr. Cass. 12.2.2016, n. 2814; Cass. (ord.) 28.10.2020, n. 23781).

11. In questo quadro si rappresenta quanto segue.

Per un verso, la Corte di Ancona ha puntualizzato che l’appello – “sul merito della responsabilità” – doveva reputarsi inammissibile, siccome l’appellante non aveva indicato in modo specifico e dettagliato i passaggi della relazione del proprio consulente tecnico che, a suo dire, il tribunale non aveva valutato ovvero che aveva valutato erroneamente. E siccome, inoltre, l’appellante, allorché aveva riproposto la questione della condizione del natante al momento – gennaio 1999 – della consegna, non aveva confutato le argomentazioni svolte al riguardo dal tribunale anche con richiamo agli esiti della c.t.u..

Propriamente, la corte marchigiana, alla stregua del rilievo per cui l’appellante si era limitato al mero rinvio alle osservazioni del proprio consulente, “osservazioni superate dalla pronuncia del primo giudicante che ha aderito alle conclusioni del secondo c.t.u.” (così sentenza d’appello, pag. 6), ha reputato, sostanzialmente, che con l’atto di gravame C.A. non aveva formulato una critica “adeguata” e specifica della decisione impugnata, idonea ad incrinarne la portata e la valenza.

Per altro verso, è da escludere che il ricorrente, appellante in seconde cure, abbia addotto, ancorché si dilunghi con il primo e secondo motivo di ricorso, argomenti tali da inficiare il riscontro di “inadeguatezza” dell’appello operato dalla corte di merito.

Invero, non dà ragione dell'”adeguatezza” della critica svolta in secondo grado la prospettazione, reiterata pedissequamente e con il primo mezzo e con il secondo mezzo, a tenor della quale aveva con l’atto di appello addotto che le relazioni di c.t.u. non potevano essere condivise, quanto alla prima, per le stesse ragioni che avevano indotto l’originario istruttore alla sua rinnovazione, ovvero giacché era stato attribuito “un significato rilevante all’intervento del R. che in realtà non aveva escluso vizi e difetti” (così ricorso, pag. 14 e pag. 20), quanto alla seconda, giacché le opinioni quivi svolte erano “meramente ipotetiche, prive di riscontri obiettivi e in contrasto con i principi tecnici notori in materia” (così ricorso, pag. 15 e pag. 20).

Ne’ evidentemente dell'”adeguatezza” dà conto la circostanza che nell’atto di appello C.A. aveva riprodotto le dichiarazioni del proprio consulente, ingegner Co. (cfr. al riguardo ricorso, pag. 14), ed aveva addotto che erroneamente il tribunale aveva negato valenza alle dichiarazioni testimoniali rese dallo stesso ingegnere (cfr. al riguardo ricorso, pag. 15).

Anzi tal ultime prospettazioni avvalorano viepiù il rinvio tout court alle osservazioni del c.t.p. rilevato e stigmatizzato dalla corte distrettuale.

Il riscontro dell'”inadeguatezza” e dunque dell’inammissibilità dell’appello è pertanto in toto da condividere e da ribadire.

12. Non vi è margine alcuno perché possano configurarsi i vizi di motivazione denunciati con i passaggi finali dei mezzi di impugnazione in disamina (il riferimento è al par. 1.2) ed al par. 2.2)).

Questa Corte spiega invero che, in materia di vizi “in procedendo”, non è consentito alla parte interessata di formulare in sede di legittimità la relativa censura in termini di omessa motivazione, in quanto spetta alla Corte di cassazione accertare se vi sia stato o meno il denunciato vizio di attività, attraverso l’esame diretto degli atti, indipendentemente dall’esistenza o dalla sufficienza e logicità dell’eventuale motivazione del giudice di merito sul punto (cfr. Cass. (ord.) 2.9.2019, n. 21944).

13. Si è anticipato che la corte distrettuale ha reputato altresì destituito di fondamento l’appello circa l’an della pretesa responsabilità dell’appellato.

In particolare, la corte territoriale ha soggiunto che gli esiti dell’istruzione probatoria, cui il tribunale aveva correttamente fatto luogo, avevano dato conto del mancato raggiungimento della prova dei vizi dedotti dall’appellante e quindi della piena conformità dell’imbarcazione consegnata alle caratteristiche del modello dalle parti concordato.

Trattasi innegabilmente dei medesimi profili involti dalle “osservazioni del c.t.p. non tenute in conto dalla sentenza impugnata” (così ricorso, pag. 2) e dalla “condizione del bene al tempo della consegna (1999)” (così ricorso, pag. 2), profili cui si correla la declaratoria di inammissibilità dell’appello.

E ciò, ben vero, quantunque la Corte di Ancona abbia reputato il motivo d’appello attinente al merito “in parte inammissibile ed in parte infondato” (così sentenza d’appello, pag. 5).

14. In questi termini non può che rimarcarsi quanto segue.

Da un canto, esplica valenza l’insegnamento di questa Corte secondo cui, qualora il giudice, dopo una statuizione di inammissibilità, con la quale si è spogliato della “potestas iudicandi” in relazione al merito della controversia, abbia impropriamente inserito nella sentenza argomentazioni sul merito, la parte soccombente non ha l’onere né l’interesse ad impugnare; conseguentemente è ammissibile l’impugnazione che si rivolga alla sola statuizione pregiudiziale ed è viceversa inammissibile, per difetto di interesse, l’impugnazione nella parte in cui pretenda un sindacato anche in ordine alla motivazione sul merito, svolta “ad abundantiam” nella sentenza gravata (cfr. Cass. sez. un. 20.2.2007, n. 3840; Cass. 20.8.2015, n. 17004; Cass. (ord.) 19.12.2017, n. 30393, secondo cui, qualora il giudice che abbia ritenuto inammissibile una domanda, o un capo di essa, o un singolo motivo di gravame, così spogliandosi della “potestas iudicandi” sul relativo merito, proceda poi comunque all’esame di quest’ultimo, è inammissibile, per difetto di interesse, il motivo di impugnazione della sentenza da lui pronunciata che ne contesti solo la motivazione, da considerarsi svolta “ad abundantiam”, su tale ultimo aspetto).

D’altro canto, sono inammissibili il terzo, il quarto, il quinto, il sesto ed il settimo motivo di ricorso, siccome tutti afferenti alle statuizioni di merito cui la corte marchigiana ha aggiuntivamente fatto luogo e sulla cui scorta la corte marchigiana ha inoltre reputato il gravame destituito di fondamento.

15. In ogni caso si evidenzia quanto segue.

16. Con il terzo motivo il ricorrente denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione o falsa applicazione dell’art. 2697 c.c.; ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, l’omessa motivazione in relazione all’art. 132 c.p.c., n. 4; ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’omesso esame di fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti.

Premette che, finché l’opera non è espressamente ovvero tacitamente accettata, il committente è tenuto alla mera allegazione dei vizi, sicché grava sull’appaltatore l’onere di dimostrare di aver eseguito l’opera conformemente alle regole dell’arte.

Indi deduce che la corte d’appello ha vagliato il profilo della ripartizione dell’onere della prova, in particolare ai fini del riscontro della tempestività dell’azione, senza tener conto che non ha provveduto, né espressamente né tacitamente, all’accettazione dell’opera commissionata e che a tal riguardo non rileva la mera consegna dell’opera.

Deduce d’altra parte che l’impugnata statuizione è affetta da vizio di motivazione correlato al mancato accertamento dell’avvenuta accettazione senza riserve dell’imbarcazione.

17. Con il quarto motivo il ricorrente denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, l’omessa motivazione in relazione all’art. 132 c.p.c., n. 4; ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’omesso esame di fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti.

Deduce che, ai fini del riparto dell’onere probatorio, l’accettazione dell’imbarcazione non può desumersi neppure, alla stregua dei rilievi di cui alla sentenza di primo grado, riprodotta nella sentenza d’appello, dall’avvenuto pagamento del prezzo al momento della dichiarazione di vendita.

Deduce segnatamente che la corte di merito ha omesso di esaminare la deduzione concernente l’erroneità della presunzione di consegna dell’imbarcazione correlata all’avvenuto pagamento del prezzo al momento della dichiarazione di vendita.

18. Con il quinto motivo il ricorrente denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’omesso esame di fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti.

Deduce che la corte territoriale, allorché ha disconosciuto la prova degli addotti vizi, non ha tenuto conto delle decisive dichiarazioni testimoniali rese da Ca.An. e da Ce.Na., dichiarazioni che danno riscontro del riconoscimento, operato da controparte, della debolezza costruttiva del fondo dell’imbarcazione.

Deduce che non valgono a svilire tali dichiarazioni i riferimenti alla c.t.u. operati dalla statuizione di primo grado, riprodotta nella sentenza d’appello.

Deduce inoltre che la Corte di Ancona non ha considerato le dichiarazioni testimoniali rese dall’ingegner Co., proprio consulente.

19. Con il sesto motivo il ricorrente denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, la nullità della sentenza e degli atti processuali, la violazione dell’art. 112 c.p.c. e/o dell’art. 132 c.p.c., n. 4; ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’omesso esame di fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti.

Deduce che con l’atto d’appello aveva addotto che il tribunale aveva errato a reputare inattendibile, in quanto sua moglie, la teste Ce.Na..

Deduce che la corte d’appello non ha esaminato tale censura.

Deduce al contempo che le dichiarazioni della teste Ce.Na. dovevano reputarsi appieno attendibili alla luce delle conformi dichiarazioni testimoniali rese da Ca.An. e da Co.Ma..

20. Con il settimo motivo il ricorrente denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, l’omessa motivazione in relazione all’art. 132 c.p.c., n. 4; ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’omesso esame di fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti.

Deduce che ha errato la corte di merito a ritenere che il tribunale aveva correttamente recepito gli esiti delle c.t.u..

Deduce che viceversa il tribunale aveva e quindi la corte ha del tutto omesso la disamina dei rilievi critici formulati avverso le c.t.u. dal proprio consulente tecnico.

Deduce dunque che la sentenza è inficiata da vizio di motivazione.

21. Il terzo motivo ed il quarto motivo di ricorso, da disaminare congiuntamente siccome strettamente connessi, sono comunque privi di fondamento.

Al di là dei rilievi di novità delle censure de quibus formulati dal controricorrente (cfr. controricorso, pag. 15 e pag. 17), si evidenzia che nella specie non ha precipua valenza l’insegnamento di questa Corte n. 19146 del 9.8.2013 in materia di riparto dell’onere della prova in tema di garanzia per difformità e vizi nell’appalto.

Invero la corte distrettuale ha accertato l’insussistenza dei vizi dedotti dall’appellante.

Cosicché vanno appieno condivise le prospettazioni del controricorrente secondo cui, “indipendentemente dal soggetto sul quale gravava il relativo onere, è stata comunque accertata l’insussistenza di alcun inadempimento in capo a G.M.” (così controricorso, pag. 15) e secondo cui “e’ stata accertata incontrovertibilmente la conformità dell’imbarcazione al contratto d’appalto” (così controricorso, pag. 17).

22. Il quinto motivo del pari è – comunque – privo di fondamento.

23. E’ sufficiente il riferimento all’insegnamento di questa Corte secondo cui il cattivo esercizio del potere di apprezzamento delle prove non legali da parte del giudice di merito non dà luogo ad alcun vizio denunciabile con il ricorso per cassazione, non essendo inquadrabile nel paradigma dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, né in quello del precedente n. 4, disposizione che – per il tramite dell’art. 132 c.p.c., n. 4 – dà rilievo unicamente all’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante (cfr. Cass. 10.6.2016, n. 11892; Cass. (ord.) 26.9.2018, n. 23153).

Ovviamente l’insegnamento anzidetto esplica valenza anche con riferimento alla doglianza, veicolata in fine dal quarto motivo, concernente l’omessa disamina delle dichiarazioni rese dal teste Ra.Pa..

24. Il sesto motivo parimenti è – comunque – privo di fondamento.

25. Rileva, per un verso, l’insegnamento di questo Giudice del diritto secondo cui il vizio di omessa pronuncia è configurabile solo nel caso di mancato esame, da parte della sentenza impugnata, di questioni di merito, e non già nel caso di mancato esame di eccezioni pregiudiziali di rito (cfr. Cass. 23.1.2009, n. 1701; Cass. (ord.) 25.1.2018, n. 1876).

26. Rileva, per altro verso, l’insegnamento di questo Giudice del diritto secondo cui la valutazione del giudice di merito in ordine all’attendibilità dei testimoni escussi si sottrae al controllo di legittimità, allorché sia corredata da motivazione sufficiente, logica, non contraddittoria e rispettosa della normativa vigente in materia (cfr. Cass. 24.5.2013, n. 12988).

Su tale scorta devesi ritenere che, allorquando la corte territoriale ha affermato che il tribunale aveva “correttamente (…) gestito la fase istruttoria” (così sentenza d’appello, pag. 7), ha reputato in tal guisa che il primo giudice avesse vagliato congruamente ed ineccepibilmente, evidentemente anche in considerazione degli esiti delle c.t.u., la inattendibilità della teste Ce.Na..

27. Il settimo motivo similmente è – comunque – privo di fondamento.

28. La consulenza di parte, ancorché confermata sotto il vincolo del giuramento, costituisce una semplice allegazione difensiva di carattere tecnico, priva di autonomo valore probatorio, con la conseguenza che il giudice di merito, ove di contrario avviso, non è tenuto ad analizzarne e a confutarne il contenuto, quando ponga – è il caso di specie – a base del proprio convincimento considerazioni con esso incompatibili e conformi al parere del proprio consulente (cfr. Cass. (ord.) 9.4.2021, n. 9483; Cass. 29.1.2010, n. 2063; cfr. Cass. 11.7.1983, n. 4712; Cass. 18.4.2001, n. 5687).

29. In dipendenza del rigetto del ricorso il ricorrente va condannato a rimborsare al controricorrente le spese del presente giudizio di legittimità.

La liquidazione segue come da dispositivo.

30. Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso ai sensi dell’art. 13, comma 1 bis, D.P.R. cit., se dovuto (cfr. Cass. sez. un. 20.2.2020, n. 4315).

PQM

La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente, C.A., a rimborsare al controricorrente, G.M., le spese del presente giudizio di legittimità, che si liquidano in complessivi Euro 6.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre rimborso forfetario delle spese generali nella misura del

15%, i.v.a. e cassa come per legge; ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso ai sensi dell’art. 13, comma 1 bis, D.P.R. cit., se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 11 maggio 2021.

Depositato in Cancelleria il 3 dicembre 2021

 

 

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA