Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 38233 del 03/12/2021

Cassazione civile sez. II, 03/12/2021, (ud. 30/09/2021, dep. 03/12/2021), n.38233

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GORJAN Sergio – Presidente –

Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere –

Dott. COSENTINO Antonello – Consigliere –

Dott. CARRATO Aldo – rel. Consigliere –

Dott. TEDESCO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso (iscritto al N.R.G. 7/2017) proposto da:

CONFRATERNITA DI MISERICORDIA DI PIOMBINO, (P.I.: (OMISSIS)), in

persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e

difesa, in virtù di procura speciale apposta in calce al ricorso,

dagli Avv.ti Riccardo Benvenuti, Paolo Bastianini, e Umberto

Richiello, ed elettivamente domiciliata presso lo studio del terzo,

in Roma, v. Mirabello n. 18;

– ricorrente –

contro

COMUNE DI PIOMBINO, (C.F.: (OMISSIS)), in persona del Sindaco pro

tempore, rappresentato e difeso, in virtù di procura speciale in

calce al ricorso, dall’Avv. Renzo Grassi, ed elettivamente

domiciliato presso lo studio legale associato Caso-Ciaglia, in Roma,

v. Savoia, n. 72;

– controricorrente – ricorrente incidentale –

avverso la sentenza della Corte di appello di Firenze n. 1086/2016

(pubblicata il 28 giugno 2016);

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

30 settembre 2021 dal Consigliere relatore Dott. Aldo Carrato;

letta la memoria depositata dalla difesa del Comune controricorrente

ai sensi dell’art. 380-bis.1 c.p.c..

 

Fatto

RITENUTO IN FATTO

1. Con ricorso proposto ai sensi dell’art. 702-bis c.p.c. la Confraternita di Misericordia di Piombino, sulla premessa di svolgere da sempre la propria attività in due locali posti al piano terreno dello stabile di (OMISSIS) (catasto fabbricati foglio (OMISSIS), mapp. (OMISSIS)), di cui intestatario catastale era il Comune di Piombino, con il quale aveva stipulato anche un contratto di locazione in data 24 novembre 2003 avente ad oggetto detti vani (pur stabilendosi in essi che la ricorrente si riservava di dimostrare il titolo di proprietà sugli stessi), conveniva in giudizio, dinanzi al Tribunale di Livorno, il citato Comune per ottenere la declaratoria dell’accertamento della sua proprietà con riferimento a tali immobili per acquisto derivativo fattone nel 1865 e, in subordine, per sentir accertato l’acquisto di detta proprietà per usucapione ventennale. Il convenuto Comune resisteva alla domanda invocandone il rigetto.

L’adito Tribunale, con sentenza n. 1060/2014, dichiarava l’acquisto della proprietà per usucapione, da parte della menzionata Confraternita, dei due vani dedotti in controversia.

2. Decidendo sull’appello formulato dal soccombente convenuto Comune di Piombino e nella costituzione dell’appellata, la Corte di appello di Firenze, con sentenza n. 1086/2016 (pubblicata il 28 giugno 2016), accoglieva il gravame e, in riforma dell’impugnata decisione, rigettava la domanda di usucapione come avanzata dalla suddetta Confraternita, la quale veniva condannata anche al pagamento delle spese del doppio grado di giudizio.

A sostegno dell’adottata pronuncia, la Corte toscana escludeva che, nel caso di specie, si fossero configurate le condizioni per la dichiarazione di usucapione rivendicata dall’appellata, difettando sia l’animus possidendi che un effettivo possesso utile ai fini del reclamato acquisto a titolo originario.

In particolare, il giudice di secondo grado rilevava che, con missiva del 30 gennaio 1957, la Confraternita aveva precisato che i due vani in questione le erano stati locati dal Comune di Piombino e che con missiva del 20 novembre 1993 quest’ultimo aveva chiesto all’appellata il pagamento di un canone locativo, lamentando – con successiva comunicazione del 10 maggio 1994 – che la citata Confraternita utilizzava i due vani senza titolo e che, poi, il 24 novembre 2003 era stata formalizzata la stipula di un contratto di locazione tra le due parti.

Pertanto, proseguiva la Corte di appello, dallo svolgimento fattuale dei rapporti intercorsi nel tempo tra le parti era evincibile come difettasse un possesso “ad usucapionem” in capo alla stessa Confraternita e come fosse indubbia l’insussistenza di una “effettiva e radicata” convinzione della medesima di potersi comportare nell’attualità, per un acquisto per usucapione pregressa, “uti domini” (anche alla stregua del contenuto della clausola di cui al punto 6.3. del contratto di locazione del 24 novembre 2003, con il quale la stessa Confraternita aveva solo dichiarato di non poter escludere, in modo definitivo, di poter dimostrare in un futuro non definito un indeterminato “titolo di proprietà” degli immobili).

Sulla base del complesso di tali decisive valutazioni (implicanti la fondatezza del gravame), la Corte territoriale riteneva assorbito ogni ulteriore profilo dedotto con l’atto di appello da parte del Comune di Piombino.

3. Avverso la predetta sentenza di appello ha proposto ricorso per cassazione, affidato a tre motivi, la Confraternita di Misericordia di Piombino.

Si è costituito con controricorso – contenente anche ricorso incidentale condizionato riferito a tre doglianze – il Comune di Piombino, la cui difesa ha anche depositato memoria ai sensi dell’art. 380-bis.1 c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Con il primo motivo la ricorrente ha denunciato – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – la violazione degli artt. 1165 e 2944 c.c., sul presupposto che la Corte di appello avrebbe erroneamente sussunto in tale ultima norma il fatto emergente nella richiamata clausola di cui al punto 6.3. del contratto di locazione stipulato il 24 novembre 2003, in base alla quale essa ricorrente si era riservata di dimostrare il titolo di proprietà degli immobili e che l’accettazione della locazione non costituiva acquiescenza rispetto alla situazione petitoria, facendo scaturire da tale contenuto la inequivoca volontà della stessa Confraternita di attribuire al Comune di Piombino la proprietà dei locali da essa posseduti da decenni.

2. Con la seconda censura la ricorrente ha dedotto – ancora ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – la violazione degli artt. 1158,1165,2944 e 2945 c.c., non avendo la Corte di secondo grado tenuto conto che essa Confraternita, dopo aver opposto al Comune, nel 1957, la propria qualità di proprietaria dei locali, aveva continuato a possederli (con il relativo “animus rem sibi habendi”) per ben oltre venti anni ai fini dell’acquisto per usucapione, a fronte della circostanza che il riportato contratto di locazione era intervenuto solo nel 2003 senza – come già evidenziato – il riconoscimento di alcun titolo di proprietà in capo al Comune di Piombino.

3. Con la terza doglianza la ricorrente ha prospettato – in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 – la violazione dell’art. 101 c.p.c., comma 2 e la conseguente nullità dell’impugnata sentenza, avendo la Corte di appello dato rilievo alla circostanza del sopravvenuto contratto di locazione nel 2003, senza che, però, la relativa questione comprovante la ritenuta assenza, in capo ad essa ricorrente, dell’animus possidendi fosse stata mai dedotta o discussa tra le parti.

4. Con i tre motivi di ricorso incidentale condizionato il controricorrente Comune di Piombino ha risollevato le questioni ritenute assorbite dalla Corte di appello nell’impugnata sentenza riguardanti l’eccepita inusucapibilità dei due vani, la mancanza del “corpus possessionis” in capo alla Confraternita e il difetto dell'”animus possidendi” anche per motivi diversi da quello su cui era stata fondata la suddetta sentenza.

4. Rileva, innanzitutto, il collegio che i tre motivi del ricorso principale possono essere esaminati congiuntamente perché all’evidenza tra loro connessi.

Essi sono tutti infondati e devono, perciò, essere rigettati.

La prima censura attinge una valutazione di merito, adeguatamente svolta nell’impugnata sentenza, sul contenuto di una clausola contrattuale, senza che, peraltro, sia stata specificamente denunciata la violazione di criteri ermeneutici (di cui agli artt. 1362-1371 c.c.).

Si osserva al riguardo che, diversamente da quanto con essa prospettato, la Corte di appello toscana non ha affatto ritenuto che quanto evincibile dalla clausola 6.3. del contratto di locazione stipulato tra le parti il 24 novembre 2003 (con il quale era stata concordata una sua durata novennale con il pagamento di un canone mensile di Euro 400,00) avesse comportato un’acquiescenza, da parte del ricorrente, nel riconoscimento della qualità di proprietario in capo al Comune di Piombino.

Il giudice di secondo grado si e’, infatti, limitato a desumere dalla volontà manifestata dalla Confraternita (che pure si era riservata – con apposita previsione nella medesima clausola – in futuro di far eventualmente accertare un suo titolo petitorio sui due vani) che, evidentemente, in quel momento era consapevole, tutt’al più, di rivestire la qualità di detentrice qualificata (non comprendendosi, altrimenti, il senso logico del perché aveva voluto formalizzare per iscritto un contratto di locazione con il Comune, intestatario dell’immobile), costituendo, quindi, questo un ulteriore elemento univocamente indiziante per escludere la sussistenza, in capo alla stessa ricorrente, della condizione di possieditrice sotto il profilo soggettivo dell'”animus possidendi”, avvalorato da altre valutazioni in ordine ai pregressi rapporti intercorsi tra le parti con riguardo all’utilizzazione dei due beni immobili.

Del resto è pacifico nella giurisprudenza di questa Corte il principio secondo cui non è sufficiente a configurare un possesso idoneo all’usucapione il mero protrarsi di un comportamento materiale, occorrendo che questo sia stato, altresì, attuato con l’intenzione di esercitare un potere di autonoma signoria sulla cosa corrispondente a quello del titolare del diritto, ovvero con un univoco “animus rem sibi habendi”. Oltretutto è incontrovertibile che, in tema di possesso “ad usucapionem”, non è censurabile in sede di legittimità – ove congruamente motivato ed immune da vizi giuridici (come verificatosi nel caso di specie) – l’apprezzamento del giudice del merito in ordine alla validità degli eventi dedotti dalla parte al fine di accertare se, nella concreta fattispecie, ricorrano, o meno, gli estremi del possesso idoneo ad usucapire (cfr., ad es., Cass. n. 11410/2010 e Cass. n. 356/2017).

Si rileva, inoltre, che anche il secondo motivo implica una sollecitazione ad una rivalutazione di merito nella presente sede di legittimità dei presupposti per la configurazione o meno delle condizioni per ritenere già maturata l’usucapione, tenendo conto della relazione di fatto che la Confraternita aveva stabilito, per effetto della loro disponibilità materiale, fin dal 1957 con i due beni in questione.

Ma anche a tal proposito correttamente la Corte di appello non ha affatto accertato non essendo stati addotti i necessari riscontri probatori (ed essendo anzi la relativa circostanza smentita dallo svolgimento successivo del rapporto) da parte dell’attuale ricorrente – che fosse intervenuta, da parte di quest’ultima, a partire dal 1957, un’interversione del possesso, non potendo essere sintomatica a tal proposito la condotta del Comune di Piombino consistita nella mancata riscossione per un tempo apprezzabile dei fitti, costituendo, semmai, tale comportamento frutto di una mera tolleranza in ragione della particolare attività svolta dalla Confraternita nei locali. E proprio l’avvertita necessità di quest’ultima – già posta in risalto nell’esaminare la precedente doglianza – di voler formalizzare nel 2003 un contratto di locazione con il citato Comune, con la previsione di un apposito canone, dimostra – come ritenuto dalla Corte di appello – che l’odierna ricorrente avesse consapevolezza di non essere propriamente possieditrice degli immobili ma mera detentrice precaria o al più qualificata in base ad un pregresso rapporto di locazione tacitamente concluso.

E che la Confraternita non avesse esercitato sui beni un’attività con l'”animus possidendi” o con il successivo intervento di una “interversio possessionis”, è stato correttamente ritenuto dalla Corte di appello evincibile dai rapporti epistolari intercorsi tra le parti (v. pag. 5 dell’impugnata sentenza).

Infatti, detta Corte ha dato conto che con la missiva del 30 gennaio 1957 la Confraternita aveva precisato che i due vani oggetto di causa le erano stati affittati dal Comune (considerandolo proprietario), chiedendo anche la cancellazione dal ruolo comunale per la riscossione dei canoni (donde anche per il periodo pregresso la Confraternita aveva ammesso di non aver esercitato un possesso su tali beni).

Poi, con missiva del 29 novembre 1993, il Comune aveva chiesto alla ricorrente di pagare un canone locativo, lamentando, successivamente, con altra missiva del 10 maggio 1994 l’utilizzo senza titolo dei due vani da parte della Confraternita (senza che la stessa avesse opposto alcuna condizione di possieditrice), per poi, a seguito di questa evoluzione della vicenda, verificarsi che fu la stessa ricorrente a determinarsi nel richiedere la formalizzazione di un contratto di locazione in data 24 novembre 2003 (evidentemente stipulato per soddisfare l’esigenza di “regolarizzare” mediante un titolo contrattuale formale il pregresso rapporto intercorso tra le parti, sull’implicito presupposto – come già spiegato – che la Confraternita, in quel momento, si ritenesse, tutt’al più, una detentrice qualificata, senza alcuna rilevanza della riserva – di cui alla clausola 6.3. del contratto – di poter eventualmente in un futuro indeterminato dimostrare un titolo di proprietà sui beni locati, senza nemmeno specificare su quale base).

La terza doglianza è manifestamente priva di fondamento dal momento che non sussiste alcuna violazione dell’art. 101 c.p.c., comma 2, poiché la questione (anzi l’aspetto probatorio, e non una questione giuridica in senso stretto: cfr. Cass. n. 24861/2013) sull’insussistenza o meno dell'”animus possidendi” in capo alla ricorrente (anche in base alla valutazione del contratto di locazione del 2003) era stata chiaramente dedotta dal Comune e, in ogni caso, era all’evidenza involta dalla necessità di verificare l’emergenza o meno delle condizioni per poter usucapire i beni (essendo uno dei presupposti richiesti dall’art. 1158 c.c., oltre al possesso continuato, pacifico e non violento per una durata almeno ventennale).

5. In definitiva, alla stregua delle complessive argomentazioni svolte, il ricorso principale deve essere integralmente respinto e da ciò deriva il conseguente assorbimento dell’avverso ricorso incidentale condizionato.

Da tale pronuncia consegue la condanna della ricorrente principale al pagamento delle,5 spese del presente giudizio di legittimità, che si liquidano nei sensi di cui in dispositivo.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, occorre dare atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente principale, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso principale e dichiara assorbito quello incidentale condizionato. Condanna la ricorrente principale al pagamento delle spese del presente giudizio, che si liquidano in complessivi Euro 3.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre contributo forfettario, iva e cpa nella misura e sulle come per legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente principale, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 30 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 3 dicembre 2021

 

 

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