Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 38201 del 03/12/2021

Cassazione civile sez. VI, 03/12/2021, (ud. 13/07/2021, dep. 03/12/2021), n.38201

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ESPOSITO Lucia – Presidente –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – Consigliere –

Dott. PONTERIO Carla – rel. Consigliere –

Dott. AMENDOLA Fabrizio – Consigliere –

Dott. BELLE’ Roberto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 37696-2019 proposto da:

I.M.S., domiciliata presso la cancelleria della CORTE

DI CASSAZIONE, PIAZZA CAVOUR, ROMA, rappresentata e difesa

dall’avvocato PIERO MORESCHINI;

– ricorrente –

Contro

MINISTERO DELLA SALUTE, (OMISSIS), in persona del Ministro pro

tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e

difende, ope legis;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 60/2019 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

depositata il 05/06/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 13/07/2021 dal Consigliere Relatore Dott. CARLA

PONTERIO.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. La Corte d’appello di Firenze ha respinto l’appello di I.M.S., confermando la pronuncia di primo grado di rigetto della domanda di indennizzo di cui alla L. n. 210 del 1992.

2. La Corte territoriale ha accertato che già nel 1985 l’appellante aveva avuto “conoscenza del danno” irreversibile, come dalla stessa dichiarato nella domanda amministrativa del 10.7.2013; che comunque a partire dal 1996 si era sottoposta a controlli periodici in relazione alla malattia epatica e che doveva considerarsi “del tutto inverosimile che ella non avesse avuto ogni informazione utile a comprendere l’eziologia dell’affezione diagnosticatale…essendo a quell’epoca già ben nota la relazione causale tra trasfusioni di sangue infetto e insorgenza di epatopatie”.

3. Avverso tale sentenza I.M.S. ha proposto ricorso per cassazione affidato a sei motivi; il Ministero della salute ha resistito con controricorso.

4. La proposta del relatore è stata comunicata alle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza camerale, ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO

che:

5. Col primo motivo di ricorso è dedotta violazione e falsa applicazione della L. n. 210 del 1992, art. 3, comma 1, ed illogicità della motivazione per erronea individuazione del dies a quo del termine di decadenza triennale poiché la legge richiede l’esistenza in atti di documenti che dimostrino la conoscenza della derivazione causale del danno e non autorizza il giudice a ricercare aliunde la conoscibilità.

6. Con il secondo motivo è dedotta violazione degli artt. 113,115 e 116 c.p.c. in materia di disponibilità delle prove.

7. Col terzo motivo è denunciata la violazione degli artt. 2727 e 2729 c.c. e, in particolare, del divieto di praesumptio de praesumpto.

8. Col quarto motivo è dedotta violazione dell’art. 2967 c.c. per assenza di prova dei fatti posti a base dell’eccezione di decadenza e per inversione dell’onere della prova.

9. Col quinto motivo si deduce falsa applicazione della L. n. 210 del 1992, art. 3, comma 1, ed omessa motivazione circa un fatto decisivo per il giudizio, per erroneità nell’individuazione del dies a quo del termine di decadenza triennale poiché la legge richiede l’esistenza in atti di documenti che dimostrino la conoscenza della irreversibilità del danno epatico.

10. Col sesto motivo si censura la sentenza per falsa applicazione della L. n. 210 del 1992, art. 3, comma 1, ed omessa motivazione circa un fatto decisivo per il giudizio, per erronea individuazione del dies a quo del termine di decadenza triennale poiché la legge richiede l’esistenza in atti di documenti che dimostrino la conoscenza della ascrivibilità del danno ad una delle categorie di cui alla tabella A allegata al D.P.R. n. 834 del 1981.

11. I motivi di ricorso, che si trattano congiuntamente per ragioni di connessione logica, non possono trovare accoglimento.

12. A norma della L. n. 210 del 1992, art. 3, comma 1, nel testo modificato dalla L. n. 238 del 1997, art. 1, comma 9, la domanda amministrativa per ottenere l’indennizzo deve essere presentata “nel termine di tre anni nel caso di vaccinazioni o di epatiti post-trasfusionali (…) dal momento in cui, sulla base delle documentazioni di cui ai commi 2 e 3, l’avente diritto risulti aver avuto conoscenza del danno”.

13. La Corte Costituzionale, nel ritenere legittima la disposizione che ha introdotto il termine di decadenza anche con riguardo alle patologie contratte in esito a trasfusioni, ha chiarito che il termine di tre anni fissato dalla norma e decorrente “dal momento dell’acquisita conoscenza dell’esito dannoso dell’intervento terapeutico” non è talmente breve da frustrare la possibilità di esercizio del diritto alla prestazione e vanificare la previsione dell’indennizzo (cfr. Corte Cost. n. 342 del 2006).

14. In riferimento alla disciplina transitoria, le S.U. di questa Corte (sentenza n. 15352 del 2015) hanno statuito che “il termine triennale di decadenza per il conseguimento dell’indennizzo in favore di soggetti danneggiati da emotrasfusioni, introdotto dalla L. 25 luglio 1997, n. 238, si applica anche in caso di epatite postrasfusionale contratta prima del 28 luglio 1997, data di entrata in vigore della detta legge, con decorrenza, però, da questa stessa data, dovendosi ritenere, conformemente ai principi generali dell’ordinamento in materia di termini, che, ove una modifica normativa introduca un termine di decadenza prima non previsto, la nuova disciplina operi anche per le situazioni soggettive già in essere, ma la decorrenza del termine resta fissata con riferimento all’entrata in vigore della modifica legislativa”.

15. In generale, si è precisato che in tema di indennizzo del danno da emotrasfusioni, ai fini della decorrenza del termine decadenziale di cui alla L. n. 210 del 1992, art. 3, comma 1, non è sufficiente la conoscenza o la ragionevole conoscibilità della malattia in sé o della sua cronicizzazione, ma occorre quella dell’evento indennizzato completo del nesso causale e quindi della correlazione tra la patologia e l’intervento terapeutico praticato, della natura irreversibile del danno nonché della sua ascrivibilità, per equivalente e non in via strettamente tabellare, ad una delle infermità classificate nelle categorie previste dalla tabella B, annessa al T.U. approvato con D.P.R. n. 915 del 1978, come sostituita dalla tabella A allegata al D.P.R. n. 834 del 1981 (v. Cass. n. 27565 del 2019; n. 17800 del 2016; S.U. n. 8064 del 2010).

16. Più recentemente questa Corte ha chiarito, sulla scia di quanto statuito riguardo ai termini di prescrizione dell’azione di responsabilità extracontrattuale nei confronti del Ministero (v. Cass., S.U. n. 576 del 2008), che “In tema di indennizzo in favore di soggetti danneggiati da epatite post-trasfusionale, la decorrenza del termine triennale di decadenza per la proposizione della domanda, previsto dalla L. n. 210 del 1992, art. 3, comma 1, come modificato dalla L. n. 238 del 1997, va stabilita ricostruendo il momento in cui deve ritenersi maturata in capo all’interessato la conoscibilità del nesso causale tra la trasfusione e la patologia, sulla base di indici oggettivi e con alto grado di probabilità, alla luce delle nozioni comuni dell’uomo medio, eventualmente integrate da valutazioni mediche e secondo il parametro dell’ordinaria diligenza” (Cass. n. 29453 del 2020).

17. Nel caso in esame, la Corte d’appello si è attenuta ai principi appena richiamati in quanto ha considerato maturata la decadenza triennale in relazione alla domanda amministrativa del 2013, sul rilievo che, quantomeno a partire dal 1996, la attuale ricorrente avesse conoscenza o, comunque, conoscibilità, della patologia epatica contratta e della derivazione causale della stessa dalle trasfusioni a cui era stata sottoposta.

18. In particolare, i giudici di appello hanno accertato che già nel 1985 la attuale ricorrente, sottoposta a trasfusioni due anni prima, aveva conoscenza del danno irreversibile da epatite (come documentato dalla domanda amministrativa dalla stessa presentata il 10.7.2013) e che a partire dal 1996 si era sottoposta a periodici controlli in esito al riscontro di positività HBV.

19. Sulla base di questi dati, e in particolare del fatto che la stessa “era seguita specificamente in relazione alla patologia de qua” che le aveva procurato un danno irreversibile ed inoltre in virtù del fatto che “a quell’epoca (era) già ben nota la relazione causale tra trasfusioni di sangue infetto e insorgenza di epatopatie”, la sentenza impugnata ha giudicato “inverosimile che ella non avesse ricevuto ogni informazione utile a comprendere anche l’eziologia dell’affezione diagnosticatale”.

20. Da tali passaggi emerge che la sentenza impugnata non solo non incorre in alcuna violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., in quanto fonda la decisione unicamente su elementi di prova ritualmente acquisiti e liberamente valutati, poiché privi del valore di prova legale (v. Cass. n. 11892 del 2016; Cass. n. 25029 del 2015; Cass. n. 25216 del 2014), ma neppure inverte gli oneri probatori e non viola le regole dettate in tema di prova presuntiva.

21. A quest’ultimo proposito, nella giurisprudenza di legittimità si è più volte sottolineato come, nel dedurre dal fatto noto quello ignoto, il giudice di merito incontri il solo limite del principio di probabilità (Cass., 12/6/2006, n. 13546). Non occorre cioè che i fatti su cui la presunzione si fonda siano tali da far apparire la esistenza del fatto ignoto come l’unica conseguenza possibile, secondo un criterio di necessità assoluta ed esclusiva (cfr. Cass. n. 6387 del 2018 e precedenti ivi citati), ma è sufficiente che l’inferenza del fatto noto da quello ignoto sia effettuata in base ad un canone di ragionevole probabilità, con riferimento alla connessione degli accadimenti la cui normale sequenza e ricorrenza può verificarsi secondo regole di esperienza basate sull’id quod plerumque accidit (v. Cass., 30/5/2019 n. 14762; Cass. 15/3/2018 n. 6387; Cass. 30/11/2005, n. 6081; Cass. 23/3/2005, n. 6220; Cass., 16/7/2004, n. 13169; Cass. 13/11/1996, n. 9961).

22. Nel caso in esame, la Corte di merito ha desunto la conoscibilità, da parte della attuale ricorrente, del nesso causale tra le trasfusioni a cui era stata sottoposta e la patologia epatica, da plurimi e convergenti elementi indiziari risultanti dalla documentazione prodotta (domanda amministrativa e verbale della Commissione medica) e dal fatto notorio, tale già nel 1996, della possibilità di contagio per via trasfusionale quanto al virus HBV, ed applicando un criterio di ordinaria diligenza.

23. Più esattamente, i giudici di appello hanno ritenuto ragionevolmente probabile, in base all’id quod plerumque accidit, che la I., sottoposta a trasfusioni di sangue nel 1983 e a conoscenza fin dal 1985 del danno irreversibile provocato dalla patologia epatica, nel corso dei periodici controlli medici svolti a partire dal 1996 proprio in relazione a tale patologia, avesse avuto modo, secondo un canone di ordinaria diligenza, di chiedere ai sanitari che l’avevano in cura e di ricevere dai medesimi le informazioni necessarie sulla eziologia della affezione patologica che l’aveva colpita.

24. Contrariamente a quanto sostenuto nel ricorso, la sentenza impugnata non ha desunto la conoscenza o conoscibilità del nesso causale tra malattia epatica e trasfusioni (fatto ignoto) da un fatto a sua volta ignoto, cioè le informazioni date alla predetta dai sanitari che l’avevano in cura (così violando il divieto di doppia presunzione), bensì ha utilizzato e valutato una serie complessa di elementi indiziari che ha considerato gravi, precisi e concordanti, secondo un accertamento di fatto rimesso al giudice di merito (cfr. Cass., 15/3/2006, n. 5645; Cass.,17/11/2003, n. 17371; Cass., 30/5/2002, n. 7935; Cass., 14/2/2002, n. 2124; Cass., 26/10/2001, n. 13213. Cfr. altresì Cass., 28/6/2010, n. 15383; Cass., 28/4/2004, n. 8126) e da essi ha desunto il fatto ignoto.

25. Come più volte ribadito nella giurisprudenza di questa Corte, la valutazione degli indizi è incensurabile in sede di legittimità, ove è consentita soltanto la verifica sul rispetto dei principi che regolano la prova per presunzioni (cfr. Cass., 8/3/2007, n. 5332; Cass., 23/1/2006, n. 1216; Cass., 19/3/2002, n. 3974) e quindi sulla correttezza logico-giuridica del ragionamento seguito e delle argomentazioni sostenute (senza che ciò possa tradursi in un nuovo accertamento o nella ripetizione dell’esperienza conoscitiva propria dei gradi precedenti); appartiene al giudizio di legittimità, inoltre, il sindacato sulle massime di esperienza utilizzate nella valutazione delle risultanze probatorie. Tale controllo non può peraltro spingersi fino a sindacarne la scelta, dovendo questa S.C. limitarsi a verificare che il giudizio probatorio non sia fondato su congetture, ovvero su ipotesi non rispondenti all’id quod plerum accidit o su regole generali prive di una sia pur minima plausibilità invece che su vere e proprie massime di esperienza (in tal senso Cass., n. 6387/18).

26. Le censure mosse dalla parte ricorrente non solo non sono idonee ad intaccare la correttezza del ragionamento presuntivo svolto nella decisione impugnata ma nella parte in cui si limitano a contestare la valutazione dei singoli indizi come operata dalla Corte di merito, si rivelano inammissibili.

27. Neppure può dirsi attuata una inversione degli oneri di prova in quanto la Corte di merito non ha addossato alla I. l’onere di dimostrare una diversa data di conoscenza o conoscibilità degli elementi necessari ai fini del decorso del termine di decadenza, ma ha situato tale momento in una determinata epoca, a partire dal 1996, e ciò ha fatto in base alla valutazione degli elementi di prova acquisiti in atti su iniziativa del Ministero (come la domanda amministrativa ed il verbale della Commissione medica).

28. Infine, riguardo alla ascrivibilità tabellare della patologia, che deve essere valutata secondo il medesimo canone di conoscibilità parametrata alla ordinaria diligenza, deve osservarsi come esista un accertamento fattuale compiuto dai giudici di merito, non sindacabile in questa sede, e facente leva sul carattere irreversibile del danno, così descritto dalla medesima I. fin dal 1985, e sulla vicenda clinica caratterizzata dalla necessità di costanti controlli medici periodici a partire dal 1996.

29. Per le ragioni esposte, il ricorso va dichiarato inammissibile.

30. Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo.

31. Si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 2.700,00 per compensi professionali, in Euro 200,00 per esborsi, oltre rimborso spese generali nella misura del 15% ed accessori di legge, da distrarsi in favore dell’avv. Rosario Valore, antistatario.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 13 luglio 2021.

Depositato in Cancelleria il 3 dicembre 2021

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