Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 38199 del 03/12/2021

Cassazione civile sez. I, 03/12/2021, (ud. 20/10/2021, dep. 03/12/2021), n.38199

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAMPANILE Pietro – Presidente –

Dott. PARISE Clotilde – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

Dott. SCALIA Laura – Consigliere –

Dott. CARADONNA Lunella – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 16369/2016 proposto da:

MA.CO.P. s.r.l., nella persona del legale rappresentante pro tempore,

rappresentata e difesa dall’Avv. Carmine Verticchio, ed

elettivamente domiciliata presso il suo studio in Roma, via Monte

Asolone, n. 8, come da delega in calce al ricorso per cassazione.

ricorrente –

contro

Città di Guidonia Montecelio, nella persona del Commissario

Straordinario, rappresentato e difeso dall’Avv. Antonella Auciello,

in virtù di delega in calce al controricorso.

– controricorrente –

avverso la sentenza della Corte di appello di ROMA, n. 5/2016,

pubblicata il 4 gennaio 2016;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

20/10/2021 dal Consigliere Dott. Lunella Caradonna.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

1. Con sentenza del 4 gennaio 2016, la Corte di appello di Roma, in parziale accoglimento dell’appello proposto dalla MA.CO.P. s.r.l., avverso la sentenza del Tribunale di Roma, n. 5417 del 10 marzo 2009, ha condannato il Comune di Guidonia Montecelio al pagamento della somma di Euro 1.001,76, a titoli di interessi maturati dall’1 novembre 2005 al 26 gennaio 2007 e degli interessi anatocistici nella misura prevista dal D.P.R. n. 1063 del 1962, art. 35, sull’importo di Euro 3.900,10, a decorrere dal 21 dicembre 2005, data della domanda, e fino al 26 gennaio 2007.

2. Il Tribunale di Roma, accogliendo parzialmente le domande proposte dalla società MA.CO.P., aveva condannato il Comune convenuto al pagamento della somma di Euro 21.372,79, oltre ad Euro 3.900,10 per interessi maturati su detto importo fino al 31 ottobre 2005 e aveva dato atto dell’intervenuto pagamento di dette somme in corso di causa, in relazione al pagamento del VI SAL riguardante il contratto di appalto stipulato in data 16 giugno 2000, avente ad oggetto l’esecuzione dei lavori di ampliamento della scuola media (OMISSIS), per l’importo complessivo di Euro 1.176.414,10; mentre con riguardo alla debenza della somma di Euro 64.174,15, a saldo della fattura n. (OMISSIS), oltre interessi, aveva evidenziato che non era intervenuta l’approvazione del certificato di collaudo da parte dell’Ente territoriale e che solo con tale atto il pagamento poteva essere liquidato, divenendo le riserve, se accolte, un credito certo, liquido ed esigibile.

3. La Corte adita ha riconosciuto gli interessi sulla somma riconosciuta nella sentenza impugnata fino alla data di pagamento della stessa; gli interessi anatocistici sull’importo di Euro 3.900,10 ritenendo applicabile la regola dell’anatocismo dettata dall’art. 1283 c.c. e ha confermato la statuizione di primo grado di rigetto della domanda di condanna al pagamento della somma di Euro 64.174,15, oltre interessi, per la mancanza di prova del diritto, che non poteva essere costituito dal certificato di collaudo, nel quale peraltro si dava atto della presentazione delle riserve avente ad oggetto il quantitativo di ferro adoperato, in relazione alle quali la società non aveva fornito la prova della tempestiva iscrizione nel registro di contabilità e nel conto finale.

4. La società MA.CO.P. s.r.l. ricorre in Cassazione con atto affidato a due motivi.

5. La Città di Guidonia Montecelio resiste con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1. Con il primo motivo si lamenta l’illegittimità della sentenza impugnata emessa dalla Corte di appello nella parte in cui rigetta la domanda di pagamento dell’importo di Euro 64.174,15, a titolo di saldo riconosciuto nel certificato di collaudo, per violazione ed omessa o comunque erronea applicazione del combinato disposto delle disposizioni di cui alla L. n. 109 del 1994, art. 28 (legge Merloni), del R.D. 25 maggio 1895, n. 350, artt. 101 e 117 e della L. 10 dicembre 1981, n. 742, disposizioni ratione temporis applicabili al rapporto in esame, avendo errato la Corte di appello a non ritenere che l’atto di collaudo, tacitamente approvato, pur con le legittime rettifiche contabili apportate dal collaudatore, costituiva il titolo del diritto azionato dalla società ricorrente.

2. Con il secondo motivo si lamenta l’illegittimità della sentenza impugnata per violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 167 c.p.c., nella parte in cui ha omesso la valutazione della mancata contestazione nel giudizio di primo grado, da parte del Comune convenuto, dell’avvenuta tempestiva iscrizione delle riserve nel registro di contabilità da parte della società MA.CO.P. s.r.l., avendo errato la Corte nell’affermare che il Comune aveva contestato sia in primo grado, che in grado di appello, la tempestività delle riserve che erano alla base della rettifica della contabilità da parte del collaudatore, poiché il Tribunale, nella sentenza di primo grado, aveva scritto che il Comune, costituendosi, aveva eccepito che la somma di Euro 58.340,13, oltre IVA, derivava da riserve apposte dalla società attrice sul registro di contabilità e che, quindi, il diritto alla percezione di tali somme si sarebbe perfezionato solo in caso di approvazione dell’atto di collaudo ancora non effettuata dall’ente convenuto; il Tribunale, infatti, aveva rigettato la domanda della società ricorrente non per omessa dimostrazione della tempestiva iscrizione delle riserva, ma perché non aveva ritenuto approvato l’atto di collaudo.

2.1 L’esame delle esposte censure porta all’accoglimento del primo motivo, con assorbimento del secondo.

2.2 Deve premettersi che il collaudo delle opere pubbliche, come si evince dalla normativa di cui del R.D. 25 maggio 1895, n. 350, artt. 91 e segg., integra un procedimento amministrativo, richiedente da un lato l’emissione del c.d. certificato di collaudo, il quale racchiude il giudizio finale del collaudatore intorno all’opera e contiene la liquidazione del corrispettivo spettante all’appaltatore, e, dall’altro, l’approvazione del collaudo da parte dell’Amministrazione, che esprime sostanzialmente l’accettazione dell’opera per conto del committente e rende definitiva la predetta liquidazione: da quest’ultimo momento, pertanto, si perfeziona la fattispecie procedimentale del collaudo di opere pubbliche generativa del diritto del collaudatore al compenso (Cass., 26 maggio 2010, n. 12884; Cass., 26 gennaio 2011, n. 1832).

Anche di recente questa Corte ha affermato che il certificato di collaudo ha lo scopo di verificare e certificare che l’opera o il lavoro siano stati eseguiti a regola d’arte e secondo le prescrizioni tecniche prestabilite, in conformità del contratto, delle varianti e dei conseguenti atti di sottomissione o aggiuntivi debitamente approvati; ha, altresì, lo scopo di verificare che i dati risultanti dalla contabilità e dai documenti giustificativi corrispondano fra loro e con le risultanze di fatto e comprende anche l’esame delle riserve dell’appaltatore (Cass., 25 giugno 2018, n. 16669).

Questa Corte ha affermato, sia pure con riguardo alla disciplina dettata dalla L. 10 dicembre 1981, n. 741, che “le domande relative all’esecuzione dell’appalto possono essere proposte anche in difetto di approvazione del collaudo, ove la Pubblica amministrazione abbia fatto decorrere per il compimento del collaudo stesso un tempo così lungo da rendere l’inerzia sostanzialmente equivalente ad un rifiuto, non potendo la medesima, tenuta ad eseguire il contratto nel rispetto delle regole generali dettate dagli artt. 1374 e 1375 c.c., ritardare sine die le sue determinazioni in ordine al collaudo, paralizzando i diritti dell’altro contraente” e che “una volta accertata la scadenza dei termini contrattuali, l’appaltatore deve considerarsi dispensato dalla prova dell’imputabilità del ritardo all’amministrazione, incombendo a quest’ultima l’onere di dimostrare che la mancata approvazione del collaudo sia stata determinata dalla condotta dell’impresa” (Cass., 28 gennaio 2015, n. 1613).

Anche di recente, questa Corte ha ribadito che in tema di collaudo di opere pubbliche, della L. n. 741 del 1981, art. 5, nel prevedere i termini entro i quali deve essere compiuto il collaudo, delinea con certezza il periodo superato il quale, perdurando l’inerzia dell’ente committente, quest’ultimo deve ritenersi inadempiente, con la duplice conseguenza che l’appaltatore può agire per il pagamento senza necessità di mettere in mora l’Amministrazione e che, alla scadenza del predetto termine, inizia a decorrere la prescrizione del credito (Cass., 29 gennaio 2019, n. 2477).

2.3 Ciò premesso in punto di principi giurisprudenziali affermati da questa Corte, deve precisarsi che la L. 11 febbraio 1994, n. 109, art. 28, commi 1 e 3 (Legge quadro in materia di lavori pubblici), come modificato dalla L. 18 novembre 1998, n. 415, art. 9, art. 9, comma 48, normativa applicabile ratione temporis al caso in esame perché il contratto risulta stipulato il 16 giugno 2000, dispone:

“Collaudi e vigilanza.

1. Il regolamento definisce le norme concernenti il termine entro il quale deve essere effettuato il collaudo finale, che deve comunque avere luogo non oltre sei mesi dall’ultimazione dei lavori. Il medesimo regolamento definisce altresì i requisiti professionali dei collaudatori secondo le caratteristiche dei lavori, la misura del compenso ad essi spettante, nonché le modalità di effettuazione del collaudo e di redazione del certificato di collaudo ovvero, nei casi previsti, del certificato di regolare esecuzione.

3. Per tutti i lavori oggetto della presente legge è redatto un certificato di collaudo secondo le modalità previste dal regolamento. Il certificato di collaudo ha carattere provvisorio ed assume carattere definitivo decorsi due anni dall’emissione del medesimo. Decorso tale termine, il collaudo si intende tacitamente approvato ancorché l’atto formale di approvazione non sia intervenuto entro due mesi dalla scadenza del medesimo termine. Nel caso di lavori di importo sino a 200.000 ECU il certificato di collaudo è sostituito da quello di regolare esecuzione; per i lavori di importo superiore, ma non eccedente il milione di ECU, è in facoltà del soggetto appaltante di sostituire il certificato di collaudo con quello di regolare esecuzione. Il certificato di regolare esecuzione è comunque emesso non oltre tre mesi dalla data di ultimazione dei lavori”.

2.4 La Corte d’appello, dunque, tenuto conto della normativa applicabile, doveva avere riguardo al carattere definitivo assunto dal certificato di collaudo decorsi due anni dall’emissione del medesimo e all’ulteriore circostanza che, decorso tale termine, il collaudo doveva ritenersi tacitamente approvato, anche se l’atto formale di approvazione non era intervenuto entro i due mesi dalla scadenza del medesimo termine.

I giudici di secondo grado, invece, hanno affermato che mancava la prova del diritto di ottenere il pagamento della somma di Euro 58.340,13, e che la prova non poteva essere costituita dal certificato di collaudo, pure dando atto che, in relazione a quanto evidenziato dal collaudatore e riportato nel conto finale, rilevava comunque la somma di Euro 52.510,15, relativa alla presentazione di riserva della società inerente il “quantitativo di ferro adoperato” (nello specifico, come si legge a pag. 7 del ricorso per cassazione, una quantità di ferro impiegata nelle opere superiore di Kg 73.463,45, che non era stata correttamente contabilizzata, né riconosciuta all’Impresa).

3. Per le ragioni di cui sopra, va accolto il primo motivo di ricorso, con assorbimento del secondo; la sentenza impugnata va cassata, con rinvio alla Corte d’appello di Roma, in diversa composizione, che provvederà anche alla determinazione delle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo motivo di ricorso, assorbito il secondo; cassa la sentenza impugnata, in relazione al motivo accolto, e rinvia alla Corte d’appello di Roma, in diversa composizione, anche per la determinazione delle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 20 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 3 dicembre 2021

 

 

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