Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3817 del 07/02/2022

Cassazione civile sez. VI, 07/02/2022, (ud. 16/12/2021, dep. 07/02/2022), n.3817

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

Dott. VELLA Paola – rel. Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 7909-2021 proposto da:

K.M., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA BARNABA

TORTOLINI N. 30, presso lo studio dell’avvocato ALESSANDRO FERRARA,

che lo rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope

legis;

– resistente –

avverso il decreto n. R.G. 19446/2018 del TRIBUNALE di ROMA,

depositato il 17/02/2021;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di Consiglio non

partecipata del 16/12/2021 dal Consigliere Relatore Dott. Vella

Paola.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. Con ricorso D.Lgs. n. 25 del 2008 ex art. 35-bis, K.M., nato a Khaadar Khel – distretto di Dane Ghury – provincia di Baghlan (Afghanistan) il (OMISSIS), ha impugnato dinanzi al Tribunale di Roma il provvedimento con cui la competente Commissione territoriale aveva respinto la sua richiesta di protezione internazionale, nella forma dello status di rifugiato, accogliendo solo la domanda di protezione sussidiaria in ragione della situazione di violenza generalizzata presente nel paese di origine.

1.1 Nel richiedere la protezione internazionale il ricorrente esponeva di aver lasciato il proprio paese una prima volta nel 2009, in quanto perseguitato dai talebani per la sua appartenenza all’esercito (dove era stato arruolato all’età di 17 anni con la qualifica di soldato semplice); i talebani lo avevano anche sequestrato, picchiato e torturato, ma grazie all’aiuto del padre e dei capi del villaggio (i quali avevano garantito che avrebbe lasciato l’esercito) era stato liberato; aveva quindi lasciato il suo paese per recarsi nel Regno Unito, dove aveva lavorato in nero per cinque anni ma, una volta perso il posto di lavoro, aveva fatto ritorno in Afghanistan, dove aveva aperto a Kabul un piccolo negozio di alimentari, nel quale vendeva di nascosto anche alcoolici; scoperto in questa attività illecita (trattandosi in quel paese di un grave reato), aveva abbandonato il negozio, che era stato incendiato e distrutto dagli abitanti (i quali volevano linciarlo) e, dopo essere stato arrestato per la vendita di alcoolici, era riuscito ad uscire dal carcere corrompendo un poliziotto e nel 2016 era nuovamente fuggito dall’Afghanistan, senza volervi più fare ritorno per il timore di essere nuovamente arrestato e di subire le violenze dei talebani.

1.2. Il tribunale adito, senza disporre l’audizione del ricorrente e sulla base delle dichiarazioni da questi rilasciate innanzi alla Commissione territoriale competente (che lo aveva ritenuto poco credibile), ha ritenuto di prescindere dal profilo della credibilità escludendo in ogni caso i presupposti per il riconoscimento dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b). Con particolare riferimento a tale ultimo profilo, il giudice di merito ha ritenuto che il timore manifestato dal ricorrente, legato al suo ruolo nell’esercito, risultasse soggettivo e ormai inattuale; ha però ritenuto che l’attuale situazione del paese di origine del ricorrente, secondo quanto evidenziato dalle C.O.I. acquisite d’ufficio, integrasse i presupposti per il riconoscimento della protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c).

1.3. Il ricorrente ha impugnato la decisione con un unico motivo di ricorso per cassazione. Il Ministero intimato non ha svolto difese.

1.4. A seguito di deposito della proposta ex art. 380 bis c.p.c. è stata ritualmente fissata l’adunanza della Corte in Camera di Consiglio non partecipata del 16 dicembre 2021.

Diritto

CONSIDERATO

che:

2. Con l’unico motivo di ricorso si lamenta la “Violazione e mancata applicazione dell’art. 1 della Convenzione di Ginevra del 1951, ratificata con L. n. 722 del 1954, nonché del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 7, 8 ed 11 ex art. 360 c.p.c., n. 3”, per avere il tribunale erroneamente ritenuto superflua e irrilevante la valutazione della credibilità delle dichiarazioni del ricorrente, stante la mancanza dei presupposti per il riconoscimento dello status di rifugiato. In particolare il giudice di merito avrebbe apoditticamente escluso la riconducibilità della vicenda narrata ad uno dei cinque motivi di persecuzione previsti dalla Convenzione di Ginevra del 1951, laddove invece la situazione del ricorrente sarebbe chiaramente inquadrabile quale persecuzione di tipo politico, in quanto l’appartenenza all’esercito di un paese comporta inevitabilmente l’adesione alla forma politica di cui quel determinato Stato è espressione, ed è quindi chiaro sintomo rivelatore, per facta concludentia, dell’adesione all’indirizzo politico dominante, in contrapposizione alle organizzazioni politiche e militari antagoniste.

3. Preliminarmente si osserva che, nonostante il vizio sia prospettato in rubrica come violazione di legge, le argomentazioni sottese alla complessiva censura denunciano prevalentemente l’insussistenza ed apparenza della motivazione; può dunque procedersi alla corretta qualificazione del motivo (cfr. Cass. 1370/2013, Cass. 24553/2013 e Cass. 23381/2017, per cui “e’ ammissibile il ricorso per cassazione che lamenti la violazione di una norma processuale, ancorché la censura sia prospettata sotto il profilo della violazione di norma sostanziale ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, anziché sotto il profilo dell'”error in procedendo”, di cui al citato art. 360 c.p.c., n. 4″), che nella specie risulta riconducibile nell’alveo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, concernente le ipotesi di nullità della sentenza, fra le quali devono essere ricomprese quelle riferibili ad una motivazione inesistente, resa, cioè, attraverso una mera apparenza argomentativa o inficiata da illogicità e contraddittorietà (Cass. 13147/2021).

3.1. Deve, infatti, richiamarsi l’ormai consolidata giurisprudenza di questa Corte per cui, con riferimento all’ipotesi di cui all’art. 360 c.p.c., n. 4, “ricorre il vizio di omessa o apparente motivazione della sentenza allorquando il giudice di merito ometta di indicare gli elementi da cui ha tratto il proprio convincimento ovvero li indichi senza un’approfondita loro disamina logica e giuridica, rendendo, in tal modo, impossibile ogni controllo sull’esattezza e sulla logicità del suo ragionamento” (Cass. 9105/2017).

4. Così meglio qualificato, il motivo è complessivamente fondato, poiché la motivazione del decreto impugnato sul diniego di riconoscimento dello status di rifugiato risulta apparente, risolvendosi nel mero richiamo, in termini astratti, della definizione di rifugiato ai sensi dell’art. 1 della Convenzione di Ginevra del 28 luglio 1951 (ratificata dall’Italia con la L. n. 722 del 1954) e nel generico rinvio ai presupposti stabiliti dal D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 7 ed 8.

4.1. Anche la motivazione sul diniego di protezione sussidiaria ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b), non raggiunge la soglia del “minimo costituzionale” sindacabile in sede di legittimità (Cass. Sez. U, 8053/2014; Cass. 12784/2021), poiché il tribunale si è limitato a ritenere soggettivo e non più attuale il timore del ricorrente connesso alla sua pregressa appartenenza all’esercito, senza nemmeno sottoporre al vaglio di credibilità (secondo i parametri di attendibilità fissati dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5) le numerose circostanze oggetto della sua narrazione, così trascurando tutta la parte del racconto relativa alle persecuzioni subite dai talebani – posto che la persecuzione politica può in tesi provenire anche da soggetti non statuali – e alle vicende connesse all’incendio del suo negozio e all’arresto per commercio illecito di sostanze alcooliche (cfr. Cass. 16650/2021, 17359/2021, 22528/2020, 13248/2020).

5. Il decreto impugnato va quindi cassato con rinvio al Tribunale di Roma, in diversa composizione, anche che per la statuizione sulle spese del presente giudizio di legittimità.

PQM

Accoglie il ricorso, cassa il decreto impugnato e rinvia al Tribunale di Roma, in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 16 dicembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 7 febbraio 2022

 

 

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