Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3815 del 07/02/2022

Cassazione civile sez. VI, 07/02/2022, (ud. 16/12/2021, dep. 07/02/2022), n.3815

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

Dott. VELLA Paola – rel. Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 6485-2021 proposto da:

A.F., domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR presso la

CANCELLERIA della CORTE di CASSAZIONE, rappresentato e difeso

dall’avvocato ANTONIO MOLINARI;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope

legis;

– resistente –

e contro

COMMISSIONE TERRITORIALE DI SALERNO;

– intimata –

avverso il decreto del TRIBUNALE di POTENZA n. cronol. 87/2021,

depositato il 19/01/2021;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di Consiglio non

partecipata del 16/12/2021 dal Consigliere Relatore Dott. Vella

Paola.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. Con ricorso D.Lgs. n. 25 del 2008 ex art. 35-bis, il tutore del cittadino ghanese A.F., nato a Tripoli (Libia) da genitori ghanesi il (OMISSIS), ha impugnato dinanzi al Tribunale di Potenza il provvedimento con cui la competente Commissione territoriale aveva respinto la sua richiesta di protezione internazionale (nelle forme dello status di rifugiato o della protezione sussidiaria) e in subordine di protezione umanitaria, deducendo di essere tornato in Ghana all’età di tre anni con la madre (mentre il padre rimaneva a lavorare in Libia), per poi tornare con la stessa a Tripoli nel 2012, dove però degli sconosciuti rapivano i suoi genitori, mentre lui era rimasto assieme ad altri bambini a casa di un uomo, il quale lo aveva tenuto con sé sino al 2017, quando aveva deciso di farlo imbarcare per l’Italia; deduceva altresì che, arrivato in Italia, era riuscito a rintracciare la madre, che nel frattempo aveva fatto ritorno in Ghana, senza avere notizie del marito.

1.1. Il tribunale adito, all’esito dell’audizione del richiedente, non ha ravvisato i presupposti per il riconoscimento delle varie forme di protezione invocate, ritenendo che dal suo racconto non emergesse alcuna forma di persecuzione nel suo paese di origine né eventuali rischi in caso di rientro in Ghana, con conseguente esclusione tanto dello status di rifugiato quanto della protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007 ex art. 14, lett. a) e b); quanto alla successiva lett. c), il tribunale ha escluso, sulla base delle C.O.I. acquisite d’ufficio, la sussistenza di una situazione di violenza generalizzata in Ghana; ha infine escluso la sussistenza dei presupposti per il riconoscimento della protezione speciale di cui al D.L. n. 130 del 2020, applicabile ratione temporis, in considerazione dell’irrilevanza del solo livello di integrazione raggiunto in Italia, e della mancata allegazione di elementi tali da far ritenere che il ricorrente, in caso di rientro in Ghana, verrebbe sottoposto a tortura.

1.2. Avverso detta decisione il ricorrente ha proposto cinque motivi di ricorso per cassazione, corredato da memoria. Il Ministero intimato ha depositato atto di costituzione al fine di poter eventualmente partecipare alla discussione orale, senza svolgere difese.

2. A seguito di deposito della proposta ex art. 380 bis c.p.c. è stata ritualmente fissata l’adunanza della Corte in Camera di Consiglio non partecipata del 16 dicembre 2021.

Diritto

CONSIDERATO

che:

2.1. Con il primo motivo, rubricato “Violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3 e 5, nonché del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8 e art. 27, comma 1 bis, per avere, il Tribunale di Potenza, fondato il rigetto della domanda, sulla valutazione negativa della credibilità del richiedente”, si deduce la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3 e 5 e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8 e art. 27, comma 1 bis, per avere il tribunale fondato il rigetto della domanda sulla valutazione di non credibilità del richiedente, invece di esercitare il proprio dovere di cooperazione istruttoria al fine di accertare i fatti rilevanti in relazione alla domanda proposta, ottemperando al quale avrebbe constatato la situazione di agitazione politica presente in Ghana.

2.2. Il secondo mezzo, rubricato “Violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2, 7 e 8 e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 2. Violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b), per aver, il Tribunale di Potenza, ritenute estranee alle condizioni di riconoscimento dello status di rifugiato politico e di protezione internazionale sussidiaria le dichiarazioni del richiedente”, censura il mancato riconoscimento della protezione internazionale, nelle forme dello status di rifugiato o della protezione sussidiaria, per non avere il tribunale considerato l’estrema vulnerabilità del ricorrente in caso di rientro nel paese di origine, tenuto conto del fatto che egli ha lasciato il Ghana oramai nove anni orsono, all’età di dieci anni, e della situazione del paese, tuttora non in grado di garantire il rispetto dei diritti umani fondamentali.

2.3. Con il terzo motivo, rubricato “Violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), per non avere, il Tribunale di Potenza, riscontrato, all’esito delle indagini officiose svolte, la reale situazione politico sociale esistente in Gambia”, si lamenta che il tribunale non abbia riscontrato, all’esito delle indagini officiose svolte, la reale situazione politico-sociale esistente in Ghana (pur facendosi riferimento al Gambia nell’intestazione del motivo, per un evidente errore materiale).

2.4. Il quarto mezzo, rubricato “Violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 296 del 1998, art. 5, comma 6, anche così come modificato dal D.Lgs. n. 130 del 2020. Violazione e/o falsa applicazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 2, per non avere il Tribunale ritenute sussistenti le condizioni per il rilascio di un permesso per ragioni umanitarie”, denunzia l’omessa considerazione della vulnerabilità del ricorrente ai fini del giudizio comparative tra il grado di inserimento sociale raggiunto e la condizione di provenienza; in particolare si evidenzia che il ricorrente sarebbe giunto in Italia a soli 16 anni, non avrebbe legami affettivi in Ghana e avrebbe subito violenze psicologiche durante la sua permanenza in Libia, tali da configurare una condizione di vulnerabilità meritevole di tutela, peraltro da porre a confronto con il grado elevato di integrazione in Italia, attestato dalla frequentazione del secondo anno delle superiori e dall’ottima conoscenza della lingua italiana acquisita, che ha consentito al ricorrente di sostenere l’audizione in italiano.

2.5. Con il quinto motivo, rubricato “Violazione e falsa applicazione del D.L. 21 ottobre 2020, n. 130, art. 15, comma 1, e art. 1, comma 1, lett. e), convertito in L., per non aver riconosciuto la protezione speciale ai sensi della disposizione transitoria”, ci si duole del mancato riconoscimento della protezione speciale di cui al D.L. n. 130 del 2020, in quanto, da un lato, vi sarebbe il rischio per il ricorrente di essere sottoposto a tortura e trattamenti inumani e degradanti ai sensi del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 19, comma 1.1., stante il carente sistema di tutela dei diritti umani in Ghana (anche qui registrandosi una confusione nell’indicare il Paese come il Gambia), dall’altro il rimpatrio costituirebbe una lesione della vita privata e familiare ai sensi dell’art. 8 CEDU, in considerazione dell’effettiva integrazione raggiunta in Italia.

3. I primi tre motivi sono inammissibili.

3.1. In particolare, il primo risulta generico e non si confronta con la effettiva ratio del provvedimento impugnato, nel quale si esclude non già la credibilità del ricorrente, bensì che i fatti da questi allegati siano riconducibili a qualche forma di persecuzione o rischio di danno grave nel paese di origine, dal momento che gli episodi narrati si riferiscono alla Libia e non al Ghana.

3.2. Analoghi profili di inammissibilità inficiano il secondo mezzo, che nella sua genericità nemmeno veicola una vera e propria censura.

3.3. Ancor più generico e’, nella sua estrema lapidarietà, il terzo motivo, tanto più alla luce delle C.O.I. qualificate e aggiornate appositamente valutate dal tribunale, seppure anche qui con un errore materiale riferito al paese di origine (Gambia in luogo di Ghana).

4. Il quarto ed il quinto motivo, esaminabili congiuntamente in quanto afferenti alla protezione umanitaria e alla protezione speciale, meritano invece accoglimento nei termini di seguito indicati, cogliendo una palese carenza motivazionale del decreto impugnato in ordine al diniego di una qualche forma di protezione residuale.

4.1. Occorre al riguardo muovere dalla condivisibile premessa del tribunale circa l’applicabilità, ratione temporis, del D.L. 22 ottobre 2020, n. 130, convertito con modificazioni dalla L. 18 dicembre 2020, n. 173, alla luce delle apposite disposizioni transitorie di cui al D.L. cit., art. 15 (Cass. 28316/2020), che ha tra l’altro ampliato le ipotesi di protezione speciale previste dal D.L. n. 113 del 2018 – invece inapplicabile ratione temporis in ragione dell’epoca di presentazione originaria della domanda (Cass. Sez. U, 29459/2019) – il quale aveva a sua volta modificato la preesistente disciplina di cui al TUI, art. 5, comma 6, e altre disposizioni consequenziali.

4.2. Ebbene il tribunale, dopo un ampio riepilogo della disciplina normativa applicabile, ha completamente trascurato le numerose e significative circostanze di fatto che caratterizzano il caso concreto, limitandosi per un verso a rilevare che “non v’e’ alcuna allegazione da cui evincere che, in caso di ritorno in patria (il ricorrente) possa essere sottoposto a tortura”, e per altro verso ad azzerare la rilevanza della sua “integrazione in Italia” (che solo ellitticamente ne evoca l’ampia declinazione operata in ricorso) perché essa, “di per sé, non costituisce il presupposto di nessuna forma di permesso speciale”.

4.3. In realtà, la riforma del 2020 ha attribuito una maggiore rilevanza proprio a quelle situazioni nelle quali il rimpatrio costituirebbe una lesione della vita privata e familiare dello straniero, laddove, come nel caso di specie, questi abbia raggiunto un elevato livello di integrazione in Italia, a fronte del venir meno dei preesistenti legami nel paese di origine. A tal fine i giudici di merito hanno del tutto omesso di valutare i plurimi elementi allegati dal ricorrente – tra i quali l’abbandono del Ghana all’età di soli 10 anni, la sottrazione dei suoi genitori in Libia e i cinque anni ivi vissuti presso uno sconosciuto (circostanza che, sebbene non strettamente attinente ai presupposti per il rilascio della protezione speciale, il tribunale non solo non approfondisce ma nemmeno menziona), l’arrivo in Italia all’età di appena 15 anni e soprattutto il brillante percorso scolastico ivi seguito sotto le cure del tutore, nonché la profonda integrazione conseguita sotto i profili linguistico, sociale e sportivo – sicuramente rilevanti ai fini dell’allegata violazione dell’art. 8 CEDU, per lesione del diritto al rispetto della vita privata e familiare del ricorrente, che in caso di rimpatrio verrebbe sradicato da un simile contesto felicemente raggiunto.

4.4. Si rende quindi necessaria una nuova valutazione della protezione speciale invocata ai sensi del D.L. 22 ottobre 2020, n. 130, convertito con modificazioni dalla L. 18 dicembre 2020, n. 173, non senza tener conto, per quanto riferiti più strettamente alla protezione umanitaria, dei principi sedimentati nella giurisprudenza di questa Corte (da ultimo, Cass. Sez. U, 24413/2021).

5. Il decreto impugnato va quindi cassato con rinvio al Tribunale di Potenza, in diversa composizione, anche per la statuizione sulle spese del presente giudizio di legittimità.

PQM

Accoglie il ricorso, cassa il decreto impugnato e rinvia al Tribunale di Napoli, in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 16 dicembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 7 febbraio 2022

 

 

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