Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3812 del 07/02/2022

Cassazione civile sez. VI, 07/02/2022, (ud. 25/11/2021, dep. 07/02/2022), n.3812

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. IOFRIDA Giulia – rel. Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – Consigliere –

Dott. CAMPESE Eduardo – Consigliere –

Dott. FIDANZIA Andrea – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:

U.B.C., rappresentato e difeso dall’avv. Rosaria

Tassinari per procura speciale in calce al ricorso (p.e.c.

rosaria.tassinari.ordineavvocatiforlicesena.eu);

– ricorrente –

nei confronti di:

Ministero Dell’interno, in persona del Ministro pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope

legis;

– resistente –

avverso il decreto n. 613/2021 del Tribunale di Bologna, depositato

in data 20 gennaio 2021;

sentita la relazione in Camera di Consiglio del relatore cons.

Iofrida Giulia.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con ricorso D.Lgs. n. 25 del 2008 ex art. 35-bis, U.B.C., cittadino nigeriano, ha adito il Tribunale di Bologna impugnando il provvedimento con cui la competente Commissione territoriale ha respinto la sua richiesta di protezione internazionale, nelle forme dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria e della protezione umanitaria. Il ricorrente esponeva di essere fuggito per paura di essere arrestato dalla polizia a seguito di una protesta studentesca.

Il Tribunale, all’esito dell’audizione, ha ritenuto insussistenti i presupposti per il riconoscimento di alcuna forma di protezione, ritenendo, in particolare, che la vicenda narrata dal ricorrente, sebbene riportasse un evento ampiamente confermato dalle fonti consultate, ovverosia la protesta studentesca all’università di Auchi del 2016, fosse non credibile quanto al vissuto personale del ricorrente. A parere del Tribunale, difatti, il ricorrente avrebbe mancato di provare tanto la sua frequentazione all’università, che il proprio coinvolgimento personale nell’evento, fornendo risposte in parte contraddittorie e in parte non supportate da documentazione, nonostante questa fosse di facile reperimento stante la permanenza dei contatti con i familiari e la possibilità di utilizzare i sistemi informatici della propria università. Quanto ai riscontri esterni, inoltre, il Tribunale ha osservato la scarsa attendibilità del giornale Nigerian Observer allegato in giudizio. In particolare, secondo le fonti riportate nel provvedimento impugnato, tale giornale sarebbe incline ad accettare somme di denaro in cambio di articoli ad hoc, quale sembrerebbe quello prodotto dal ricorrente e facente espressamente il suo nome. Inoltre, a parere del Tribunale, a prescindere dalla credibilità della storia posta a base dell’espatrio, non risulterebbero profili di attualità di rischio per il ricorrente attesa la mancanza di eventuali mandati di arresto comprovanti il fatto che la polizia lo starebbe ancora cercando, anch’essi di facile reperibilità grazie alla famiglia rimasta nel paese di origine. Per quanto attiene alla specifica ipotesi di protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), il Tribunale ha escluso la sussistenza in Nigeria di una situazione di violenza generalizzata sulla base delle informazioni acquisite d’ufficio. Infine, il Giudice di merito ha escluso che ricorressero i presupposti per il riconoscimento tanto della protezione umanitaria che della protezione speciale in considerazione della mancanza di vulnerabilità specifiche del ricorrente, nonché della sua giovane età e della permanenza di legami familiari nel paese di origine. Avverso il predetto decreto, il sig. U.B.C. ha proposto ricorso per cassazione, notificato il 9/2/2021, svolgendo tre motivi. L’intimata Amministrazione ha depositato atto di costituzione al fine di poter eventualmente partecipare alla discussione orale. E’ stata disposta la trattazione con il rito camerale di cui all’art. 380-bis c.p.c., ritenuti ricorrenti i relativi presupposti.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Il ricorrente lamenta: a) “Violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3 e 5, per non avere il Tribunale di Bologna applicato nella specie il principio dell’onere della prova attenuato così come affermato dalle S.U. con la sentenza 27310 del 2008 e per non aver valutato la credibilità del richiedente alla luce dei parametri stabiliti dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, in relazione all’art. 360 c.p.c., punto 3 e per difetto di motivazione”; b) “Violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. C), per non avere il Tribunale di Bologna riconosciuto la sussistenza di una minaccia grave alla vita del cittadino straniero derivante da una situazione di violenza indiscriminata così come meglio definita nella sentenza della Corte di Giustizia C-465/07 meglio conosciuta come Elgafaji”; c) “Violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, per non avere il Tribunale di Bologna esaminato compiutamente la ricorrenza dei requisiti per la protezione umanitaria, omettendo di verificare la sussistenza dell’obbligo costituzionale ed internazionale a fornire protezione in capo a persone che fuggono da paesi in cui vi siano sconvolgimenti tali da impedire una vita senza pericoli per la propria vita ed incolumità”.

2. Il primo motivo di ricorso è volto a censurare la valutazione di credibilità svolta dal Tribunale. A parere del ricorrente, difatti, il Tribunale non avrebbe operato con la dovuta soggettività e criticità, limitandosi a porre le domande di rito senza verificare dettagliatamente la credibilità del ricorrente e non motivando adeguatamente il giudizio negativo fornito sul punto.

La doglianza è inammissibile.

La motivazione circa la credibilità del ricorrente risulta chiara e molto specifica tanto quanto alla coerenza interna che a quella esterna, attraverso l’utilizzo di fonti rilevanti. La censura relativa alla mancata considerazione dell’articolo del Nigerian Observer non tiene conto della motivazione fornita dal Tribunale sul punto, supportata anch’essa da fonti esterne, debitamente indicate. Ugualmente, il motivo in esame non tiene conto del fatto che il Tribunale ha ritenuto non adempiuto il dovere di cooperazione del ricorrente alla luce della facile reperibilità della documentazione rilevante a supportare il suo caso (contatti con i familiari, sito dell’Università), conformemente ai criteri di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, lett. b). Inoltre, il motivo censura la motivazione del Tribunale in modo del tutto generico, senza chiarire quali punti avrebbero dovuto essere valutati in modo differente attraverso un corretto esercizio del dovere di cooperazione istruttoria del Giudice. Ora, quanto alla violazione di legge, si è già chiarito che, in tema di protezione internazionale, la valutazione di non credibilità del racconto, costituisce un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito il quale deve valutare se le dichiarazioni del richiedente siano coerenti e plausibili, D.Lgs. n. 251 del 2007 ex art. 3, comma 5, lett. c), ma pur sempre a fronte di dichiarazioni sufficientemente specifiche e circostanziate (cfr. Cass. 27593/2018 e Cass. 29358/2018). Anche di recente (Cass. 11925/2020), si è affermato che “la valutazione di affidabilità del richiedente è il risultato di una procedimentalizzazione legale della decisione che deve essere svolta alla luce dei criteri specifici, indicati dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, oltre che di quelli generali di ordine presuntivo, idonei ad illuminare circa la veridicità delle dichiarazioni rese; sicché, il giudice è tenuto a sottoporre le dichiarazioni del richiedente, ove non suffragate da prove, non soltanto ad un controllo di coerenza interna ed esterna ma anche ad una verifica di credibilità razionale della concreta vicenda narrata a fondamento della domanda, i cui esiti in termini di inattendibilità costituiscono apprezzamento di fatto insindacabile in sede di legittimità, se non nei limiti dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5”.

3. Il secondo motivo di ricorso si duole del mancato riconoscimento di una minaccia grave e individuale alla vita del ricorrente derivante da una situazione di violenza indiscriminate così come definite dalla giurisprudenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, per avere il Tribunale fatto riferimento a fonti non attuali.

Il motivo è inammissibile in quanto mira a una rivalutazione nel merito, non sindacabile in questa sede, in quanto sollecita una diversa ricostruzione fattuale della situazione del paese di origine del ricorrente, ricorrendo peraltro unicamente al sito Viaggiare sicuri il cui scopo, come chiarito dalla Corte, coincide solo in parte con quello delle fonti di informazione utilizzabili nei procedimenti di protezione internazionale (Cass. n. 19980 del 2021). Quanto alla contestata non attualità delle fonti utilizzate dal Tribunale a sostegno del rigetto della domanda di protezione, si evidenzia che la fonte piú recente risulta essere di un mese antecedente alla decisione: dicembre 2020 (e non a gennaio 2020, come erroneamente sostenuto nel ricorso), a fronte di un decreto emesso a gennaio 2021.

La doglianza risulta in parte de qua infondata.

4. Con il terzo motivo di ricorso si censura l’omessa applicazione della valutazione comparativa da svolgere ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria. In particolare, il ricorrente evidenzia l’integrazione raggiunta, comprovata da corsi di formazione e dallo svolgimento di regolare attività lavorativa.

Il motivo è inammissibile perché non si confronta con la motivazione della decisione impugnata nella parte in cui essa ha, da un lato escluso la sussistenza di particolari vulnerabilità in capo al ricorrente e, dall’altro, escluso che una pur discreta integrazione sul territorio italiano possa comportare, isolatamente considerata, il riconoscimento del permesso di soggiorno per motivi umanitari o per protezione speciale di cui al D.L. n. 130 del 2020.

Ora, nel presente giudizio, il Tribunale ha escluso una situazione personale di vulnerabilità soggettiva ed oggettiva, meritevole di protezione per ragioni umanitarie, rilevando che non era stata neppure allegata documentazione dal richiedente, al fine di integrare il requisito della effettiva integrazione effettiva, sociale e lavorativa, nel nostro Paese e, nel ricorso, ci si limita, del tutto genericamente, a ritenere pregiudizievole il rientro nel Paese d’origine dopo anni di soggiorno in Italia, avendo il richiedente svolto attività lavorativa stabilmente ed essendosi lo stesso impegnato nell’apprendere la lingua italiana.

5. Per tutto quanto sopra esposto, va respinto il ricorso.

Non v’e’ luogo a provvedere sulle spese processuali non avendo l’intimato svolto attività difensiva.

P.Q.M.

La Corte respinge il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della ricorrenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell’importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, ove dovuto, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 25 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 7 febbraio 2022

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