Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3795 del 17/02/2010

Cassazione civile sez. I, 17/02/2010, (ud. 17/12/2009, dep. 17/02/2010), n.3795

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SALME’ Giuseppe – Presidente –

Dott. ZANICHELLI Vittorio – Consigliere –

Dott. SCHIRO’ Stefano – Consigliere –

Dott. SALVATO Luigi – rel. Consigliere –

Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso proposto da:

R.M.R. – domiciliata ex lege in ROMA, presso la

Cancelleria della Corte di cassazione, rappresentata e difesa

dall’avv. Alfonso Luigi Marra, giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero della giustizia, in persona del Ministro pro-tempore;

– intimato –

avverso il decreto della Corte d’appello di Roma, depositato il 27

settembre 2006;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di Consiglio del

17 dicembre 2009 dal Consigliere Dott. Luigi Salvato;

P.M., S.P.G. Dr. Sgroi Carmelo.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

R.M.R. adiva la Corte d’appello di Roma, allo scopo di ottenere l’equa riparazione ex lege n. 89 del 2001 in riferimento al giudizio promosso innanzi al Tribunale di Nola, in funzione di giudice del lavoro, avente ad oggetto il riconoscimento di somme dovute a titolo di trattamento previdenziale, in quanto invalida civile, instaurato con ricorso del 23 luglio 2002, non ancora definito.

La Corte d’appello di Roma, con decreto del 27 settembre 2006, osservava che: il giudizio si protraeva da circa tre anni, tempo da ritenere ragionevole, tenuto conto della natura e dei grado di difficoltà della controversia, dichiarando compensate le spese di lite.

Per la cassazione di questo decreto ha proposto ricorso R. M.R., affidato a due motivi; non ha svolto attività difensiva il Ministero della giustizia.

Ritenute sussistenti le condizioni per la decisione in camera di consiglio è stata redatta relazione ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., comunicata al Pubblico Ministero e notificata alla ricorrente.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1.- La relazione sopra richiamata ha il seguente tenore:

“1.- Con il primo motivo, è denunciata erronea e falsa applicazione di legge (L. n. 89 del 2001, art. 2, e art. 6, p. 1 CEDU), in relazione al rapporto tra norme nazionali e la CEDU, nonchè della giurisprudenza della Corte di Strasburgo e di questa Corte (art. 360 c.p.c., n. 3) e, in sintesi, è posta questione relativa alla efficacia della CEDU nell’ordinamento interno ed all’efficacia vincolante per il giudice nazionale della giurisprudenza della Corte EDU (richiamando sentenze del giudice europeo e di questa Corte ed è formulato il seguente quesito la L. n. 89 del 2001 e specificamente l’art. 2 costituisce applicazione dell’art. 6 par. 1 CEDU e in ipotesi di contrasto tra la legge Pinto e la CEDU, ovvero di lacuna della legge nazionale si deve disapplicare la legge nazionale ed applicare la CEDU? Il secondo motivo denuncia erronea e falsa applicazione di legge (6 1 CEDU), in relazione al rapporto tra norme nazionali e la CEDU, nonchè della giurisprudenza della Corte di Strasburgo e di questa Corte (art. 360 c.p.c., n. 3).

L’istante deduce che il parametro di durata ragionevole del giudizio, fissato dalla giurisprudenza in tre anni per il primo grado, due anni per il secondo ed un anno per la fase di legittimità, non sarebbe applicabile al processo del lavoro e previdenziale, in considerazione della disciplina che lo caratterizza ed è, quindi, formulato il seguente quesiti di diritto: è corretto determinare (…) la durata ragionevole del processo in anni due per il primo grado e in un anno e mezzo per il giudizio di appello, ovvero qual è la durata ragionevole del presente processo? 2.- Il primo motivo è, in parte, manifestamente infondato, in parte manifestamente inammissibile.

In linea preliminare, va premesso che, secondo la giurisprudenza di questa Corte, il quesito di diritto richiesto dall’art. 366-bis c.p.c., è inadeguato, con conseguente inammissibilità del motivo di ricorso, quando non sia conferente rispetto alla questione che rileva per la decisione della controversia, quale emerge dall’esposizione del motivo (Cass. S.U. n. 8466 del 2008; n. 11650 del 2008); quando si risolva in un’enunciazione di carattere generale e astratto, priva di qualunque indicazione sul tipo della controversia e sulla sua riconducibilità alla fattispecie in esame (Cass. S.U. n. 6420 del 2008); quando non abbia attinenza nè col giudizio nè col motivo formulato, ma introduca un tema nuovo ed estraneo (Cass. n. 15949 del 2007); quando la sua formulazione non sia precisa, ma si concreti in quesiti multipli o cumulativi (Cass. n. 5471 del 2008; n. 1906 del 2008), logicamente e giuridicamente contraddittori.

Ancora preliminarmente, va evidenziata la manifesta inammissibilità delle argomentazioni incongrue, non correlate alla ratio decidendi del decreto, che ha rigettato la domanda, ritenendo insussistente la violazione del termine di ragionevole durata.

Risulta, quindi, palese l’assoluta inconferenza (ed inammissibilità) delle considerazioni svolte nel mezzo, concernenti il mancato adeguamento al parametro di quantificazione del risarcimento fissato dalla Corte EDU, ovvero alla asserita inadeguatezza della L. n. 89 del 2001.

Inoltre, va ribadito il principio enunciato dalle S.U., in virtù del quale il giudice italiano, chiamato a dare applicazione alla L. n. 89 del 2001, deve interpretare detta legge in modo conforme alla CEDU per come essa vive nella giurisprudenza della Corte europea. Siffatto dovere opera, entro i limiti in cui detta interpretazione conforme sia resa possibile dal testo della stessa L. n. 89 del 2001 (sentenza n. 1338 del 2004). In termini analoghi è il principio enunciato dalla Corte costituzionale, che, contrariamente all’assunto dell’istante, che si palesa perciò manifestamente erroneo, ha affermato che al giudice nazionale spetta interpretare la norma interna in modo conforme alla disposizione internazionale, entro i limiti nei quali ciò sia permesso dai testi delle norme. Qualora ciò non sia possibile, ovvero dubiti della compatibilità della norma interna con la disposizione convenzionale interposta, egli deve investire questa Corte della relativa questione di legittimità costituzionale rispetto al parametro dell’art. 117 Cost., comma 1” (sentenze n. 348 e n. 349 del 2007).

Resta dunque escluso che, in caso di contrasto, possa procedersi alla “non applicazione” della norma interna, in virtù di un principio concernente soltanto il caso del contrasto tra norma interna e norma comunitaria.

In questi termini è il principio che può essere enunciato in relazione al quesito posto con il primo motivo, che rivela la manifesta infondatezza della censura, anche in quanto il decreto ha prestato osservanza al parametro della Corte EDU. 2.1.- Il secondo motivo è manifestamente inammissibile.

Le argomentazioni svolte in questo mezzo, in larga e sostanziale misura, si risolvono in argomentazioni astratte, non riferibili al caso di specie. Al riguardo, è sufficiente osservare che l’istante si diffonde in deduzioni sulla durata del giudizio nei tre gradi, senza considerare che la fattispecie concerneva un giudizio svoltosi soltanto in primo grado, sviluppando considerazioni inconferenti sulla quantificazione del danno, posto che, nella specie, era ed è in questione esclusivamente la durata ragionevole del giudizio di primo grado. Inoltre, il quesito formulato con questo mezzo, in violazione dei principi sopra richiamati, pretende di rimettere a questa Corte l’accertamento della durata ragionevole nel caso in esame. Sul punto, va dunque ricordato che, secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte, contrariamente all’assunto della ricorrente, non è possibile stabilire un termine di durata del giudizio rigido e predeterminato, correlato alla disciplina del processo. La L. n. 89 del 2001, art. 2, comma 2, dispone, infatti, che la ragionevole durata di un processo va verificata in concreto, facendo applicazione dei criteri stabiliti da detta norma la quale, stabilendo che il giudice deve accertare la esistenza della violazione considerando la complessità della fattispecie, il comportamento delle parti e del giudice del procedimento, nonchè quello di ogni altra autorità chiamata a concorrervi o comunque a contribuire alla sua definizione, impone di avere riguardo alla specificità del caso che egli è chiamato a valutare. La violazione del principio della ragionevole durata del processo va dunque accertata all’esito di una valutazione degli elementi previsti dalla L. n. 89 del 2001, art. 2 (ex plurimis, Cass. n. 8497 del 2008; n. 25008 del 2005; n. 21391 del 2005; n. 1094 del 2005; n. 6856 del 2004; n. 4207 del 2004).

In tal senso è orientata anche la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo alla quale occorre avere riguardo (tra le molte, sentenza 1^ sezione del 23 ottobre 2003, sul ricorso n. 39758/98) e che ha stabilito un parametro tendenziale che fissa la durata ragionevole del giudizio, rispettivamente, in anni tre, due ed uno per il giudizio di primo, di secondo grado e di legittimità.

Ed è questo parametro che va osservato, dal quale è tuttavia possibile discostarsi, purchè in misura ragionevole e sempre che la relativa conclusione sia confortata con argomentazioni complete, logicamente coerenti e congrue, restando comunque escluso che i criteri indicati nell’art. 2, comma 1, di detta legge permettano di sterilizzare del tutto la rilevanza del lungo protrarsi del processo (Cass., Sez.un., n. 1338 del 2004; in seguito, cfr. le sentenze sopra richiamate).

Pertanto, l’apprezzamento degli elementi che permettono di fissare la misura ragionevole del giudizio è riservata infatti al giudice del merito, spettando invece a questa Corte la verifica in ordine al rispetto del parametro stabilito dalla Corte EDU ed alla completezza, logicità e congruenza della motivazione svolta dal giudice del merito per discostarsene, con conseguente manifesta inammissibilità del quesito che richiede a questa Corte di accertare nella specie quale fosse la durata ragionevole del giudizio.

Peraltro, il decreto ha osservato il parametro della Corte EDU tre anni per il primo grado – senza che siano stati indicati gli elementi specifici, dedotti in primo grado, non correlati alla disciplina del processo, che avrebbero consentito di disattenderlo”.

2.- Il Collegio reputa di dovere fare proprie le conclusioni contenute nella relazione, condividendo le argomentazioni che le fondano, in quanto danno applicazioni a principi consolidati nella giurisprudenza di questa Corte, pure indicata nella relazione, con conseguente rigetto del ricorso.

Non deve essere resa pronuncia sulle spese di questa fase, non avendo l’intimato svolto attività difensiva.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, il 17 dicembre 2009.

Depositato in Cancelleria il 17 febbraio 2010

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