Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3792 del 07/02/2022

Cassazione civile sez. I, 07/02/2022, (ud. 30/11/2021, dep. 07/02/2022), n.3792

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCOTTI Umberto L. C. G. – Presidente –

Dott. MELONI Marina – Consigliere –

Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – rel. Consigliere –

Dott. PAZZI Alberto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 8075/2016 proposto da:

Rea Dalmine s.p.a., in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in Roma, alla via Emilia n. 86/90, presso

lo studio dell’avvocato Corain Maurizio, che la rappresenta e

difende, unitamente agli avvocati Briolini Luisa, e Zonca Stefano,

con procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Comune di Dalmine, in persona del sindaco pro-tempore, elettivamente

domiciliato in Roma, alla via Flaminia n. 79, presso lo studio

dell’avvocato Lubrano Benedetta, che lo rappresenta e difende, con

procura speciale per Notaio A.C. di (OMISSIS);

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 48/2016 della CORTE D’APPELLO di BRESCIA,

depositata il 24/03/2016;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

30/11/2021 dal Cons. rel., Dott. CAIAZZO ROSARIO.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

Rea Dalmine s.p.a convenne innanzi al Tribunale di Bergamo il comune di Dalmine, esponendo: di aver stipulato, il 18.9.98, con il convenuto comune una convenzione per realizzare e gestire un impianto, ex L.R. n. 9 del 1955, sul territorio del medesimo ente, in virtù del quale aveva assunto una serie di obbligazioni senza alcuna controprestazione, perciò nulle per mancanza di causa; che in esecuzione di tale convenzione aveva versato allo stesso comune la somma complessiva di Euro 7.593.889,09. Pertanto, l’attrice chiedeva che fosse accertata e dichiarata la nullità dell’atto di convenzione, condannando il comune di Dalmine a restituire le somme ricevute indebitamente in esecuzione dell’atto nullo.

L’ente convenuto si costituì eccependo l’infondatezza della domanda, in quanto gli obblighi contrattuali in capo all’attrice erano stati di fatto sostenuti dai conferitori di rifiuti, i quali versavano alla società attrice i corrispettivi per l’uso dell’impianto, come approvato dalla Regione Lombardia e dalla Provincia di Bergamo, e che tali obblighi costituivano un parziale ristoro del grave impatto sull’ambiente provocato dall’impianto realizzato.

Il comune proponeva altresì domanda riconvenzionale chiedendo la condanna della società attrice al pagamento delle somme ancora dovute in forza della suddetta convenzione.

Con sentenza non definitiva del 2013, il Tribunale rigettò la domanda della Rea Dalmine s.p.a. – disponendo la prosecuzione del giudizio per la domanda riconvenzionale – in quanto la convenzione in questione aveva una causa lecita, considerate le controprestazioni gravanti sull’ente locale consistenti nell’impatto urbanistico ed ambientale causato dall’utilizzazione dell’impianto in questione, e tenuto conto della rinuncia alla libera contrattazione da parte dell’attrice.

La società propose appello che, con sentenza del 19.1.16, la Corte territoriale respinse, osservando che: non era fondato il motivo d’appello relativo alla mancanza di controprestazioni a carico del comune, essendo la convenzione qualificabile come contratto con prestazioni a carico di una sola parte (art. 1333 c.c.); la mancanza di onerosità per il comune era comunque solo apparente in quanto l’appellante aveva trasferito i costi delle prestazioni a carico degli enti conferitori di r.s.u. all’impianto oggetto della convenzione, circostanza che aveva costituito oggetto di convenzioni intercorse tra la Rea Dalmine s.p.a. e la Provincia di Bergamo in ordine alla determinazione delle tariffe applicate per il servizio reso attraverso lo stesso impianto; pertanto, tali rapporti tra la società attrice, la Provincia e la Regione assumevano rilevanza anche per valutare la causa della convenzione, nell’ambito della quale rientrava anche l’incidenza dell’impatto ambientale ed urbanistico a carico della collettività, ristorato appunto dai costi gravanti sulla società a favore del comune di Dalmine, come comprovato dal fatto che quest’ultimo aveva approvato il progetto in deroga, come condizione necessaria per il rilascio dell’autorizzazione regionale in deroga al piano provinciale; la determinazione della somma da versare al comune, poi destinata ad opere ed interventi finalizzati al miglioramento dell’ambiente e al ripristino dei servizi pubblici, aveva consentito di pervenire alla stipula della convenzione; la convenzione in questione, frutto di libera negoziazione tra le parti, non violava dunque alcuna legge, tanto che l’appellante non ne aveva mai contestato la nullità, peraltro non rilevata d’ufficio dal Tribunale nella causa promossa dal comune per l’accertamento del diritto ai pagamenti delle somme stabilite dalla convenzione medesima nel periodo decorso dal 15.4.02; era altresì inammissibile la domanda, formulata nella comparsa conclusionale in appello, relativa alla nullità sopravvenuta della convenzione – per violazione del D.Lgs. n. 79 del 1999, art. 1 e del D.Lgs. n. 384 del 2003, art. 12, comma 6, – in quanto domanda nuova, per causa petendi e petitum; tale inammissibilità non era superabile in relazione alla rilevabilità d’ufficio della nullità, ex art. 1421 c.c., poiché quest’ultima norma, da coordinare con gli artt. 99 e 112 c.p.c., non era applicabile nel caso concreto atteso che l’accertamento della stessa nullità dell’accordo tra le parti costituiva l’oggetto della domanda principale della domanda in primo grado; non era altresì ammissibile la domanda di restituzione delle somme pagate al comune dall’appellante poiché non era stata decisa dal Tribunale che, pronunciata la nullità della convenzione, con separata ordinanza, aveva disposto la prosecuzione del giudizio per le ulteriori domande, tra cui appunto quella in questione.

La Rea Dalmine s.p.a. ricorre in cassazione con quattro motivi, illustrati con memoria. Il comune di Dalmine resiste con controricorso, illustrato con memoria.

Diritto

RITENUTO

CHE:

Il primo motivo denunzia violazione dell’art. 345 c.p.c., artt. 1418,1421 c.c., avendo la Corte d’appello errato nel ritenere inammissibile la domanda di nullità della convenzione formulata in appello, in quanto non avrebbe costituito domanda nuova. Al riguardo, la ricorrente assume che: la nuova causa petendi di tale domanda, riguardante il contrasto con le suddette norme sopravvenute, non determinava l’inammissibilità della stessa essendo correlata ad un medesimo petitum (la nullità della convenzione, quale bene della vita perseguito con la domanda introduttiva del giudizio); tale conclusione era avvalorata dai principi affermati da SU n. 26243/14 secondo la quale è possibile rilevare d’ufficio una causa di nullità non dedotta in primo grado – indicandola ai sensi dell’art. 101 c.p.c. – mediante conversione in eccezione di nullità.

Il secondo motivo deduce l’omesso esame di fatti decisivi, ai fini della decisione sulla sussistenza della causa contrattuale, anche in ordine alle vicende amministrative che riguardarono la delibera comunale di approvazione dell’impianto oggetto della convenzione dalle quali si desumeva che la Rea Dalmine s.p.a. aveva ottenuto l’A.I.A., ciò che dimostrava la piena compatibilità ambientale dell’impianto in questione.

Il terzo motivo denunzia falsa applicazione e violazione dell’art. 1333 c.c., non avendo la Corte d’appello considerato che la convenzione non pone alcun obbligo a carico del comune.

Il quarto motivo denunzia violazione e falsa applicazione dell’art. 1362 c.c., per aver la Corte territoriale erroneamente applicato le regole ermeneutiche nell’esaminare la convenzione atteso che dalla lettura di quest’ultima non si evince alcun obbligo a carico del comune, pur volendo considerare l’impatto ambientale ed urbanistico che la realizzazione dell’impianto aveva determinato, fatti comunque irrilevanti.

Preliminarmente, va osservato che le parti hanno depositato, il 28.1.2022, un atto di rinuncia al ricorso e al controricorso, ex art. 390 c.p.c., sulla base di un accordo transattivo datato 28.12.2021. Ora, tale istanza congiunta è inammissibile poiché tardiva, essendo stata presentata oltre l’udienza di discussione della causa, tenutasi il 30.11.2021, in applicazione dell’art. 390 c.p.c., come modificato dal D.Lgs. n. 40 del 2006, secondo il cui disposto la parte può rinunciare al ricorso finché non sia cominciata la relazione all’udienza. Al riguardo, secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte, la rinuncia al ricorso per cassazione risulta perfezionata nel caso in cui la controparte ne abbia avuto conoscenza prima dell’inizio dell’udienza, anche se non mediante notificazione e, trattandosi di atto unilaterale recettizio, produce l’estinzione del processo a prescindere dall’accettazione che rileva solo ai fini delle spese (Cass., SU, n. 34429/2019: nella specie, la S.C. ha ritenuto priva di effetti la rinuncia contenuta in una nota depositata dal difensore dopo l’inizio dell’adunanza in camera di consiglio di cui all’art. 380 bis.1 c.p.c., per di più in difetto di prova dell’avvenuta comunicazione alla controparte).

Premesso ciò, il primo motivo va accolto.

Secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte, il giudice innanzi al quale sia stata proposta domanda di nullità contrattuale deve rilevare di ufficio l’esistenza di una causa di nullità diversa da quella allegata dall’istante -che sia desumibile dai fatti dedotti in giudizio ed abbia carattere assorbente- essendo quella domanda pertinente ad un diritto autodeterminato, sicché è individuata indipendentemente dallo specifico vizio dedotto in giudizio; tale rilievo è doveroso anche in grado di appello, perché si tratta di una questione che attiene ai fatti costitutivi della pretesa azionata ed integra un’eccezione in senso lato, rilevabile d’ufficio ex art. 345 c.p.c. (Cass., SU, n. 26242/14; n. 26495/2019; n. 31930/2019; n. 16977/2017).

Nel caso concreto, la società ricorrente assume che il D.Lgs. n. 79 del 1999, art. 1 e D.Lgs. n. 384 del 2003, art. 12, comma 6, contemplino norme che avrebbero determinato la nullità sopravvenuta della convenzione per cui è causa, infirmandone la validità in quanto: l’attività di produzione dell’energia elettrica è attività “libera”, che non può essere gravata da oneri di qualsiasi tipo, né da misure di compensazione – con esplicito riferimento alle Regioni e Province – trattandosi di fonti rinnovabili; tali norme sopravvenute alla stipula della convenzione avrebbero introdotto nell’ordinamento una norma imperativa valida per ogni attività di produzione di energia elettrica; l’obbligo di versare somme periodiche al comune di Dalmine (Euro 8.000.000,00 in 10 anni) confliggeva con le suddette norme poiché in violazione della liberalizzazione dell’attività di produzione di energia elettrica, soggetta alla sola autorizzazione amministrativa; secondo un parere del C.d.S. del 2008, alla luce di due sentenze della Corte Cost. (nn. 383/05 e 248/06), nel caso di attività di produzione di energia elettrica, sarebbe possibile che lo Stato o le Regioni impongano misure di compensazione e di riequilibrio ambientale e territoriale che, però, non sarebbero legittime nel caso di automatismo, per il solo fatto della realizzazione dell’impianto di produzione di energia, prescindendo dalle sue caratteristiche e dimensioni, senza cioè specificazione dell’impatto ambientale e territoriale.

Pertanto, alla luce delle predette norme sopravvenute alla convenzione tra le parti, emergono due questioni: se possa essere il comune ad imporre le suddette misure compensative, come lamentato dalla ricorrente, e se l’obbligo posto dalla convenzione a carico di quest’ultima sia giustificato dalle stesse norme sopravvenute.

Parte ricorrente, dunque, si duole che la Corte territoriale non abbia rilevato una causa di nullità diversa da quella oggetto della domanda introduttiva del giudizio, per violazione delle suddette norme imperative, entrate in vigore successivamente alla convenzione oggetto di causa.

Il collegio ritiene che la doglianza sia fondata in quanto la pronuncia impugnata d’inammissibilità della domanda di nullità formulata dalla Rea Dalmine s.p.a. nella comparsa conclusionale del giudizio d’appello è chiaramente difforme dal principio di diritto sancito dalla Sezioni Unite di questa Corte, confermato dalla giurisprudenza di legittimità successiva, peraltro con argomentazioni sulla novità di causa petendi e petitum che non tengono in alcun conto di quanto affermato dalla citata sentenza delle SU ad essa anteriore.

Pertanto, la statuizione d’inammissibilità della domanda di nullità contrattuale nuova della Rea Dalmine s.p.a, relativa a questione che è stata oggetto di contraddittorio tra le parti, viola gli artt. 345 c.p.c., artt. 1418 e 1421, e va dunque cassata con rinvio alla Corte d’appello di Milano, anche per le spese del grado di legittimità.

Il secondo motivo è infondato in quanto la Corte d’appello ha esaminato ogni profilo della questione dibattuta circa la sussistenza di una effettiva, concreta causa contrattuale della convenzione stipulata, pur non facendo specifico riferimento all’autorizzazione ambientale (AIA) ottenuta dalla ricorrente, in ordine all’impatto ambientale ed urbanistico.

Il terzo e quarto motivo, esaminabili congiuntamente poiché tra loro connessi, sono infondati in quanto la Corte d’appello ha adottato una plausibile interpretazione della convenzione tra le parti, inquadrandola nell’ambito della fattispecie ex art. 1333 c.c., con argomenti non censurabili in questa sede; in particolare, la ricorrente tende a ribaltare l’interpretazione relativa alla causa della convenzione (e ciò a prescindere se qualificabile come funzione economico-sociale o come ragione concreta del negozio stipulato), senza peraltro specificare le regole interpretative che s’assumono violate.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo motivo, rigetta gli altri, e cassa la sentenza impugnata, rinviando alla Corte d’appello di Brescia, in diversa composizione, anche per le spese del grado di legittimità. Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 30 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 7 febbraio 2022

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