Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 37842 del 01/12/2021

Cassazione civile sez. lav., 01/12/2021, (ud. 29/09/2021, dep. 01/12/2021), n.37842

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. ESPOSITO Lucia – Consigliere –

Dott. PONTERIO Carla – rel. Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 3287/2020 proposto da:

F.B., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA ASIAGO n. 9,

presso lo studio dell’avvocato EDOARDO SPIGHETTI, rappresentato e

difeso dall’avvocato SILVANA GUGLIELMO;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore,

rappresentato e difeso ex lege dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO

presso i cui Uffici domicilia in ROMA, alla VIA DEI PORTOGHESI n.

12;

– resistente con mandato –

avverso la sentenza n. 1704/2019 della CORTE D’APPELLO di CATANZARO,

depositata il 05/09/2019 R.G.N. 1686/2017;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

29/09/2021 dal Consigliere Dott. CARLA PONTERIO.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. La Corte d’appello di Catanzaro ha respinto l’appello proposto da F.B., cittadino del Mali, avverso l’ordinanza del Tribunale che, confermando il provvedimento emesso dalla competente Commissione Territoriale, aveva negato al richiedente il riconoscimento della protezione internazionale e di quella umanitaria.

2. Il richiedente aveva dichiarato di aver lasciato il Paese d’origine a seguito della scomparsa dello zio materno, che si prendeva cura di lui dopo che era rimasto orfano, e che lo aveva portato a (OMISSIS), dove lavorava vendendo schede telefoniche. Nessuna notizia era stato possibile raccogliere sulle ragioni di scomparsa dello zio. La zona in cui vivevano era occupata da terroristi. Rimasto solo, un amico dello zio lo aveva condotto con sé in Algeria, da qui egli era andato in Libia e poi in Italia.

3. La Corte d’appello ha escluso la necessità di una nuova audizione sul rilievo che l’appellante era stato sentito dinanzi alla Commissione e messo in condizioni di riferire e chiarire ogni circostanza utile. Ha giudicato la narrazione del richiedente complessivamente inattendibile, perché generica e priva dei minimi indici di plausibilità.

4. Ha escluso i presupposti della protezione sussidiaria di cui dell’art. 14 cit., lett. c), rilevando che gli attacchi terroristici, pure esistenti nel Paese d’origine, hanno di mira essenzialmente obiettivi militari, governativi e delle missioni internazionali e che dal racconto del ricorrente non emergesse un suo diretto coinvolgimento, quale semplice civile, nelle dinamiche violente che caratterizzano diverse regioni del Mali; che, peraltro, la ragione dell’espatrio del predetto era legata a motivi personali e familiari, in quanto l’accostamento tra la scomparsa dello zio e la presenza dei terroristi era privo di indici oggettivi.

5. Ha infine escluso i requisiti per la protezione umanitaria sul rilievo, che non risultasse neppure allegata la sussistenza di una emergenza sanitaria o alimentare o, comunque, il rischio di compromissione dei diritti fondamentali del ricorrente in ipotesi di rientro nel Paese d’origine e questi, difatti, non aveva fatto cenno a situazioni di indigenza, inaccessibilità a beni e servizi primari o di compromissione della dignità personale, dovuti a fattori di portata sistemica.

6. Avverso la sentenza il richiedente ha proposto ricorso per cassazione affidato a sei motivi, illustrati da successiva memoria.

7. Il Ministero dell’Interno si è costituito al solo fine dell’eventuale partecipazione all’udienza di discussione.

Diritto

CONSIDERATO

che:

8. Col primo motivo è dedotta violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35-bis, comma 11, lett. a) e c), per non avere il Tribunale e poi la Corte d’appello proceduto alla audizione personale del richiedente, nonostante l’assenza di videoregistrazione del colloquio presso la Commissione territoriale, per fugare ogni dubbio avendo essi respinto la domanda di protezione in ragione del carattere superficiale della storia narrata.

9. Con il secondo motivo di ricorso è denunciata la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 2, per avere la Corte territoriale respinto la domanda di protezione sussidiaria senza compiere un’adeguata istruttoria sulle condizioni del Paese d’origine del richiedente e sulla effettiva possibilità del predetto di essere ivi tutelato, utilizzando i poteri istruttori d’ufficio.

10. Con il terzo motivo è dedotta violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, per avere la Corte di merito giudicato non credibile il racconto del richiedente con motivazione apodittica e senza procedere alla nuova audizione.

11. Con il quarto motivo è denunciata la violazione del L. n. 46 del 2017, art. 6, comma 9, per non avere i giudici di appello utilizzato COI affidabili e aggiornate.

12. Con il quinto motivo si censura la sentenza per violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. b) e c), per avere la Corte di merito ignorato il rischio di danno grave a cui era esposto il ricorrente, desumibile dalle fonti specificamente indicate in ricorso (tra cui AI rapporto 2017-2018) e successivamente nella memoria depositata (Report AI 7.4.2021).

13. Con il sesto motivo è dedotta violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5,D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, per avere la Corte di merito errato nel valutare le condizioni esistenti in Mali ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria.

14. Il primo motivo di ricorso è infondato. Questa Corte ha chiarito che “Nei giudizi in materia di protezione internazionale il giudice, in assenza della videoregistrazione del colloquio svoltosi dinanzi alla Commissione territoriale, ha l’obbligo di fissare l’udienza di comparizione, ma non anche quello di disporre l’audizione del richiedente, a meno che: a) nel ricorso non vengano dedotti fatti nuovi a sostegno della domanda (sufficientemente distinti da quelli allegati nella fase amministrativa, circostanziati e rilevanti); b) il giudice ritenga necessaria l’acquisizione di chiarimenti in ordine alle incongruenze o alle contraddizioni rilevate nelle dichiarazioni del richiedente; c) il richiedente faccia istanza di audizione nel ricorso, precisando gli aspetti in ordine ai quali intende fornire chiarimenti e sempre che la domanda non venga ritenuta manifestamente infondata o inammissibile” (cfr. Sez. 1, Sentenza n. 21584 del 07/10/2020, Rv. 658982; in termini Sez. 1, sentenze n. 27274 e n. 27275 del 13/10/2020; n. 25312 del 14/10/2020; conforme Sez. 1, n. 22049 del 13/10/2020, Rv. 659115; v. anche Cass. 2447 del 2021). Ne consegue che nessun automatismo è predicabile tra la mancanza di videoregistrazione e la necessaria audizione del richiedente.

15. Nel caso in esame, il ricorrente non ha in alcun modo indicato le specifiche circostanze fattuali su cui avrebbe voluto rendere eventuali chiarimenti, essendosi limitato a dedurre che “Il giudice di primo grado e la Corte d’appello hanno ritenuto di dover rigettare la domanda perché la storia narrata sarebbe superficiale….e avrebbero dovuto procedere all’audizione proprio per fugare ogni dubbio a riguardo”. L’infondatezza del primo motivo consente di ritenere assorbito il terzo motivo di ricorso.

16. I motivi di ricorso secondo, quarto e quinto, che si esaminano congiuntamente per la loro connessione logica, sono fondati e devono trovare accoglimento.

17. Questa S.C. (Cass. n. 13858 del 2018; n. 15317 del 2020) ha precisato, richiamando la giurisprudenza della Corte di Giustizia UE (Grande Sezione, 18 dicembre 2014, C-542/13, par. 36), che i rischi a cui è esposta in generale la popolazione o una parte della popolazione di un paese di norma non costituiscono di per sé una minaccia individuale da definirsi come danno grave (v. 26 Considerando della direttiva n. 2011/95/UE). La nozione di “violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale”, di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), postula, da un lato, la sussistenza di una situazione configurabile come “conflitto armato” (inteso come scontro tra le forze governative di uno Stato ed uno o più gruppi armati o tra due o più gruppi armati) e, dall’altro una conseguente violenza generalizzata idonea a comportare una minaccia “grave e individuale alla vita o alla persona di un civile” derivante da quella violenza. Questa norma deve essere interpretata in conformità alla fonte Eurounitaria di cui è attuazione (art. 9 e art. 15, lett. c), delle direttive 2004/83/CE e 2011/95/UE), in coerenza con le indicazioni ermeneutiche fornite dalla Corte di giustizia. Quest’ultima ha precisato che “l’esistenza di un conflitto armato interno potrà portare alla concessione della protezione sussidiaria solamente nella misura in cui si ritenga eccezionalmente che gli scontri tra le forze governative di uno Stato e uno o più gruppi armati o tra due o più gruppi armati siano all’origine di una minaccia grave e individuale alla vita o alla persona del richiedente la protezione sussidiaria, ai sensi dell’art. 15, lett. c), della direttiva, a motivo del fatto che il grado di violenza indiscriminata che li caratterizza raggiunge un livello talmente elevato da far sussistere fondati motivi per ritenere che un civile rinviato nel paese in questione o, se del caso, nella regione in questione correrebbe, per la sua sola presenza sul territorio di questi ultimi, un rischio effettivo di subire la detta minaccia”.

18. Secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria, ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, è dovere del giudice verificare, avvalendosi dei poteri officiosi di indagine e di informazione di cui al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, se la situazione di esposizione a pericolo per l’incolumità fisica indicata dal ricorrente e astrattamente sussumibile in una situazione tipizzata di rischio, sia effettivamente sussistente nel Paese nel quale dovrebbe essere disposto il rimpatrio, con accertamento aggiornato al momento della decisione (Cass. n. 28990 del 2018; Cass. n. 17075 del 2018).

19. Il predetto accertamento va compiuto in base a quanto prescritto dal D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3 e, quindi, “alla luce di informazioni precise e aggiornate circa la situazione generale esistente nel Paese di origine dei richiedenti asilo e, ove occorra, dei Paesi in cui questi sono transitati, elaborate dalla Commissione Nazionale sulla base dei datti forniti dall’ACNUR, dal Ministero degli affari esteri, anche con la collaborazione di altre agenzie ed enti di tutela dei diritti umani operanti a livello internazionale, o comunque acquisite dalla Commissione stessa”.

20. E’ quindi onere del giudice di merito effettuare, nel corso del procedimento finalizzato al riconoscimento della protezione internazionale, tutti gli accertamenti officiosi finalizzati ad acclarare l’effettiva condizione del Paese di origine del richiedente, avendo poi cura di indicare esattamente, nel provvedimento conclusivo, le parti utilizzate ed il loro aggiornamento.

21. In proposito, deve ribadirsi anche che l’indicazione delle fonti di cui all’art. 8 non ha carattere esclusivo, ben potendo le informazioni sulle condizioni del Paese estero essere tratte da concorrenti canali di informazione, anche via web, quali ad esempio i siti internet delle principali organizzazioni non governative attive nel settore dell’aiuto e della cooperazione internazionale (quali ad esempio Amnesty International e Medici senza frontiere) che spesso contengono informazioni dettagliate e aggiornate (cfr. Cass. n. 13449 del 2019 per esteso).

22. Più recentemente (cfr. Cass. n. 15215 del 2020) è stato affermato il principio di diritto secondo il quale: “Le informazioni relative alla situazione esistente nel paese di origine del richiedente la protezione internazionale o umanitaria che il giudice di merito trae dalle C.O.I. o dalle altre fonti informative liberamente consultabili attraverso i canali informatici vanno considerate, in ragione della capillarità della loro diffusione e della facile accessibilità per la pluralità di consociati, alla stregua del fatto notorio; il dovere di cooperazione istruttoria che del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3 e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, pongono a carico del giudice, nella materia della protezione internazionale ed umanitaria, impone allo stesso di utilizzare, ai fini della decisione, C.O.I. ed altre informazioni relative alla condizione interna del paese di provenienza o rimpatrio del richiedente, ovvero della specifica area di esso, che siano adeguatamente aggiornate e tengano conto dei fatti salienti interessanti quel Paese o area, soprattutto in relazione ad eventi di pubblico dominio, la cui mancata considerazione costituisce, in funzione della loro oggettiva notorietà, violazione dell’art. 115 c.p.c., comma 2”.

23. Nel caso in esame, la Corte territoriale, pur dando atto (da pag. 11 a pag. 18 della motivazione) di una serie di eventi terroristici e di guerra in cui sono rimasti coinvolti civili e militari, ha escluso l’esistenza dei presupposti per la protezione sussidiaria sul rilievo che gli attacchi terroristici avessero come principale bersaglio obiettivi militari, governativi e missioni internazionali di pace e che le ragioni di fuga del ricorrente fossero essenzialmente personali e familiari.

24. In tal modo i giudici di merito non hanno fatto corretta applicazione delle disposizioni censurate, sia perché le fonti di conoscenza utilizzate non risultano aggiornate, ma limitate agli anni 2015-2017, e sia per l’irrilevanza delle ragioni di espatrio del richiedente rispetto all’esigenza di protezione rispetto al rischio, come delineato dalla giurisprudenza citata, che il grado di violenza indiscriminata che caratterizza i conflitti armati interni raggiunga un livello talmente elevato da far sussistere fondati motivi per ritenere che un civile rinviato nel paese in questione o, se del caso, nella regione in questione correrebbe, per la sua sola presenza sul territorio di questi ultimi, un rischio effettivo di subire la detta minaccia.

25. Parimenti fondato è il sesto motivo di ricorso in quanto il profilo dell’integrazione del ricorrente risulta apoditticamente svalutato, essendone stata vanificata la valenza utile per un corretto giudizio di comparazione. La Corte, infatti, ha omesso di esaminare la produzione documentale attestante l’inserimento lavorativo del richiedente (cfr. pag. 19 della sentenza), sul rilievo che tale circostanza avrebbe ancorato la protezione invocata, “ispirata alla tutela di situazioni tendenzialmente transitorie ed in divenire” (cfr. pag. 19 della sentenza), ad una situazione stabile e permanente tale da snaturare la funzione delle misure umanitarie, mostrando in tal modo di ritenere che l’inserimento lavorativo contraddica la finalità di tale forma residuale di protezione. Così ragionando, la Corte di merito mostra di confondere un elemento di comparazione con la finalità dell’istituto, discostandosi dai principi affermati dalla ormai consolidata giurisprudenza di legittimità (v. Cass. n. 4455 del 2018; Cass. S.U. n. 29459 del 2019; Cass. S.U. n. 24413 del 2021; v. anche Cass. n. 20124 del 2021; n. 3580 del 2021) e violando, in tal modo la norma che sovraintende la disciplina di esso.

26. Per le considerazioni svolte la sentenza impugnata deve essere cassata, in relazione ai motivi accolti, con rinvio della causa alla Corte di appello di Catanzaro, in diversa composizione, la quale, nel procedere ad un nuovo esame, si atterrà ai principi sopra illustrati e provvederà anche sulle spese del giudizio di legittimità.

PQM

La Corte accoglie il secondo, il quarto, il quinto ed il sesto motivo di ricorso, rigetta il primo motivo, dichiara assorbito il terzo, cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti a rinvia alla Corte d’appello di Catanzaro, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nell’Adunanza camerale, il 29 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 1 dicembre 2021

 

 

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