Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3739 del 17/02/2010

Cassazione civile sez. trib., 17/02/2010, (ud. 21/01/2010, dep. 17/02/2010), n.3739

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PAPA Enrico – Presidente –

Dott. CARLEO Giovanni – Consigliere –

Dott. PERSICO Mariaida – rel. Consigliere –

Dott. D’ALESSANDRO Paolo – Consigliere –

Dott. TIRELLI Francesco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12 presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope

legis;

– ricorrente –

contro

INI CANISTRO IST DIAGNOSI TERAPIA MALATTIE URINARIE EPATOBILIARI SRL;

– intimato –

avverso la sentenza n. 34/2005 della COMM. TRIB. REG. di L’AQUILA,

depositata il 29/11/2005;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

21/01/2010 dal Consigliere Dott. PERSICO Mariaida;

lette le conclusioni scritte dal P.M. in persona del Sostituto

Procuratore Generale Dott. SORRENTINO Federico, con cui si chiede che

la Corte di Cassazione, in Camera di consiglio, visto l’art. 375

c.p.c. accolga il primo motivo di ricorso per essere manifestamente

fondato, assorbiti gli altri motivi, con le conseguenze di legge.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

che la societa’ I.N.I. s.r.l. -Istituto per la diagnosi e la terapia delle malattie urinarie ed epatobiliari – ricorreva avverso il silenzio – rifiuto dell’Agenzia delle Entrate di Avezzano, relativo al rimborso IVA richiesto per l’anno d’imposta 1997 in applicazione dell’art. 13, parte B, lett. c) della 6^ Direttiva CEE del 17.5.1977 n. 77/388 su operazioni passive destinate allo svolgimento di attivita’ esente ai sensi della L. n. 633 del 1972, art. 10, n. 19 e non portate in detrazione in applicazione della regola pro rata;

che, resistendo l’Agenzia, la C.T.P. accoglieva il ricorso;

che contro la relativa sentenza proponeva appello l’Agenzia eccependo la carenza di legittimazione attiva della societa’, per non essere il soggetto passivo del tributo (essendo cessionaria e non cedente) e comunque l’infondatezza della domanda nel merito;

che l’Ufficio resisteva; la C.T.R. rigettava l’appello con la sentenza di cui in epigrafe;

che avverso tale ultima sentenza l’Agenzia delle entrate propone ricorso per Cassazione con tre motivi;

che il contribuente non ha controdedotto.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che con il primo motivo l’Agenzia denuncia la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 546 del 1992, artt. 2, 10, 18 e segg. e degli artt. 81, 99 e 101 c.p.c. in relazione al D.P.R. n. 633 del 1972, artt. 1, 2, 3, 4, 18 e 19 nonche’ vizio della motivazione (art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5 e D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 62, comma 1) per avere il giudice dell’appello erroneamente affermato che soggetto legittimato a richiedere la restituzione dell’IVA indebitamente versata all’erario e’ anche il cessionario.

Tale censura e’ manifestamente fondata, secondo il consolidato principio di questa Corte (S.U. n 4814 del 27/02/2009; S.U, 20752/2008) che ha affermato “In tema di IVA, la prima parte dell’art. 13, parte B, lett. c), della 6^ direttiva del Consiglio 17 maggio 1977, n. 77/388/CEE, in materia di armonizzazione delle legislazioni degli Stati membri relative all’imposta sulla cifra d’affari – Sistema comune di imposta sul valore aggiunto va interpretato, secondo la Corte Europea (Ord. del 6 luglio 2006, cause riunite C-18/05 e C- 155/05), nel senso che l’esenzione da essa prevista si applica unicamente alla rivendita di beni preliminarmente acquistati da un soggetto passivo per le esigenze di un’attivita’ esentata in forza del detto articolo, in quanto l’imposta sul valore aggiunto versata in occasione dell’acquisto iniziale di detti beni non abbia formato oggetto di un diritto a detrazione.”;

che, in conseguenza di tale vincolante interpretazione delle afferenti norme comunitarie direttamente applicabili nell’ordinamento nazionale, la sentenza impugnata deve essere cassata avendo la stessa erroneamente affermato la legittimazione della societa’ intimata (cessionaria) alla richiesta di rimborso dell’IVA dalla stessa corrisposto per la cessione dei beni esenti;

che, pertanto, assorbiti nel primo gli ulteriori motivi di ricorso, lo stesso va accolto;

che la sentenza impugnata deve essere cassata e la causa, siccome non bisognevole di nessun ulteriore accertamento fattuale, ai sensi dell’art. 384 c.p.c., deve essere decisa da questa Corte nel merito con il rigetto della domanda di primo grado della societa’ intimata;

che le spese dell’intero giudizio vanno integralmente compensate tra le parti ai sensi dell’art. 92 c.p.c., comma 2, avendo lo stesso ad oggetto una questione dibattuta e definita solo con l’intervento della Corte Europea.

P.Q.M.

LA CORTE Accoglie il primo motivo del ricorso, dichiara assorbiti gli altri motivi; cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta il ricorso iniziale della contribuente; compensa integralmente tra le parti le spese processuali dell’intero giudizio.

Cosi’ deciso in Roma, il 21 gennaio 2010.

Depositato in Cancelleria il 17 febbraio 2010

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