Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3739 del 15/02/2011

Cassazione civile sez. II, 15/02/2011, (ud. 03/12/2010, dep. 15/02/2011), n.3739

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SETTIMJ Giovanni – Presidente –

Dott. PETITTI Stefano – Consigliere –

Dott. PARZIALE Ippolisto – Consigliere –

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Consigliere –

Dott. GIUSTI Alberto – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso proposto da:

V.G., rappresentata e difesa, in forza di procura

speciale in calce al ricorso, dagli Avv. STAGNO D’ALCONTRES Alberto e

Domenico Bonaccorsi di Patti, elettivamente domiciliata nello studio

di quest’ultimo in Roma, Via Federico Cesi, n. 72;

– ricorrente –

contro

D.P.R.A., rappresentata e difesa, in forza di procura

speciale notarile, dagli Avv. ALLORIO Carlo e Guido Romanelli,

elettivamente domiciliata nel suo studio in Roma, Via Pacuvio, n. 34;

– controricorrente –

e nei confronti di:

N.C.;

– intimata –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Catania n. 710 in data

25 maggio 2009.

Udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del 3

dicembre 2010 dal Consigliere relatore Dott. Alberto Giusti;

sentiti gli Avv. Domenico Bonaccorsi di Patti e Carlo Allorio;

sentito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore

Generale Dott. PRATIS Pierfelice, che ha concluso: “concordo con la

relazione”.

Fatto

RILEVATO IN FATTO

che il consigliere designato ha depositato, in data 6 agosto 2010, la seguente proposta di definizione, ai sensi dell’art. 380 bis cod. proc. civ.: ” D.P.R.A. convenne in giudizio, dinanzi al Tribunale di Siracusa, V.G. e V.M. (alla quale poi subentrò l’erede N.C.), chiedendo la divisione di un vasto fondo rustico sito in (OMISSIS) contrada (OMISSIS) e di un piccolo appezzamento a questo pertinenziale sito in contrada (OMISSIS), caduti in successione ereditaria e fatti oggetto di divisione parziale.

Il Tribunale adito – dopo avere emesso sentenza non definitiva (confermata dalla Corte d’appello di Catania, il ricorso contro la cui sentenza è stato respinto dalla Corte di cassazione) – con sentenza definitiva n. 329 del 24 marzo 2003 ha individuato ed assegnato in natura le due quote e compensato le spese.

Avverso la sentenza hanno proposto separati appelli principali la V. e la N., mentre la D.P. ha svolto appello incidentale.

La Corte di Catania, con sentenza n. 710 depositata il 25 maggio 2009, in parziale riforma della impugnata sentenza (che per il resto ha confermato, con le puntua-lizzazioni di cui in motivazione), ha posto a carico della massa le spese delle c.t.u. ed 1/4 delle altre, liquidate come in motivazione, ed ha compensato tra le parti le residue spese.

Per la cassazione della sentenza della Corte d’appello la V. ha proposto ricorso, sulla base di tre motivi. Ha resistito, con controricorso, la D.P., mentre l’altra intimata non ha svolto attività difensiva in questa sede.

Il primo motivo denuncia “contraddittoria motivazione, in relazione ad un fatto controverso e decisivo per il giudizio”.

Il secondo mezzo prospetta “omessa motivazione, in relazione ad un fatto controverso e decisivo per il giudizio”.

Il terzo motivo è rubricato “violazione e falsa applicazione di norma di diritto”.

Tutti i motivi sono inammissibili, perchè non contengono la formulazione conclusiva – prescritta, a pena di inammissibilità, dall’art. 366 bis cod. proc. civ. (ratione temporis applicabile) – del quesito di diritto (là dove si censura violazione e falsa applicazione di legge) o (nella parte in cui prospettano il vizio di omessa o contraddittoria motivazione) di un momento di sintesi (omologo del quesito di diritto) recante la chiara e sintetica indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria.

Sussistono, pertanto, le condizioni per la trattazione del ricorso in Camera di consiglio”.

Letta la memoria della ricorrente.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che il Collegio condivide argomenti e proposte contenuti nella relazione ex art. 380 bis cod. proc. civ., osservando che le critiche ad essa mosse dalla ricorrente non appaiono idonee a scalfirne nè le argomentazioni, nè la conclusione di inammissibilità;

che, invero, alla stregua del principio generale di cui all’art. 11 preleggi, comma 1, secondo cui, in mancanza di un’espressa disposizione normativa contraria, la legge non dispone che per l’avvenire e non ha effetto retroattivo, nonchè del correlato specifico disposto della L. 18 giugno 2009, n. 69, art. 58, comma 5, in base al quale le norme previste da detta legge si applicano ai ricorsi per cassazione proposti avverso i provvedimenti pubblicati a decorrere dalla data di entrata in vigore della medesima legge (4 luglio 2009), l’abrogazione dell’art. 366 bis cod. proc. civ. (intervenuta ai sensi della citata L. n. 69 del 2009, art. 47) è diventata efficace per i ricorsi avanzati con riferimento ai provvedimenti pubblicati successivamente alla suddetta data, con la conseguenza che per quelli proposti – come nella specie – contro provvedimenti pubblicati antecedentemente (e dopo l’entrata in vigore del D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40) tale norma è da ritenere ancora applicabile (Cass., Sez. 1^, 26 ottobre 2009, n. 22578; Cass., Sez. 3^, 24 marzo 2010, n. 7119);

che la sollevata questione di legittimità costituzionale della persistente applicabilità dell’art. 366 bis cod. proc. civ., in riferimento all’art. 3 Cost., è manifestamente infondata, in quanto rientra nella discrezionalità del legislatore disciplinare nel tempo l’applicabilità delle disposizioni processuali e non appare irragionevole nè contrastante con il diritto di difesa il mantenimento della pregressa disciplina per i ricorsi per cassazione promossi avverso provvedimenti pubblicati prima dell’entrata in vigore della novella (Cass., Sez. lav., 16 dicembre 2009, n. 26364);

che questa Corte (Sez. 3^, 30 dicembre 2009, n. 27680) ha già dichiarato manifestamente infondata, in riferimento agli artt. 3, 2 e 4 Cost. e art. 111 Cost., comma 7, la questione di legittimità costituzionale relativa all’art. 366 bis cod. proc. civ., nella parte in cui sancisce l’obbligo, a pena di inammissibilità, in ordine alla proposizione di ciascun motivo riconducibile all’art. 360 cod. proc. civ., n. 5, di indicare chiaramente (in modo sintetico, evidente ed autonomo, secondo l’univoca interpretazione della giurisprudenza) il fatto controverso in riferimento al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la rende inidonea a giustificare la decisione, poichè la suddetta norma di cui all’art. 366 bis (applicabile, nel caso esaminato, ratione temporis) – come interpretata costantemente dalla stessa giurisprudenza di legittimità – non discrimina, in alcun modo, i cittadini, non lede il loro diritto di agire in giudizio (peraltro esercitato mediante la difesa tecnica di avvocati iscritti nell’apposito albo dei cassazionisti e, perciò, dotati di particolare competenza professionale) e, infine, non impedisce (nè rende estremamente difficile) il ricorso per cassazione;

che, pertanto, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile;

che le spese, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al rimborso delle spese processuali sostenute dalla controricorrente, che liquida in complessivi Euro 2.200,00 di cui Euro 2.000,00 per onorari, oltre a spese generali e ad accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 3 dicembre 2010.

Depositato in Cancelleria il 15 febbraio 2011

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