Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3737 del 17/02/2010

Cassazione civile sez. trib., 17/02/2010, (ud. 21/01/2010, dep. 17/02/2010), n.3737

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PAPA Enrico – Presidente –

Dott. CARLEO Giovanni – rel. Consigliere –

Dott. PERSICO Mariaida – Consigliere –

Dott. D’ALESSANDRO Paolo – Consigliere –

Dott. TIRELLI Francesco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

A.T.E.R. – Azienda Territoriale per l’edilizia residenziale pubblica

– della Provincia di Roma, in persona del Direttore Generale in

carica, elettivamente domiciliata in Roma via Giacomo Puccini 9

presso lo studio dell’avv. Perrone Leonardo e rappresentato e difeso

giusta procura speciale in calce al ricorso dallo stesso e dall’avv.

Rosi Francesco;

– ricorrente –

contro

Comune di Valmontone, Servizio Tributi, in persona del Sindaco in

carica, rappresentate e difeso dall’Avv. IZZO Carlo Guglielmo ed

elett.te domiciliato presso lo studio del medesimo in Roma viale

Bruno Buozzi 47;

– controricorrente –

avverso la sentenza 63/35/04, depositata il 14.12.04, della

Commissione tributaria regionale del Lazio;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

21/1/10 dal Consigliere Dott. CARLEO Giovanni;

Lette le conclusioni scritte della difesa per conto del ricorrente la

quale ha concluso per l’accoglimento del ricorso, la cassazione della

sentenza impugnata con vittoria delle spese processuali;

Lette le conclusioni scritte della difesa del controricorrente, che

ha concluso per il rigetto del ricorso con ogni consequenziale

statuizione anche in ordine alle spese processuali;

Lette le conclusioni scritte del P.G. che ha concluso per il rigetto

del ricorso perche’ manifestamente infondato con le pronunce

consequenziali.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

L’IACP della Provincia di Roma presentava distinti ricorsi alla Commissione tributaria provinciale di Roma avverso gli avvisi di accertamento e liquidazione con cui il Comune di Valmontone gli aveva chiesto il pagamento dell’ICI oltre interessi e sanzioni per il periodo di imposta 1997 e 1998, con riferimento a 114 alloggi situati nel territorio comunale. La commissione, previa riunione, rigettava entrambi i ricorsi. Proponeva appello l’A.T.E.R. – Azienda Territoriale per l’edilizia residenziale pubblica – della Provincia di Roma, subentrata all’IACP, ribadendo le tesi esposte in primo grado: Il Comune resisteva riaffermando le proprie posizioni. La Commissione tributaria regionale del Lazio rigettava il gravame.

Avverso la detta sentenza l’A.T.E.R. ha quindi proposto ricorso per Cassazione articolato in due motivi. Il Comune resiste con controricorso. L’ATER ha infine depositato memoria ex art. 378 c.p.c..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con la prima doglianza, articolata sotto il profilo della violazione e/o falsa applicazione di legge (D.Lgs. n. 504 del 1992, artt. 1 e 3, art. 1350 c.c., L. n. 865 del 1971, art. 35) nonche’ della motivazione insufficiente e contraddittoria, ad avviso della ricorrente, la sentenza sarebbe infondata nella parte in cui ha rigettato il motivo di appello dell’ATER concernente gli immobili edificati sulle aree del Comune in regime di superficie senza che fosse stato costituito con atto scritto il relativo diritto reale in capo all’IACP. la censura e’ manifestamente infondata. Al riguardo, occorre premettere che il presupposto del prelievo tributario, che e’ correlato all’obiettiva esistenza di un bene immobile, e’ costituito, come risulta dal dettato testuale della legge (v. D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 1), dal possesso di fabbricati, di aree fabbricabili e di terreni agricoli. Nella stessa legge, all’art. 3, manca un esplicito riferimento al superficiario quale soggetto passivo dell’ICI anche se il legislatore, individuato nel concedente il soggetto passivo dell’imposta, accordandogli al tempo stesso un diritto di rivalsa nei confronti del superficiario, viene in effetti a colpire quest’ultimo che in tal modo risulta il soggetto effettivamente inciso dal tributo.

A riguardo, cosi come hanno insegnato le Sezioni Unite assai recentemente, “occorre, tuttavia, precisare che il diritto di superficie cui ha riguardo il legislatore delegato e’ una situazione diversa dalla proprieta’ superficiaria che nasce successivamente alla esecuzione della costruzione. In tale ipotesi, infatti, pur esistendo due beni, la costruzione ed il suolo, oggetto di distinti diritti di proprieta’, l’ICI, sara’ dovuta, ai sensi di quanto disposto dal D.Lgs. n. 504 del 1992, citato art. 3, n. 1, soltanto dal proprietario superficiario del fabbricato, restandone, invece, escluso il concedente proprietario del suolo. E cio’ per l’ovvia ragione che il suolo sul quale insiste il fabbricato, non essendo qualificabile ne’ come area edificabile, ne’ come terreno agricolo (cfr. D.Lgs. 30 dicembre 1992, n. 504, art. 2, lett. b) e c), non rientra nel novero di quei beni che il cit. D.Lgs., art. 1 dichiara tassabili ai fini ICI” (Sez. Un. n. 28160/08 in motivazione).

Ne deriva che, ai fini che interessano la controversia in esame, ovvero ai fini dell’identificazione del soggetto passivo dell’ICI non rileva affatto vicenda riguardante il trasferimento del diritto di superficie, inteso come jus ad aedificandum, ma l’esistenza di una proprieta’ superficiaria nata successivamente alla esecuzione del fabbricato, situazione quest’ultima che nel caso di specie e’ stata accertata dal giudice e non e’ rivalutabile in sede di legittimita’, trattandosi di un accertamento di fatto.

Sul punto, va osservato che questa Corte ha gia’ avuto modo di affermare il principio di diritto, secondo cui “In tema di imposta comunale sugli immobili e con riguardo al terreno comunale concesso in superficie a favore di un istituto o di una cooperativa edilizia per la costruzione di alloggi economici e popolari, l’edificazione del fabbricato rende applicabile l’ICI a carico di detti enti (e successivamente dei loro assegnatali), in veste di proprietari del manufatto che insiste sul suolo o di parti di esso” (Cass. 1460/02).

Ed invero “la realizzazione del fabbricato importa la acquisizione di una proprieta’ superficiaria sullo stesso da parte dell’ente concessionario (e, successivamente, degli eventuali aventi causa di questo) e rende, consequenzialmente, applicabile nei confronti di tale ente (e dei suoi possibili successori) il tributo considerato (cfr. Cass. n. 11417/04, n. 11418/04, n. 5802/99, n. 6809/99, n. 7273/99, n. 10137/00). Quanto alla seconda doglianza, articolata sotto il profilo della violazione e/o falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., del D.Lgs. n. 504 del 1992, artt. 1, 3, 10 e 11 e del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 7 nonche’ della motivazione omessa insufficiente e contraddittoria, parte ricorrente censura la sentenza impugnata nella parte in cui la CTR avrebbe completamente omesso di esaminare il terzo motivo di appello concernente la mancata dimostrazione del fondamento della pretesa fiscale relativamente agli alloggi di proprieta’ dello Stato. A riguardo, torna opportuno premettere che, come risulta dalla lettura della sentenza impugnata, quest’ultima effettivamente non contiene il minimo accenno alla questione, che sarebbe stata sollevata dall’appellante. Con la conseguenza, che i giudici di seconde cure avrebbero effettivamente omesso di pronunciarsi su di essa se la questione fosse stata dedotta come motivo di impugnazione avverso la sentenza di primo grado.

Fatto sta che la ricorrente ha completamente mancato di riportare, nel ricorso per Cassazione, previa trascrizione nei suoi esatti termini, il contenuto della doglianza, che avrebbe costituito il motivo di appello e sul quale la CTR avrebbe omesso di pronunciarsi.

Ed e’ appena il caso di sottolineare che, pur configurando la violazione dell’art. 112 c.p.c. un error in procedendo, per il quale la Corte di Cassazione e’ giudice anche del “fatto processuale”, non essendo tale vizio rilevabile d’ufficio, il potere – dovere della Corte di esaminare direttamente gli atti processuali non comporta che la medesima debba ricercarli autonomamente, spettando, invece, alla parte indicarli. (Cass. 10593/08). Ne consegue che in applicazione di questo principio la censura formulata deve essere dichiarata inammissibile.

Considerato che la sentenza impugnata appare esente dalle censure lamentate, ne consegue che il ricorso per Cassazione in esame, siccome manifestamente infondato, deve essere rigettato.

Sussistono giusti motivi per compensare fra le parti le spese dell’intero giudizio in quanto l’orientamento giurisprudenziale riportato si e’ consolidato solo dopo l’introduzione della lite.

P.Q.M.

LA CORTE Rigetta il ricorso. Compensa le spese tra le parti.

Cosi’ deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 21 gennaio 2010.

Depositato in Cancelleria il 17 febbraio 2010

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