Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3733 del 12/02/2021

Cassazione civile sez. I, 12/02/2021, (ud. 30/11/2020, dep. 12/02/2021), n.3733

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TIRELLI Francesco – Presidente –

Dott. TRICOMI Laura – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – rel. Consigliere –

Dott. SCALIA Laura – Consigliere –

Dott. CAMPESE Eduardo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 6664/2019 proposto da:

M.J., elettivamente domiciliato presso la cancelleria

della Corte di Cassazione, rappres. e difeso dall’avv. Giandomenico

Della Mora, con procura speciale in atti;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno, in persona del Ministro p.t., elettivamente

domiciliato in Roma, in via dei Portoghesi 12, presso l’Avvocatura

Generale dello Stato. che lo rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 721/2018 della CORTE D’APPELLO di TRIESTE,

depositata il 12/12/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

30/11/2020 dal Cons., Dott. CAIAZZO ROSARIO.

 

Fatto

RILEVATO IN FATTO

CHE:

Con ricorso del 13.5.16, M.J., cittadino del Pakistan-propose ricorso avverso il provvedimento della Commissione territoriale di diniego dell’istanza di riconoscimento della protezione internazionale, sussidiaria ed umanitaria. Con ordinanza emessa il 15.12.16, il Tribunale rigettò il ricorso, rilevando che il racconto dell’istante non era credibile e, comunque, inidoneo a giustificare il chiesto riconoscimento dello status di rifugiato, ed escludendo che nel paese di provenienza sussistesse violenza indiscriminata tale da giustificare la protezione sussidiaria o l’umanitaria.

M.J. propose appello avverso la suddetta ordinanza, adducendo l’erronea ricostruzione della fattispecie operata dal giudice di primo grado e l’illegittima applicazione delle norme sull’onere della prova, lamentando altresì l’erronea indagine sulla situazione generale del Pakistan, ai fini della valutazione della credibilità del racconto reso, e richiamando una serie di notizie relative alla grave situazione di violenza indiscriminata in tutto il paese d’origine.

Con sentenza emessa il 12.12.18, la Corte territoriale respinse l’appello, osservando che: non era riconoscibile lo status di rifugiato in quanto, pur ritenendo veritiere le dichiarazioni del ricorrente, i fatti narrati costituivano episodi di violenza privata non riconducibili a qualunque forma di persecuzione; non sussistevano i presupposti della protezione sussidiaria, sia perchè il ricorrente non aveva allegato un rischio personale in caso di rimpatrio, sia in quanto dalle fonti acquisite non si desumeva una situazione di violenza indiscriminata nella regione di provenienza dell’istante; non era riconoscibile la protezione umanitaria, non avendo il ricorrente allegato condizioni individuali di vulnerabilità, nè dai documenti prodotti emergeva un evidente percorso d’integrazione.

M.J. ricorre in cassazione con tre motivi.

Resiste il Ministero con controricorso.

Diritto

RITENUTO IN DIRITTO

CHE:

Il primo motivo denunzia falsa applicazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3 e l’omesso esame delle informazioni aggiornate sulla situazione generale esistente nel paese d’origine.

Il secondo motivo deduce l’omesso esame di un fatto decisivo, nonchè la mancata applicazione dei criteri dettati dalla circolare del Ministero dell’Interno sul diritto di asilo, considerando altresì che la Corte territoriale ha comunque ritenuto sussistere in Pakistan un conflitto socio-politico che dovrebbe essere valorizzato al fine del riconoscimento della protezione umanitaria, specie in una situazione di conflitto e tensioni tra le due famiglie vicine.

Il terzo motivo denunzia violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, avendo la Corte d’appello, ai fini della protezione umanitaria, inteso la vulnerabilità in maniera restrittiva, sminuendo l’attività lavorativa del ricorrente, ed omettendo di comparare la condizione raggiunta in Italia con quella in cui verserebbe un caso di rimpatrio.

Il primo motivo è infondato, in quanto la Corte territoriale ha escluso la protezione sussidiaria sulla base delle “più aggiornate notizie” attinte dalle COI, che riguardano anche il 2018, anno del deposito della sentenza impugnata. Inoltre, va rilevato che la doglianza appare anche generica, nel senso che non indica specificamente le fonti più aggiornate che non sarebbero state esaminate e il relativo anno, facendo solo riferimento ai dati forniti dall’UNHCR e dall’EASO.

Il secondo motivo è inammissibile, in quanto non coglie la ratio decidendi sulla questione della protezione sussidiaria, che la Corte territoriale ha escluso con motivazione dettagliata, esprimendo una generica censura per l’omesso esame di una irrilevante circolare ministeriale.

Il terzo motivo è inammissibile in quanto, da un lato, il ricorrente non ha allegato condizioni individuali di vulnerabilità, e dall’altro, la Corte di merito ha accertato la sua mancata integrazione nel territorio italiano, con valutazione incensurabile in questa sede.

Le spese seguono la soccombenza.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento, in favore del Ministfo dell’Interno, delle spese del giudizio che liquida nella somma di Euro 2100,00) oltre alle spese prenotate a debito. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 30 novembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 12 febbraio 2021

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