Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3712 del 07/02/2022

Cassazione civile sez. III, 07/02/2022, (ud. 16/09/2021, dep. 07/02/2022), n.3712

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – est. Presidente –

Dott. DI FLORIO Antonella – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:

O.E., ((OMISSIS)), nato in (OMISSIS), rappresentato e difeso,

giusta procura speciale apposta in calce al ricorso, dall’Avvocato

Domenico Russo, del Foro di Benevento, presso il cui studio è

elettivamente domiciliato in Benevento, Via F.lli Addabbo n. 3/D.

– ricorrente –

contro

IL MINISTERO DELL’INTERNO, (cod. fisc. (OMISSIS)), in persona del

Ministro pro tempore, rappresentato e difeso ope legis

dall’Avvocatura dello Stato, domiciliata in Roma, via del Portoghesi

n. 12.

– intimato –

avverso il decreto del Tribunale di Napoli n. 8434/2019, pubblicato

l’8/11/2019.

Udita la relazione svolta nella Camera di consiglio del 16/9/2021 dal

Presidente, Dott. Giacomo Travaglino.

La Corte:

 

Fatto

PREMESSO IN FATTO

– che il signor O., nato in (OMISSIS), ha chiesto alla competente commissione territoriale il riconoscimento della protezione internazionale di cui al D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 4, ed in particolare:

(a) in via principale, il riconoscimento dello status di rifugiato, D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, ex artt. 7 e segg.;

(b) in via subordinata, il riconoscimento della “protezione sussidiaria” di cui al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14;

(c) in via ulteriormente subordinata, la concessione del permesso di soggiorno per motivi umanitari, D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, ex art. 5, comma 6 (nel testo applicabile ratione temporis);

– che la Commissione Territoriale ha rigettato l’istanza;

– che, avverso tale provvedimento, egli ha proposto, ai sensi del D.Lgs. 28 gennaio 2008, n. 25, art. 35, ricorso dinanzi al Tribunale di Napoli, che lo ha rigettato con decreto reso in data 8/11/2019;

– che, a sostegno della domanda di riconoscimento delle cd. “protezioni maggiori”, il ricorrente – che sarebbe poi comparso personalmente in udienza dinanzi al Tribunale – aveva dichiarato alla Commissione territoriale di essere fuggito dal proprio Paese per il fondato timore di essere ucciso, o di subire trattamenti inumani o degradanti, per motivi politici, avendo attivamente partecipato, nel (OMISSIS), alla campagna elettorale di uno dei candidati alla guida della comunità locale, che avrebbe poi vinto le elezioni, dando conseguentemente origine a violenti scontri all’esito dei quali i rappresentanti del partito avverso avevano costretto il neo eletto a dimettersi, avviando una vera e propria epurazione dei suoi sostenitori, tanto da essere andati a cercare il richiedente asilo presso la sua abitazione (senza trovarlo), costringendolo ad abbandonare la propria comunità, anche alla luce della generalizzata corruzione delle autorità nigeriane, inclini a perseguire anche persone innocenti per fini privatistici dietro pagamento di somme di denaro, e comunque aduse a non interferire nelle questioni tribali; in sede di audizione dinanzi al tribunale, il ricorrente avrebbe poi precisato di essere stato cacciato di casa dagli avversari e di aver vissuto in un villaggio distante circa tre ore di pullman da quello natio dove aveva lavorato come contadino per mettere da parte il denaro necessario all’espatrio, giungendo dapprima in Libia, dove intendeva stabilirsi, ma da dove era stato parimenti costretto a fuggire a causa del clima di estrema violenza e pericolosità del Paese di transito.

– che, in via subordinata, aveva poi dedotto l’esistenza dei presupposti per il riconoscimento, in suo favore, della protezione umanitaria, in considerazione della propria – oggettiva e grave – condizione di vulnerabilità;

– che il Tribunale ha ritenuto insussistenti i presupposti per il riconoscimento di tutte le forme di protezione internazionale invocate dal ricorrente, alla luce: 1) della sostanziale inattendibilità del suo racconto, ritenuto “generico quanto alle azioni intraprese nei suoi confronti dalla comunità di appartenenza” e contraddittorio sul punto delle circostanze dell’allontanamento dalla propria abitazione; 2) della insussistenza dei presupposti per il riconoscimento tanto dello status di rifugiato, quanto della protezione sussidiaria in ciascuna delle tre forme di cui al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 14, in conseguenza tanto del giudizio di non credibilità del ricorrente (lett. a e b), quanto dell’inesistenza di un conflitto armato nel Paese di respingimento (lett. c); 3) dell’impredicabilità di un’effettiva situazione di vulnerabilità del richiedente asilo idonea a giustificare il riconoscimento dei presupposti per la protezione umanitaria;

– che il provvedimento è stato impugnato per cassazione dall’odierno ricorrente sulla base di 3 motivi di censura;

– che il Ministero dell’interno non si è costituito in termini mediante controricorso.

Diritto

OSSERVA IN DIRITTO

Col primo motivo, si censura il decreto impugnato per violazione e mancata applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, commi 1, 2, 3, 4, 5 e art. 14; D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3 e art. 11, come modificato dal D.Lgs. n. 158 del 2009.

Il motivo, nella parte in cui lamenta un insanabile vizio motivazionale del decreto impugnato in relazione al giudizio di credibilità del richiedente asilo, è fondato.

La valutazione di credibilità del richiedente asilo è tema delicato, perché pone, in parte qua, anche la questione del significato dell’attribuzione di poteri istruttori al giudice civile.

Il quadro normativo è composito. Oltre che nel D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, di attuazione della Direttiva 2004/83/CE, recante “norme minime sull’attribuzione, a cittadini di Paesi terzi o apolidi, della qualifica di rifugiato o di persona altrimenti bisognosa della protezione internazionale, nonché norme minime sul contenuto della protezione riconosciuta”, e nel D.Lgs. 28 gennaio 2008, n. 25, di attuazione della Direttiva 2005/85/CE recante “norme minime per le procedure applicate negli Stati membri ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di rifugiato”, la disciplina processuale di riferimento è contenuta nel D.L. 17 febbraio 2017, n. 13, convertito in L. 13 aprile 2017, n. 46, che ha istituito, presso i tribunali ordinari del luogo nel quale hanno sede le Corti d’appello, le sezioni specializzate in materia di immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini dell’Unione Europea, prevedendo che le controversie vengano trattate con rito camerale e con competenza collegiale (dopo che il D.Lgs. 1 settembre 2011, n. 150, recante “Disposizioni complementari al codice di procedura civile in materia di riduzione e semplificazione dei procedimenti civili di cognizione, ai sensi della L. 18 giugno 2009, n. 69, art. 54”, aveva previsto invece che le controversie aventi ad oggetto l’impugnazione dei provvedimenti previsti dal D.Lgs. 28 gennaio 2008, n. 25, art. 35, fossero regolate dal rito sommario di cognizione). La disciplina è stata incisa anche dai cd. decreti sicurezza (D.L. 4 ottobre 2018, n. 113, e D.L. 14 giugno 2019, n. 539), su cui è intervenuto da ultimo il D.L. 21 ottobre 2020, n. 130, conv. con L. 18 dicembre 2020, n. 173.

Da questo quadro emerge la delicatezza del tema della prova, cui si collega quello, sfuggente anche nel diritto processuale civile ordinario, dell’allegazione dei fatti. Dovendo dare necessario rilievo alle condizioni culturali, materiali e psicologiche in cui versa il richiedente asilo, e alle difficoltà di fornire le prove richieste, il legislatore ha dato ampio spazio all’iniziativa officiosa in tema di prova e immaginato regole processuali di cui il giudice si deve fare interprete, in un processo che comunque è retto dal principio della domanda – ed in cui il monopolio dell’allegazione dei fatti è dunque rimesso alle parti – così che i poteri istruttori del giudice si devono muovere dentro una cornice data, che è quella tracciata dai fatti allegati da queste ultime.

La prova principale è rappresentata dall’audizione del richiedente: tecnicamente, una vera e propria testimonianza della parte, sul presupposto che tutti quei fatti che sono noti soltanto a quest’ultima o che, per ragioni a questa non imputabili, non si possano provare convenientemente con prove diverse dalla dichiarazione rappresentativa della parte, non possono essere considerati in giudizio come insussistenti.

Mentre nel processo civile “ordinario” si discute della stessa funzione probatoria dell’interrogatorio libero delle parti, che è soprattutto strumento volto alla chiarificazione sui fatti di causa, cui unisce, sia pure in modo più ambiguo, la funzione di strumento di conoscenza dei fatti (secondo un orientamento ormai consolidato della giurisprudenza di legittimità, le dichiarazioni rese dalla parte nell’interrogatorio libero di cui all’art. 117 c.p.c., pur non essendo un mezzo di prova, possono essere fonte anche unica del convincimento del giudice di merito), l’utilizzazione del sapere della parte nella formazione del convincimento giudiziale è un momento centrale dell’istruttoria nel sistema della protezione internazionale.

Quel sistema, perciò, sotto il profilo della prova, bilancia l’onere di cui all’art. 2967 c.c., pur operante anche nelle controversie in materia di asilo, con un meccanismo che, diversamente da quel che avviene nelle altre tipologie di processo civile (comprese quelle che pure rispondono al modello istruttorio acquisitivo, caratterizzato dall’iniziativa istruttoria del giudice), permette la testimonianza della parte, attribuendole un’efficacia probatoria diversa da quella tradizionalmente riservata alle dichiarazioni rese in seno all’interrogatorio libero, e non si limita ad ampliare le ipotesi in cui sono previsti poteri ufficiosi di assunzione dei mezzi di prova.

Tanto premesso, integra gli estremi dell’errore di diritto, come tale censurabile in sede di legittimità, tanto una motivazione meramente “di stile” (come quella predicativa, sic et simpliciter, di una loro asserita ma immotivata “genericità”) quanto una valutazione del narrato che si sostanzi nella sua acritica scomposizione e nel suo sistematico frazionamento, volto alla ricerca delle singole, eventuali contraddizioni, pur talvolta esistenti, insite nella narrazione stessa, volta che il procedimento di protezione internazionale è caratterizzato, per sua natura, da una sostanziale mancanza di contraddittorio (stante la sistematica assenza dell’organo ministeriale), con conseguente impredicabilità della diversa funzione – caratteristica del processo civile ordinario – di analitico e perspicuo bilanciamento tra posizioni e tesi contrapposte inter pares.

Funzione del procedimento giurisdizionale di protezione internazionale deve ritenersi quella – del tutto autonoma rispetto alla precedente procedura amministrativa, della quale esso non costituisce in alcun modo prosecuzione impugnatoria – di accertare, secondo criteri legislativamente predeterminati, la sussistenza o meno del diritto al riconoscimento di una delle tre forme di asilo, onde il compito del giudice chiamato alla tutela di diritti fondamentali della persona appare funzionale – anche al di là ed a prescindere da quanto accaduto dinanzi alla Commissione territoriale – alla complessiva raccolta, accurata e qualitativa, delle predette informazioni, nel corso della quale dissonanze e incongruenze, di per se non decisive ai fini del giudizio finale, andranno opportunamente valutate in una dimensione di senso e di significato complessivamente inteso, secondo un criterio di unitarietà argomentativa e non di sistematico frazionamento, logico e sintattico, della narrazione, come confermato dal disposto del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, lett. e), a mente del quale, nella valutazione di credibilità, si deve verificare anche se il richiedente “e’, in generale, attendibile”.

Premessa dell’indagine, il metodo di valutazione degli elementi di fatto disponibili (i fatti “indizianti” della prova per presunzioni), previa scelta tra un generico modello olistico ovvero un rigoroso metodo analitico.

Il modello olistico si presterebbe facilmente a sovrapporre alla realtà dei fatti la (sola) loro narrazione, con il rischio che una perfetta coerenza narrativa, pur in ipotesi assolutamente falsa, possa fuorviare il giudice e condurlo ad una decisione ingiusta;

Il metodo analitico-atomistico si fonda, di converso, sulla premessa che la base della decisione sia rappresentata dai fatti e soltanto da essi.

La valutazione dei fatti secondo il modello analitico segue, peraltro, un percorso logico distinto in due fasi – che ne consente una parziale combinazione con quello olistico – fondate, dapprima, su di un rigoroso esame di ciascun singolo fatto “indiziante” che emerge dal racconto del richiedente asilo (onde eliminare quelli privi di rilevanza rappresentativa e conservare quelli che, valutati singolarmente, offrano un contenuto positivo, quantomeno parziale, sotto il profilo dell’efficacia del ragionamento probatorio), e successivamente, su di una valutazione congiunta, complessiva e globale, di tutti quei fatti, alla luce dei principi di coerenza logica, compatibilità inferenziale, congruenza espositiva, concordanza prevalente, onde accertare se la loro combinazione, frutto di sintesi logica e non di sola somma aritmetica, possa condurre all’approdo della prova presuntiva del factum probandum – che potrebbe non considerarsi raggiunta attraverso una valutazione atomistica di ciascun indizio (quae singula non possunt, collecta iuvant).

Accertata preliminarmente la valenza indicativa di ciascun “fatto indiziario” che emerge dal racconto del ricorrente secondo il modello analitico, si procederà poi all’esame metodologico dell’intera trama fattuale in modo complessivo e unitario, di tal che la possibile ambiguità dimostrativa di ciascun factum probans possa anche risolversi nel necessario significato dimostrativo che consente di ritenere raggiunta la prova logica del factum probandum. Il procedimento mentale da percorrere, per il giudice, è dunque quello della analisi di ciascun elemento di fatto e della sua collocazione e ricomposizione all’interno di un mosaico del quale il singolo indizio (i.e., la singola vicenda narrata) costituisce la singola tessera.

Se, considerato isolatamente, ogni frammento dichiarativo può non essere ritenuto sufficiente a pervenire ad un giudizio complessivo di credibilità (rectius, a fondare un parcellare giudizio di non credibilità), è l’insieme intrinseco delle connessioni logico-espositive delle dichiarazioni a formare oggetto di valutazione, che deve risultare complessiva, e non frantumata e/o relativizzata rispetto ad ogni singolo episodio, esaminato ex se in modo del tutto avulso dalla complessa trama narrativa oggetto di esame e di giudizio.

Nella valutazione della complessiva credibilità del racconto del richiedente asilo, ove poi, rispetto ad alcuni dettagli, residuino all’organo giudicante dubbi in parte qua, può trovare legittima applicazione il principio del beneficio del dubbio – contra, non condivisibilmente, Cass. n. 16028 del 2019, che risulta in aperto e forse inconsapevole contrasto con quanto più volte affermato dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo in materia di onere della prova: “stante la particolare situazione in cui si trovano i richiedenti asilo, sarà frequentemente necessario concedere loro il beneficio del dubbio quando si vada a considerare la credibilità delle loro dichiarazioni e dei documenti presentati a supporto” (CEDU, R.C. v. Svezia, 2010, paragrafo 50; CEDU, N. v. Svezia, 2010, paragrafo 53; CEDU, A.A. v. Svizzera, 2014, paragrafo 59).

Nel caso di specie, la motivazione del tribunale si risolve, rispetto all’intera e articolata trama narrativa, da un canto, in un affermazione secondo cui “all’esito dell’istruttoria non possono che considerarsi generiche quanto alle azioni intraprese nei suoi confronti dalla comunità di appartenenza”, senza ulteriori argomentazioni sulla relazione logica genericità-credibilità e senza ulteriori specificazioni circa lo stesso concetto di “genericità” adottato in sede di decisione; dall’altro, nel rilievo di una “mancanza di riscontro” della prospettazione fattuale riferita in sede di audizione in udienza – relativa all’episodio dell’abbandono della propria abitazione – rispetto alle dichiarazioni rese in Commissione.

La motivazione del provvedimento impugnata si discosta, pertanto, in modo insanabile dai criteri di valutazione sopra indicati.

All’accoglimento del motivo in esame consegue l’assorbimento delle restanti censure.

PQM

La Corte accoglie il primo motivo del ricorso, assorbiti i restanti motivi, cassa il provvedimento impugnato in relazione al motivo accolto e rinvia il procedimento al Tribunale di, che, in diversa composizione, farà applicazione dei principi di diritto suesposti.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, si dà atto della non sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, se dovuto, per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte di Cassazione, il 16 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 7 febbraio 2022

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