Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3709 del 13/02/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 13/02/2017, (ud. 24/11/2016, dep.13/02/2017),  n. 3709

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CURZIO Pietro – Presidente –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

Dott. FERNANDES Giulio – rel. Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. MANCINO Rossana – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 24192/2015 proposto da:

POSTE ITALIANE SPA, in persona del rappresentante legale pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, V.LE EUROPA 190 C/O AREA LEGALE

TERRITORIALE CENTRO DI POSTE ITALIANE, rappresentata e difesa,

congiuntamente e disgiuntamente, dagli Avvocati ROBERTA AIAZZI e

ANNA TERESA LAURORA, giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

C.E.L., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE G.

MAZZINI 113, presso lo studio dell’Avvocato ROSA ALBA GRASSO, che lo

rappresenta e difende unitamente all’Avvocato GIOVANNI GABELLONE,

giusta procura a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 3147/2015 della CORTE D’APPELLO di ROMA del

03/04/2015, depositata il 07/04/2015;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

24/11/2016 dal Consigliere Dott. GIULIO FERNANDES;

udito l’Avvocato DI LESO PASQUALE, delega orale dell’Avvocato AIAZZI

ROBERTA, per la parte ricorrente, il quale si riporta agli scritti;

udito l’Avvocato Oronzo D’Agostino su delega dell’avvocato Rosalba

Grasso difensore del contro ricorrente che si riporta agli atti.

Fatto

FATTO E DIRITTO

La causa è stata chiamata all’adunanza in Camera di consiglio del 24 novembre 2016, ai sensi dell’art. 375 c.p.c., sulla base della seguente relazione redatta a norma dell’art. 380 bis c.p.c.:

“La Corte di Appello di Roma, con sentenza del 7 aprile 2015, riformando la decisione del primo giudice, dichiarava la nullità del termine apposto al contratto di lavoro intercorso tra C.L.E. e Poste Italiane s.p.a. e relativo al periodo dal 7 aprile al 30 giugno 2004 e, accertata la sussistenza di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato tra le parti, condannava la società a riammettere il servizio il lavoratore nonchè al pagamento in suo favore del l’indennità di cui alla L. n. 183 del 2010, art. 32, comma 5, determinata in tre mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto.

Il termine era stato apposto per “esigenze di carattere sostitutivo correlate alla specifica esigenza di provvedere alla sostituzione del personale addetto al servizio di recapito presso la Regione Sud (OMISSIS) assente con diritto alla conservazione del posto di lavoro nel periodo..”.

Per la cassazione di tale decisione propone ricorso Poste Italiane affidato a tre motivi.

Il C. resiste con controricorso.

Con il primo motivo di ricorso e viene dedotta violazione dell’art. 1372 c.c., comma 1 e art. 1362 c.c., comma 1 (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), avendo il giudice del gravame rigettato l’eccezione di definitivo scioglimento del rapporto per tacito mutuo consenso dei contraenti senza tener conto che il comportamento inerte delle parti evidenziava il disinteresse al suo ripristino.

Il motivo manifestamente infondato alla luce della consolidata giurisprudenza di questa Corte secondo cui La mera inerzia del lavoratore dopo la scadenza del contratto a termine, quindi, “è di per se insufficiente a ritenere sussistente una risoluzione del rapporto per mutuo consenso” (v. Cass. 15-11-2010 n. 23057, Cass. 11/3/2011 n. 5887 ed ancora: Cass. 10-11-2008 n. 26935, Cass. 28/9/2007 n. 20390, Cass. 17-12-2004 n. 23554, Cass. 18-11-2010 n. 23319, Cass. 11-3-2011 n. 5887, Cass. 4-8-2011 n. 16932), mentre “grava sul datore di lavoro”, che eccepisca tale risoluzione, “l’onere di provare le circostanze dalle quali possa ricavarsi la volontà chiara e certa delle parti di volere porre definitivamente fine ad ogni rapporto di lavoro” (v. Cass. 2-12-2002 n. 17070 e fra le altre, Cass. 1- 2-2010 n. 2279).

Nella fattispecie la Corte d’Appello ha rilevato che il mero decorso del tempo unitamente alla accettazione senza riserve del TFR ed anche l’aver prestato attività lavorativa medio tempore non erano circostanze certamente incompatibili con la volontà di dar corso alle azioni a tutela dei propri diritti.

Tale accertamento di fatto, compiuto dalla Corte di merito, risulta aderente al principio sopra richiamato e resiste alle censure della società ricorrente che, in sostanza, si incentrano su una diversa lettura delle predette emergenze fattuali che, peraltro, questa Corte ha già avuto modo di affermare non essere idonee a dimostrare l’esistenza di un volontà risolutiva del rapporto.

Con il secondo motivo si lamenta violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1, comma 1 (art. 360 c.p.c., n. 3) in quanto il giudice del gravame erroneamente aveva ritenuto illegittima l’apposizione del termine non avendo la società provato la esistenza in concreto, cioè con riferimento all’ufficio di destinazione del C., delle esigenze sostitutive indicate in contratto.

Il motivo è in parte infondato ed in parte inammissibile.

E’ infondato in quanto la Corte di merito, con congrua motivazione, si è attenuta al principio affermato dalla consolidata giurisprudenza di questa Corte secondo cui l’onere di provare le ragioni obiettive poste a giustificazione della clausola appositiva del termine grava sul datore di lavoro e deve essere assolto sulla base delle istanze istruttorie dallo stesso formulate (vedi per tutte: Cass. 10 febbraio 2010, n. 2279; Cass. 11 dicembre 2012, n. 22716).

I inammissibile nella parte in cui, nonostante il formale richiamo alla violazione di norme di legge, contenuto nell’intestazione del motivo, la censura prospettata si risolve nella denuncia di un vizio di motivazione della sentenza impugnata per errata valutazione del materiale probatorio acquisito ai fini della ricostruzione dei fatti sollecitando una rivisitazione del merito non consentita in questa sede. Peraltro, la Corte di appello ha valutato le risultanze istruttorie (la documentazione prodotta e la prova testimoniale espletata) giungendo alla conclusione che le stesse erano insufficienti a provare la ricorrenza in concreto – riguardo alla posizione del C. – delle esigenze richiamate in contratto.

Con il terzo motivo viene lamentata violazione e falsa applicazione dell’art. 1419 c.c. e D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1, in quanto erroneamente la Corte di merito aveva ritenuto che dalla illegittimità apposizione del termine dovesse derivare la conversione del contratto in un rapporto a tempo indeterminato.

Il motivo è destituito di fondamento alla luce della giurisprudenza di questa Corte di legittimità (cfr., in particolare, Cass. n. 3994 del 27 febbraio 2015; Cass. n. 17619/14 e Cass. n. 12985/08), da ribadirsi anche in questa sede, secondo cui il D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1, anche anteriormente alla modifica introdotta dalla L. n. 247 del 2007, art. 39, ha confermato il principio generale secondo cui il rapporto di lavoro subordinato è normalmente a tempo indeterminato, costituendo l’apposizione del termine un’ipotesi derogatoria pur nel sistema, del tutto nuovo, della previsione di una clausola generale legittimante l’apposizione del termine “per ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo”.

Pertanto, in caso di insussistenza delle ragioni giustificative del termine e pur in assenza di una norma che sanzioni espressamente la mancanza delle dette ragioni, in base ai principi generali in materia di nullità parziale del contratto e di eterointegrazione della disciplina contrattuale, nonchè alla stregua dell’interpretazione dello stesso art. 1 citato nel quadro delineato dalla direttiva comunitaria 1999/70/CE (recepita con il richiamato decreto) e nel sistema generale dei profili sanzionatori nel rapporto di lavoro subordinato, tracciato da Corte cost. n. 210/92 e n. 283/05, all’illegittimità del termine e alla nullità della clausola di apposizione dello stesso consegue l’invalidità parziale relativa alla sola clausola e l’instaurarsi di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato.

Alla luce di quanto esposto si propone il rigetto del ricorso, con ordinanza ex art. 375 c.p.c., n. 5″.

Sono seguite le rituali comunicazioni e notifica della suddetta relazione, unitamente al decreto di fissazione della presente udienza in Camera di consiglio.

Il Collegio condivide pienamente il contenuto della sopra riportata relazione in quanto conforme ai numerosi precedenti di questa Corte in materia e, quindi, rigetta il ricorso.

Le spese del presente giudizio, per il principio della soccombenza, sono poste a carico della ricorrente e vengono liquidate come da dispositivo con attribuzione agli avv.ti Giovanni Gabellone e Rosalba Grasso per dichiarato anticipo fattone.

Sussistono i presupposti per il versamento, da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, previsto dal D.P.R. 30 maggio, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (legge di stabilità 2013). Tale disposizione trova applicazione ai procedimenti iniziati in data successiva al 30 gennaio 2013, quale quello in esame, avuto riguardo al momento in cui la notifica del ricorso si è perfezionata, con la ricezione dell’atto da parte del destinatario (Sezioni Unite, sent. n. 3774 del 18 febbraio 2014). Inoltre, il presupposto di insorgenza dell’obbligo del versamento, per il ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, non è collegato alla condanna alle spese, ma al fatto oggettivo del rigetto integrale o della definizione in rito, negativa per l’impugnante, del gravame (Cass. n. 10306 del 13 maggio 2014).

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alle spese del presente giudizio liquidate in Euro 100,00 per esborsi, Euro 4.000,00 per compensi professionali, oltre rimborso spese forfetario nella misura del 15% con attribuzione.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 24 novembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 13 febbraio 2017

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