Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 37064 del 26/11/2021

Cassazione civile sez. VI, 26/11/2021, (ud. 21/09/2021, dep. 26/11/2021), n.37064

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. MELONI Marina – Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

Dott. FIDANZIA Andrea – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 16207-2020 proposto da:

M.M.P., domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVOUR presso la

CANCELLERIA della CORTE di CASSAZIONE, rappresentata e difesa

dall’avvocato MICHELE LA FRANCESCA;

– ricorrente –

contro

CURATELA DEL FALLIMENTO (OMISSIS) (Fall. n. 175/201);

– intimata –

avverso l’ordinanza n. cronol. 108/2020 del TRIBUNALE di PALERMO,

depositata il 27/02/2020;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di Consiglio non

partecipata del 21/09/2021 dal Consigliere Relatore Dott. FIDANZIA

ANDREA.

 

Fatto

RILEVATO

– che viene proposto da M.M.P., affidandolo a due motivi, ricorso avverso il decreto del 27.2.2020 con cui il Tribunale di Palermo ha rigettato l’opposizione allo stato passivo del Fallimento (OMISSIS) proposta dall’odierna ricorrente avverso il decreto con cui il G.D. aveva dichiarato inammissibile la domanda tardiva di ammissione del proprio credito, per essere la stessa stata presentata il 17 ottobre 2018, ovvero oltre il termine di dodici mesi dalla dichiarazione di esecutività dello stato passivo, avvenuta il 18 settembre 2017, pur essendo la ricorrente già da tempo a conoscenza del fallimento (essendosi già insinuata al passivo in relazione ad altri crediti);

che il curatore del fallimento (OMISSIS) ha resistito con controricorso;

che sono stati ritenuti sussistenti i presupposti ex art. 380 bis c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO

1. che con il primo motivo è stata dedotta la violazione della L. Fall., artt. 16 e 101, sul rilievo che il Tribunale fallimentare di Palermo, avendo fissato l’adunanza di cui alla L. Fall., art. 16, comma 1, n. 4, oltre il termine perentorio di centoventi giorni dal deposito della sentenza di fallimento, ha così ritenuto implicitamente la procedura di particolare complessità, prorogando di fatto il termine per la presentazione delle domande tardive fino a diciotto mesi;

– che è irrilevante la circostanza che la ricorrente avesse in precedenza presentato domanda tempestiva e fosse a conoscenza della pendenza del fallimento;

2. che il motivo è manifestamente infondato;

– che, infatti, questa Corte (vedi Cass. n. 16946/2021, non ancora mass.) ha recentemente enunciato il principio di diritto – cui questo Collegio intende dare continuità – secondo cui la L. Fall., art. 16, comma 1, n. 4 e l’art. 101, comma 1, laddove fanno concorde riferimento al “caso di particolare complessità della procedura” quale ragione della proroga, rispettivamente, del termine ordinario di centoventi giorni per la fissazione dell’adunanza e del termine di dodici mesi per la presentazione delle domande di insinuazione tardive, impongono al tribunale di fornire, all’interno della sentenza dichiarativa di fallimento, una conveniente motivazione nel caso in cui decida di optare per una dilazione che rallenti, fin da subito, i tempi di definizione della procedura fallimentare;

che, pertanto, l’opzione del tribunale fallimentare per la disciplina ordinaria o per una dilatazione dei tempi di verifica non può dunque essere l’effetto, automatico e implicito, della scelta di una data (per la celebrazione dell’adunanza di cui alla L. Fall., art. 95) che sia anteriore o posteriore al termine di centoventi giorni dal deposito della sentenza di fallimento, ma il frutto di una scelta, espressa e motivata, assunta in considerazione della complessità della procedura fallimentare;

– che, nel caso di specie, il Tribunale si è limitato a fissare una data per la celebrazione dell’adunanza dei creditori posteriore al termine di centoventi giorni dal deposito della sentenza di fallimento, senza argomentare minimamente né sulla eventuale complessità della procedura, né sulla necessità di proroga del termine per il deposito delle domande di insinuazione al passivo;

3. che con il secondo motivo è stata dedotta la violazione della L. Fall., art. 92, per avere il Tribunale condannato la ricorrente al pagamento delle spese processuale nonostante la novità della questione sottoposta al suo esame;

4. che il motivo è inammissibile;

– che questa ha più volte enunciato il principio secondo cui, con riferimento al regolamento delle spese, il sindacato della Corte di cassazione è limitato ad accertare che non risulti violato il principio secondo il quale le spese non possono essere poste a carico della parte vittoriosa, con la conseguenza che esula da tale sindacato ogni altra decisione relativa alla statuizione sulle spese di lite adottata dal giudice di merito nell’esercizio del suo potere discrezionale (vedi Cass. n. 19613 del 04/08/2017);

che, nel caso di specie, il giudice ha applicato correttamente il principio della soccombenza;

5. che le spese seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo, non potendosi neppure invocare la novità della questione, atteso che il procuratore della ricorrente era parimenti procuratore nella causa decisa dalla citata Cass. n. 16946/2021, costituente un precedente specifico; 16488/2021, 16487/21.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso.

Condanna la ricorrente al pagamento delle spese di lite che liquida in Euro 2.600, di cui Euro 100,00 per spese, oltre spese forfettarie nella misura del 15% ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso per cassazione, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, ove dovuto.

Così deciso in Roma, il 21 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 26 novembre 2021

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