Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 37063 del 26/11/2021

Cassazione civile sez. I, 26/11/2021, (ud. 18/10/2021, dep. 26/11/2021), n.37063

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. TRICOMI Laura – Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – rel. Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

Dott. SCALIA Laura – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 14645/2020 proposto da:

S.T., domiciliata in Roma, Piazza Cavour, presso la

Cancelleria Civile della Corte di Cassazione, rappresentata e difesa

dall’avvocato Argento Filippo, giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

A.G., elettivamente domiciliato in Roma, Via Virginio

Orsini n. 19, presso lo studio dell’avvocato Santini Matteo, che lo

rappresenta e difende, giusta procura in calce al controricorso;

-controricorrente –

contro

B.F.R., in qualità di Curatore speciale del

minore Ar.Gi.;

– intimata –

avverso il decreto della CORTE D’APPELLO di ROMA, del 18/02/2020;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

18/10/2021 dal cons. Dott. IOFRIDA GIULIA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

La Corte d’appello di Roma, con decreto n. 221/2020, depositato il 23/3/2020, ha riformato la decisione di primo grado, che aveva respinto la domanda di A.G. di declaratoria della decadenza della responsabilità genitoriale della moglie S.T., madre del loro figlio minore, Ar.Gi., nato a (OMISSIS), la quale si era rifiutata di fare rientrare in Italia il figlio dall’Ucraina, dopo la fine del periodo estivo, nel 2016.

In particolare, i giudici d’appello, disposti accertamenti istruttori con richiesta di informativa aggiornata circa lo stato del procedimento di sottrazione internazionale di minore pendente dinanzi all’Autorità ucraina e circa le condizioni di affidamento del minore, in detto Paese, nonché relazione dei Servizi Sociali italiani in ragione della residenza abituale del minore sino al 2016, hanno affermato che la condotta della madre si era svolta con modalità pregiudizievoli per il minore, dal punto di vista emotivo, educativo e culturale. Secondo la valutazione della Corte distrettuale tale condotta aveva infatti determinato una serie di conseguenze lesive per il minore e in particolare l’interruzione repentina: a) delle relazioni amicali e parentali del minore in Italia, ove lo stesso aveva vissuto fino all’agosto 2016; b) dell’inserimento scolastico del minore, con sua sottoposizione allo stress dell’inserimento in un nuovo ambiente scolastico; c) del percorso di approfondimento e di cura delle difficoltà foniatrico-logopediche del bambino, d) dei rapporti con il padre, malgrado le dichiarate occasioni di rientro della stessa in Italia, almeno una volta al mese per ragioni lavorative, e) del coinvolgimento del padre nelle scelte fondamentali per il minore, f) dell’identità bilingue del bambino. Tutto ciò giustificava, in accoglimento del reclamo dell’ A., la decadenza della stessa dalla responsabilità genitoriale, con affidamento del minore in via esclusiva al padre, nella residenza presso la casa familiare in (OMISSIS), e l’attivazione di un percorso di sostegno del minore, ad opera dei Servizi Sociali, e di incontri protetti del minore con la madre.

Avverso la suddetta pronuncia, notificata il 25/3/2020, S.T. propone ricorso per cassazione, notificato il 25/5/2020, affidato a due motivi, nei confronti di A.G. (che resiste con controricorso, notificato il 6/7/2020) e dell’Avv. B.F.R., in qualità di curatore speciale del minore Ar.Gi. (che non svolge difese). Il controricorrente ha depositato memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. La ricorrente lamenta, con il primo motivo, sia la nullità o inesistenza, ex art. 360 c.p.c., n. 4, del decreto impugnato, sia la violazione o falsa applicazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, dell’art. 291 c.p.c., comma 3 e art. 307 c.p.c., u.c., nonché degli artt. 24 e 111 Cost. e art. 101 c.p.c., in relazione alla lesione del diritto di difesa del “convenuto”, invocando il mancato rispetto da parte dell’ A. del termine assegnato dal Tribunale per i minorenni per il rinnovo della notifica (sino al 7/11/2917) dell’atto introduttivo del giudizio alla S., notificato a quest’ultima solo il 17/11/2017, e la conseguente estinzione del giudizio di primo grado, che, malgrado l’eccezione specifica sollevata dalla resistente, era proseguito nonché la conseguente nullità degli atti successivi, incluso il decreto in sede di reclamo della Corte d’appello.

2. Con il secondo motivo, si lamenta poi la violazione o falsa applicazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, degli art. 330, 333, 2697 c.c. e art. 115 c.p.c., per avere la Corte d’appello, ai fini dell’affermata sussistenza di una condotta pregiudizievole della madre verso il minore, fatto errata applicazione della disciplina relativa all’onere probatorio e di quella attinente alla valutazione del materiale istruttorio, dando rilievo a prove inesistenti ovvero non considerando elementi istruttori contrari (quali una relazione sulla condizione psicologica del minore, attestante l’assenza di stress dello stesso ed il suo pieno inserimento nel nuovo contesto sociale, ovvero le attestazioni comprovanti la prosecuzione in Ucraina delle cure per risolvere le difficoltà foniatrico-logopediche del piccolo, da cui era conseguito un miglioramento dei disturbi del linguaggio, ovvero la piena disponibilità della madre ad assicurare gli incontri del bambino con il padre) sia l’omesso esame, ex art. 360 c.p.c., n. 5 di fatti decisivi, sempre in relazione all’erronea individuazione di una condotta del genitore pregiudizievole per il minore, in assenza di prove.

3. Il controricorrente ha dedotto che, dopo il decreto della Corte d’appello, la ricorrente non ha riportato il minore in Italia dal padre e si è resa irrintracciabile, cosicché egli, pur trovandosi in Ucraina dal marzo 2020 per cercare il figlio, non è più riuscito ad avere contatti con lui sin marzo 2018, avendo la madre sempre ostacolato la frequentazione tra padre e figlio fino ad impedirla completamente. Attualmente poi egli non ha alcuna idea di dove si trovi suo figlio.

4. La prima censura è infondata.

E’ pacifico che la S., in primo grado, si è costituita alla prima udienza, a seguito di notifica del ricorso, eccependo l’estinzione del giudizio, svolgendo difese nel merito della lite e chiedendo concessione di un termine a difesa, che le veniva concesso, come indicato dalla stessa ricorrente, a pag.7 del ricorso, avendo il giudice rinviato la causa al 16/1/2016, nella quale i genitori venivano ascoltati, con concessione poi di ulteriore termine alle parti per memorie.

Costituisce un principio consolidato quello secondo cui, poiché lo scopo della notificazione degli atti di “vocatio in ius” è quello di attuare il principio del contraddittorio, tale finalità è raggiunta con la costituzione in giudizio del destinatario dell’atto, rimanendo conseguentemente sanato con effetto “ex tunc” qualsiasi eventuale vizio della notificazione stessa (Cass. 10495/2004).

Nella specie, tuttavia, si pone la questione del mancato rispetto del nuovo termine, perentorio, concesso dal giudice di primo grado, ex art. 291 c.c., a seguito di una prima notifica del ricorso e del decreto di fissazione dell’udienza, non andata a buon fine e in mancanza di costituzione della resistente nel giudizio camerale.

Dalla mancata rinnovazione della notifica del ricorso nel termine perentorio del giudice, sarebbe derivata, per il combinato disposto dell’art. 291 c.p.c., comma 3, e art. 307 c.p.c., commi 3 e 4, l’estinzione del giudizio, rilevabile d’ufficio ma non rilevata né in primo grado, malgrado eccezione della resistente, né dal giudice del reclamo.

V’e’ da dire che la reclamata, vittoriosa in primo grado, in fase di gravame nulla deduceva in ordine al suddetto vizio ed all’eccezione di estinzione.

Ora, questa Corte ha chiarito che “la pronuncia d’ufficio del giudice di primo grado su una questione processuale per la quale è prescritto un termine di decadenza o il compimento di una determinata attività – in difetto di espressa previsione normativa della rilevabilità “in ogni stato e grado” ed escluse le ipotesi di vizi talmente gravi da pregiudicare interessi di rilievo costituzionale – deve avvenire entro il grado di giudizio nel quale essa si è manifestata; qualora il giudice di primo grado abbia deciso la controversia nel merito, omettendo di pronunciare d’ufficio sulla questione (nella specie, rilievo del carattere tardivo ex art. 167 c.p.c. dell’eccezione di inadempimento sollevata in primo grado dal convenuto), resta precluso l’esercizio del potere di rilievo d’ufficio sulla stessa, per la prima volta, tanto al giudice di appello quanto a quello di cassazione, ove non sia stata oggetto di impugnazione o non sia stata ritualmente riproposta, essendosi formato un giudicato implicito interno in applicazione del principio di conversione delle ragioni di nullità della sentenza in motivi di gravame previsto dall’art. 161 c.p.c.”.

In sostanza, la parte totalmente vittoriosa nel merito, ma soccombente su questione pregiudiziale di rito e/o preliminare di merito per rigetto (espresso od implicito) o per omesso esame della stessa (nella specie, l’eccepita estinzione del giudizio) deve spiegare appello incidentale per devolvere alla cognizione del giudice superiore la questione rispetto alla quale ha maturato una posizione di soccombenza teorica, non potendo limitarsi alla mera riproposizione di detta questione, sufficiente nei soli casi in cui non vi è la necessità di sollevare una critica nei confronti della sentenza impugnata, ovvero nelle ipotesi di legittimo assorbimento (cfr. Cass. 20315/2021).

Inoltre, questo giudice di legittimità ha già affermato che “il principio secondo cui le questioni attinenti alla regolare costituzione del rapporto processuale sono rilevabili d’ufficio anche nel giudizio di legittimità va coordinato con i principi di economia processuale e di ragionevole durata del processo, che comportano un applicazione in senso restrittivo e residuale di tale rilievo officioso; ne consegue che le questioni suddette devono ritenersi coperte dal giudicato implicito allorché siano state ignorate dalle parti nei precedenti gradi di giudizio (essendosi il contraddittorio incentrato sul merito della controversia) e su esse non si sia pronunciato il giudice di merito” (Cass. 2427/2011; Cass. 10088/2016).

In applicazione di tale principio, dunque, la circostanza che la ricorrente abbia riformulato solo in questa sede la questione della tardività della rinnovazione della notifica del ricorso introduttivo di primo grado, non ritualmente coltivata in fase di reclamo/appello, rende inammissibile il proposto motivo, trattandosi di un rilievo sul quale si è oramai formato il giudicato.

4. La seconda censura è inammissibile.

La Corte d’appello, ai fini della disposta decadenza, ha dato rilievo al grave comportamento della madre che, con decisione unilaterale e volontaria, ha, senza il consenso del marito, deciso di trattenere il figlio in Ucraina, sottraendolo all’affetto del padre, dei familiari, degli amici, con pregiudizio del minore ad una crescita con un rapporto equilibrato e continuo con entrambe le figure genitoriali oltre che per interruzione del percorso scolastico e terapeutico avviato in Italia, ove ha vissuto dalla nascita.

Questa Corte, con orientamento consolidato (Cass.13960/2014), ha chiarito che “in tema di ricorso per cassazione, la deduzione della violazione dell’art. 116 c.p.c. è ammissibile ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, ove si alleghi che il giudice, nel valutare una prova o, comunque, una risultanza probatoria, non abbia operato – in assenza di diversa indicazione normativa secondo il suo “prudente apprezzamento”, pretendendo di attribuirle un altro e diverso valore oppure il valore che il legislatore attribuisce ad una differente risultanza probatoria (come, ad esempio, valore di prova legale), nonché, qualora la prova sia soggetta ad una specifica regola di valutazione, abbia invece dichiarato di valutare la stessa secondo il suo prudente apprezzamento, mentre, ove si deduca che il giudice ha solamente male esercitato il proprio prudente apprezzamento della prova, la censura è consentita ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5″, con conseguente “inammissibilità della doglianza che sia stata prospettata sotto il profilo della violazione di legge ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3”.

In sostanza, una questione di violazione o di falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. non può porsi per una erronea valutazione del materiale istruttorio compiuta dal giudice di merito, ma, rispettivamente, solo allorché si alleghi che quest’ultimo abbia posto a base della decisione prove non dedotte dalle parti, ovvero disposte d’ufficio al di fuori dei limiti legali, o abbia disatteso, valutandole secondo il suo prudente apprezzamento, delle prove legali, ovvero abbia considerato come facenti piena prova, recependoli senza apprezzamento critico, elementi di prova soggetti invece a valutazione (Cass. 27000/2016; Cass. 23940/2017).

La circostanza che il giudice, invece, abbia male esercitato il prudente apprezzamento della prova è censurabile solo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5 (Cass. 26965/2007) ed ormai, nei limiti della attuale formulazione del suddetto vizio (omesso esame di un fatto decisivo oggetto di discussione tra le parti).

Nella specie, oltre a dedursi un vizio di violazione dell’art. 115 c.p.c., con riferimento all’asserita erronea valutazione delle risultanze probatorie, si lamenta un omesso esame ex art. 360 c.p.c., n. 5 di fatti decisivi, risultanti da documenti prodotti in giudizio, che sono stati invece esaminati dalla Corte e valutati, motivatamente, come non rilevanti.

3. Per tutto quanto sopra esposto, va respinto il ricorso.

Le spese, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

Essendo il procedimento esente, non si applica il D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater.

PQM

La Corte respinge il ricorso; condanna la ricorrente, al rimborso delle spese processuali del presente giudizio di legittimità, liquidate in complessivi Euro 7.000,00, a titolo di compensi, oltre 200,00 per esborsi, nonché al rimborso forfetario spese generali nella misura del 15% ed agli accessori di legge.

Dispone che, ai sensi del D.Lgs. n. 198 del 2003, art. 52 siano omessi le generalità e gli altri dati identificativi, in caso di diffusione del presente provvedimento.

Così deciso in Roma, il 18 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 26 novembre 2021

 

 

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