Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 37051 del 26/11/2021

Cassazione civile sez. II, 26/11/2021, (ud. 09/03/2021, dep. 26/11/2021), n.37051

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamaria – Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 23759-2019 proposto da:

J.B., rappresentato e difeso dall’Avvocato LANZILAO, per

procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, rappresentato e difeso dall’Avvocatura

Generale dello Stato;

– controricorrente –

avverso il DECRETO n. 13629/2019 del TRIBUNALE DI ROMA, depositato il

12/4/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 9/3/2021 dal Consigliere GIUSEPPE DONGIACOMO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Il tribunale, con il decreto in epigrafe, ha rigettato l’impugnazione che J.B., nato in (OMISSIS), aveva proposto nei confronti dei provvedimento il quale la commissione territoriale aveva, a sua volta, rigettato la domanda di protezione internazionale proposta dalla stessa.

J.B., con ricorso notificato il 11/7/2019, ha chiesto la cassazione del decreto, dichiaratamente comunicato il 5/8/2019.

Il ministero dell’interno ha resistito con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.1. Con il primo motivo, il ricorrente, lamentando

l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5, ha censurato il decreto impugnato nella parte in cui il tribunale ha rigettato la domanda di protezione sussidiaria per mancanza dei relativi presupposti limitandosi, tuttavia, a citare il rapporto di Amnesty International ma senza rendere edotto il richiedente della valutazione svolta in ordine a tale fonte e della corrispondenza logica tra la fonte consultata e la valutazione svolta. Il tribunale, quindi, ha omesso di valutare le condizioni di pericolo oggettivo e attuale in cui versa il Paese d’origine del richiedente, afflitto da una situazione di violenza generalizzata.

1.2. Con il secondo motivo, ricorrente, denunciando l’omesso ed errato esame delle dichiarazioni rese dinanzi alla commissione territoriale e l’omessa valutazione delle allegazioni di parte, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, ha censurato il decreto impugnato nella parte in cui il tribunale ha rigettato la domanda di protezione sussidiaria in ragione della natura esclusivamente personale della storia narrata dal richiedente e della sua irriconducibilità ad alcuna delle ipotesi previste per la concessione internazionale, senza, tuttavia, considerare che il richiedente, a fondamento della domanda, aveva dedotto di essere stato costretto a fuggire a causa di un avvenimento che solo “frettolosamente” può essere catalogato tra quelli personali in quanto semplicemente fondato sul fondato timore di non poter esercitare i propri diritti. Il giudice, del resto, ha il dovere di acquisire informazioni attendibili sulla situazione del Paese di provenienza la quale, come emerge dai rapporti delle organizzazioni e delle istituzioni internazionali, è estremamente grave e problematica.

1.3. Con il terzo motivo, il ricorrente, lamentando la violazione o la falsa applicazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, l’omessa applicazione dell’art. 10 Cost. e la contraddittorietà tra le fonti citate ed il loro contenuto, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 e n. 5, ha censurato il decreto impugnato nella parte in cui il tribunale ha rigettato la domanda di protezione sussidiaria richiesta ai sensi del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, lett. b) e c), limitandosi a fare riferimento unicamente ad un solo report circa la situazione in (OMISSIS) ma senza operare, attraverso la consultazione delle maggiori fonti informative, una vera e propria analisi della situazione ivi esistente al momento della decisione, la quale, del resto, come emerge dallo stesso report di Amnesty International che il tribunale ha citato, è caratterizzata da violenza indiscriminata e da conflitto armato per cui le conclusioni esposte nel decreto sono in assoluta contraddizione con le fonti citate.

1.4. Con il quarto motivo, il ricorrente, lamentando la violazione e la falsa applicazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, artt. 2, 3, 4,5,6 e 14 nonché del D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 8, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3 e n. 5, ha censurato il decreto impugnato nella parte in cui il tribunale, senza svolgere alcuna attività istruttoria in ordine alla situazione socio-economica del Paese d’origine del richiedente, ha rigettato, con motivazione apparente, la domanda di protezione sussidiaria formulando conclusioni assolutamente apodittiche e destituite di fondamento.

2.1. I motivi, da esaminare congiuntamente, sono infondati.

2.2. Il tribunale, intanto, ha ritenuto che i fatti narrati dal richiedente, così come incontestatamente esposti nel decreto impugnato (p. 2), non fossero rilevanti ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria prevista dal D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, lett. a) e b), in difetto di elementi per ritenere che il richiedente, in caso di rientro nel suo Paese d’origine, “possa subire un danno grave ed essere sottoposto a pena capitale o a trattamenti degradanti”. Ed e’, in effetti, noto che, a norma del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 2, comma 1, lett. g) ed h), e del D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 2, comma 1, lett. f) e g), è “persona ammissibile alla protezione sussidiaria” il cittadino straniero che non possiede i requisiti per essere riconosciuto come rifugiato ma nei cui confronti sussistono fondati motivi di ritenere che, se ritornasse nel Paese di origine, correrebbe un rischio effettivo di subire un grave danno e non può o, a causa di tale rischio, non vuole avvalersi della protezione di detto Paese. L’art. 14, comma 1 D.Lgs. n. 251 cit., a sua volta, dispone che il “danno grave” richiesto per la protezione sussidiaria sussiste, tra l’altro, nell’ipotesi (espressamente invocata dal ricorrente) di “b)… tortura o altra forma di pena o trattamento inumano o degradante ai danni del richiedente nel suo Paese di origine”. Nel caso di specie, tuttavia, il tribunale, con accertamento in fatto che il ricorrente non ha in alcun modo censurato, ha escluso, come visto, che questi corra il rischio effettivo di essere assoggettato ad un trattamento degradante, che non risulta neppure dedotto: il richiedente, quanto ai motivi dell’espatrio, “… ha riferito che nel suo Paese non aveva un lavoro, né alcun parente, per cui nel 2015 si era aggregato ad un gruppo di ragazzi che andavano in Libia alla ricerca di un’occupazione”, che “aveva lavorato per qualche mese, ma poi era stato sequestrato dai militari libici e, una volta rilasciato, aveva raggiunto l’Italia” e “di non voler tornare il (OMISSIS) perché non ha legali e vorrebbe costruire il suo futuro in Italia”.

2.3. Il tribunale, inoltre, ha rigettato la domanda di protezione sussidiaria proposta dalla richiedente ai sensi del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, lett. c), e cioè per la sussistenza nel suo Paese d’origine di una situazione di violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato determinativa di minaccia grave alla vita o alla persona, sul rilievo che in (OMISSIS) “le fonti internazionali non danno conto della sussistenza di una situazione di pericolo per l’incolumità dei civili… (report di Amnesty International 2017/2018)”. Il riconoscimento di tale forma di protezione sussidiaria presuppone, in effetti, conformemente alla giurisprudenza della Corte di Giustizia UE (sentenza 30 gennaio 2014, in causa C285/12), che, in conseguenza degli scontri tra le forze governative di uno Stato e uno o più gruppi armati ovvero tra due o più gruppi armati, il grado di violenza indiscriminata deve aver raggiunto un livello talmente elevato da far ritenere che un civile, se rinviato nel Paese o nella regione di provenienza, correrebbe, per la sua sola presenza sul territorio, il rischio effettivo di subire una minaccia grave e individuale alla sua vita o alla sua persona (Cass. n. 18306 del 2019). La sussistenza di tale presupposto, peraltro, dev’essere accertata dal giudice di merito tramite l’apprezzamento di tutte le informazioni, generali e specifiche, di cui si dispone pertinenti al caso, aggiornate al momento dell’adozione della decisione (cfr. Cass. 9230 del 2020), indicando la fonte a tal fine utilizzata nonché, direttamente o indirettamente, il contenuto dell’informazione da essa tratta e ritenuta rilevante ai fini della decisione, così da consentire alle parti la verifica della pertinenza e della specificità dell’informazione predetta rispetto alla situazione concreta del Paese di provenienza del richiedente (cfr. Cass. n. 13449 del 2019, Cass. n. 13450 del 2019, Cass. n. 13451 del 2019, Cass. n. 13452 del 2019). La decisione impugnata soddisfa i suindicati requisiti. Il tribunale, infatti, indicando la fonte internazionale consultata, ha inequivocamente ritenuto che, in forza delle informazioni ivi raccolte, in (OMISSIS), non sussista un vero e proprio conflitto armato in corso né una situazione di violenza tale da mettere a rischio la vita della popolazione. Tale apprezzamento, del quale il giudice di merito ha indicato le ragioni in modo nient’affatto apparente o contraddittorio, non è stato censurato dal ricorrente per avere il giudice di merito del tutto omesso l’esame di uno o più fatti specificamente dedotti in giudizio e decisivi ai fini di una ricostruzione della fattispecie diversa e allo stesso più favorevole. Ed e’, invece, noto che, in tema di protezione sussidiaria, l’accertamento della situazione di “violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale”, di cui al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14 lett. c), che sia causa per il richiedente di una sua personale e diretta esposizione al rischio di un danno grave, quale individuato dalla medesima disposizione, implica un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito che può essere censurato, con motivo di ricorso per cassazione, nei limiti consentiti dal novellato art. 360 c.p.c., n. 5 (Cass. n. 23942 del 2020). D’altra parte, in tema di protezione internazionale, ai fini della dimostrazione della violazione del dovere di collaborazione istruttoria gravante sul giudice di merito, il ricorrente ha il dovere – che, però, nel caso di specie è rimasto inadempiuto – di indicare in modo specifico gli elementi di fatto idonei a dimostrare che il giudice di merito abbia deciso sulla base di informazioni non più attuali, con il preciso richiamo, anche testuale, alle fonti di prova proposte, alternative o successive rispetto a quelle utilizzate dal giudice di merito (e non, di certo, alle decisioni giudiziarie sul punto favorevoli, come ha fatto il ricorrente), in modo da consentire alla Suprema Corte l’effettiva verifica circa la violazione del dovere di collaborazione istruttoria (cfr. Cass. n. 26728 del 2019) e sempre che siano tali da far ritenere, in termini di certezza e non di mera probabilità, che, nella zona di provenienza del richiedente, per effetto di un conflitto armato interno tra le forze governative e uno o più gruppi armati ovvero tra due o più gruppi armati, sussista un grado di violenza indiscriminata di livello talmente elevato che un civile, se rinviato nel Paese o nella regione in questione, correrebbe, per la sua sola presenza sul territorio, il rischio effettivo di subirne la conseguente minaccia.

3. Con il quinto motivo, il ricorrente, lamentando la violazione del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6 e art. 19, nonché l’omessa applicazione dell’art. 10 Cost., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 e n. 5, ha censurato il decreto impugnato nella parte in cui il tribunale ha respinto la domanda di protezione umanitaria senza, tuttavia, considerare, attraverso l’integrazione istruttoria ufficiosa che aveva il dovere di disporre, la situazione di vulnerabilità del richiedente che consegue tanto dalla situazione socio-politica in cui versa il Paese di provenienza del richiedente, caratterizzato dalla compromissione assoluta dei diritti umani primari e inviolabili, come la vita, la salute, ecc., quanto dall’integrazione sociale e lavorativo che lo stesso ha certamente raggiunto in Italia.

4. Il motivo è infondato. La protezione umanitaria è una misura atipica e residuale che copre situazioni, da individuare caso per caso, in cui, pur non sussistendo i presupposti per il riconoscimento della tutela tipica (status di rifugiato o protezione sussidiaria), tuttavia non possa disporsi l’espulsione e debba provvedersi all’accoglienza del richiedente che si trovi in situazione di vulnerabilità (Cass. 5358 del 2019; Cass. n. 23604 del 2017). I seri motivi di carattere umanitario o risultanti da obblighi internazionali o costituzionali, cui il D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6 (applicabile ratione temporis: cfr. Cass. SU n. 29459 del 2019) subordina il riconoscimento allo straniero del diritto al rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari, pur non essendo definiti dal legislatore, prima dell’intervento attuato con il D.L. n. 113 del 2018, erano, in effetti, accumunati dal fine di tutelare situazioni di vulnerabilità personale dello straniero derivanti dal rischio di essere immesso nuovamente, in conseguenza del rimpatrio, in un contesto sociale, politico o ambientale idoneo a costituire una significativa ed effettiva compromissione dei suoi diritti fondamentali inviolabili (Cass. n. 4455 del 2018). Il tribunale ha rigettato la domanda di protezione umanitaria proposta dal ricorrente ritenendo, in sostanza, che il richiedente non presenta una situazione di effettiva vulnerabilità personale che potesse giustificare la concessione del permesso di soggiorno per motivi umanitari. Si tratta di una accertamento in fatto che, in quanto tale, può essere denunciato, in sede di legittimità, solo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, e cioè per omesso esame di una o più di circostanze la cui considerazione avrebbe consentito, secondo parametri di elevata probabilità logica, una ricostruzione dell’accaduto idonea ad integrare gli estremi della fattispecie rivendicata. Il ricorrente, invece, pur avendone l’onere (art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4), non ha specificamente indicato i fatti, principali ovvero secondari, che aveva dedotto nel giudizio di merito e che, pur se decisivi ai fini di una differente pronuncia a lui favorevole, non sono stati oggetto di esame da parte del giudice di merito. D’altra parte, come evidenziato da Cass. n. 8367 del 2020, il riconoscimento del diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari di cui al D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6, al cittadino straniero che abbia realizzato un grado adeguato d’integrazione sociale in Italia, deve fondarsi su un’effettiva valutazione comparativa della situazione soggettiva ed oggettiva del richiedente con riferimento al Paese d’origine, al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile costitutivo dello statuto della dignità personale, in correlazione con la situazione d’integrazione raggiunta nel Paese d’accoglienza (Cass. n. 4455 del 2018). Tale comparazione presuppone, pertanto, un livello d’integrazione sociale nel Paese di accoglienza che, però, il tribunale, con apprezzamento in fatto rimasto del tutto incensurato, ha escluso, aggiungendo, con statuizione rimasta del tutto incensurata, che il richiedente era stato arrestato nel mese di novembre del 2018 nell’ambito di un’indagine per possesso di stupefacenti e che, al momento della decisione, era assoggettato alla misura dell’obbligo di firma presso il commissariato di Cassino.

5. Il ricorso dev’essere, quindi, rigettato.

6. Le spese di lite seguono la soccombenza e sono liquidate in dispositivo.

7. La Corte dà atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

P.Q.M.

La Corte così provvede: rigetta il ricorso; condanna il ricorrente a rimborsare al ministero dell’interno le spese di lite, che liquida in Euro 2.100,00, oltre spese prenotate a debito; dà atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Seconda Civile, il 9 marzo 2021.

Depositato in Cancelleria il 26 novembre 2021

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