Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 37048 del 26/11/2021

Cassazione civile sez. II, 26/11/2021, (ud. 09/03/2021, dep. 26/11/2021), n.37048

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. ABETE Luigi – rel. Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamaria – Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 26601 – 2019 R.G. proposto da:

S.L., – c.f. (OMISSIS) – elettivamente domiciliato, con

indicazione dell’indirizzo p.e.c., in Messina, alla via Cesare

Battisti, n. 191, presso lo studio dell’avvocato Maristella Bossa

che lo rappresenta e difende in virtù di procura speciale su foglio

allegato in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO dell’INTERNO, – c.f. (OMISSIS) – in persona del Ministro

pro tempore;

– intimato –

avverso il decreto del 23.7.2019 del Tribunale di Messina;

udita la relazione nella camera di consiglio del 9 marzo 2021 del

consigliere Dott. Luigi Abete.

 

Fatto

MOTIVI IN FATTO ED IN DIRITTO

1. S.L., cittadino del (OMISSIS), di religione (OMISSIS), formulava istanza di protezione internazionale.

Esponeva che suo padre, (OMISSIS), e sua madre, (OMISSIS), si erano separati quando era ancora bambino; che dopo la morte della madre, con la quale aveva sempre vissuto, era stato affidato al padre, il quale dopo il divorzio dalla madre aveva sposato un’altra donna; che nondimeno il padre ne pretendeva la conversione al (OMISSIS); che di fronte ai suoi reiterati rifiuti il padre aveva preso a minacciarlo e ad usargli violenza.

Esponeva che aveva quindi deciso, onde non esporre a repentaglio la sua vita e la sua personale incolumità, di abbandonare il paese d’origine; che dapprima era giunto in Libia, ove era stato imprigionato per circa due anni, indi, nel giugno del 2017, aveva raggiunto l’Italia.

2. La competente Commissione Territoriale per il Riconoscimento della Protezione Internazionale rigettava l’istanza.

3. Con decreto del 23.7.2019 il Tribunale di Messina respingeva il ricorso proposto da S.L. avverso il provvedimento della commissione.

4. Avverso tale decreto ha proposto ricorso S.L.; ne ha chiesto sulla base di cinque motivi la cassazione con ogni conseguente statuizione.

Il Ministero dell’Interno non ha svolto difese.

5. Con il primo motivo il ricorrente denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione delle disposizioni legislative in tema di valutazione della prova e del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 2, lett. c), artt. 7 e 8.

Deduce che il tribunale, ai fini del riconoscimento dello status di rifugiato, ha erroneamente valutato la vicenda che ha narrato.

6. Con il secondo motivo il ricorrente denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e/o falsa applicazione delle disposizioni legislative in tema di valutazione della prova e del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3.

Deduce che il tribunale, in maniera del tutto immotivata, ha degradato a mera questione privata la vicenda che ha narrato.

Deduce che ha reso dichiarazioni attendibili e veritiere.

7. Con il terzo motivo il ricorrente denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e/o falsa applicazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14.

Deduce che il tribunale, allorché ha disconosciuto la protezione sussidiaria ex lett. c) dell’art. 14 cit., per nulla ha specificato le fonti cui ha fatto riferimento, per nulla ha fatto riferimento alla regione del (OMISSIS) di sua provenienza, per nulla ha valutato gli elementi di prova addotti.

8. Con il quarto motivo il ricorrente denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6, in relazione al combinato disposto del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, del D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 8, art. 27, comma 1 bis e art. 35 bis, comma 9 e dell’art. 46 della direttiva Europea n. 2013/32/UE.

Deduce che ha errato il tribunale a disconoscere la protezione umanitaria.

Deduce che il tribunale non ha provveduto ad un effettivo giudizio comparativo, ovvero a comparare il grado di integrazione raggiunto in Italia e la condizione, qualora rimpatriato, in cui, nel quadro della generale situazione politica, sociale ed economica del (OMISSIS), si ritroverebbe pur in rapporto ai diritti fondamentali, quali il diritto alla salute ed ai beni di prima necessità.

9. Con il quinto motivo il ricorrente denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 l’omesso esame circa fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti.

Deduce che il tribunale non ha dato seguito alla richiesta di sua audizione e per nulla ha esplicitato le ragioni per le quali ha provveduto in tal senso.

10. I rilievi, che la delibazione dei motivi di ricorso postula, tendono, per ampia parte, a sovrapporsi e a riproporsi; il che suggerisce la disamina simultanea degli esperiti mezzi di impugnazione, mezzi che, in ogni caso, sono da rigettare.

11. Va dato atto previamente che è stata disposta la comparizione delle parti dinanzi al giudice designato per la trattazione ed all’uopo è stata fissata l’udienza del 4.4.2019 (cfr. decreto impugnato, pag. 3).

Su tale scorta, con riferimento al quinto motivo, che evidentemente ha valenza preliminare, è sufficiente reiterare l’insegnamento di questa Corte.

Ovvero l’insegnamento secondo cui nel giudizio d’impugnazione, innanzi all’autorità giudiziaria, della decisione della Commissione territoriale, ove manchi la videoregistrazione del colloquio, all’obbligo del giudice di fissare l’udienza, non consegue automaticamente quello di procedere all’audizione del richiedente, purché sia garantita a costui la facoltà di rendere le proprie dichiarazioni, o davanti alla Commissione territoriale o, se necessario, innanzi al tribunale; ne deriva che il giudice può respingere una domanda di protezione internazionale solo se risulti manifestamente infondata sulla sola base degli elementi di prova desumibili dal fascicolo e di quelli emersi attraverso l’audizione o la videoregistrazione svoltesi nella fase amministrativa, senza che sia necessario rinnovare l’audizione dello straniero (cfr. anche Cass. 28.2.2019, n. 5973; Cass. (ord.) 31.1.2019, n. 2817).

12. Il Tribunale ha opinato per la natura “privata” della vicenda narrata dal ricorrente, siccome espressiva, al più, di dissidi endofamiliari, dunque tale sia da escludere il pericolo di persecuzioni o di trattamenti inumani e degradanti sia da escludere il riconoscimento e dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, ex lett. a) e b).

13. Ebbene, la valutazione del racconto del cittadino straniero costituisce un apprezzamento “di fatto” rimesso al giudice del merito, censurabile in cassazione unicamente ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, dovendosi escludere la rilevanza della mera insufficienza di motivazione e l’ammissibilità della prospettazione di una diversa lettura ed interpretazione delle dichiarazioni del richiedente asilo (cfr. Cass. (ord.) 5.2.2019, n. 3340).

In questi termini, nel solco dunque della previsione di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 nessuna forma di “anomalia motivazionale”, rilevante alla luce dell’insegnamento n. 8053 del 7.4.2014 delle sezioni unite di questa Corte, si scorge nelle motivazioni che sorreggono, in parte qua, l’impugnato dictum.

In ogni caso l’assunto del tribunale, circa la valenza “privata” della vicenda narrata dal ricorrente, è ineccepibile ed appieno da condividere.

14. D’altra parte, è vero senza dubbio che anche i c.d. soggetti non statuali possono considerarsi responsabili della persecuzione o del danno grave, ove lo Stato, i partiti o le organizzazioni che controllano lo Stato o una parte consistente del suo territorio, comprese le organizzazioni internazionali, non possano o non vogliano fornire protezione contro persecuzioni o danni gravi (cfr. Cass. (ord.) 1.4.2019, n. 9043).

E tuttavia S.L., al di là dei maltrattamenti e dei soprusi subiti, non ha riferito specificamente di aver invano sollecitato la protezione dell’autorità di polizia e dell’autorità giudiziaria del suo paese d’origine.

15. In tema di protezione sussidiaria, l’accertamento della situazione di “violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale”, di cui al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, lett. c), implica – analogamente – un apprezzamento “di fatto” rimesso al giudice del merito, censurabile in cassazione nei limiti consentiti dall’art. 360 c.p.c., n. 5 (cfr. Cass. 21.11.2018, n. 30105; Cass. (ord.) 12.12.2018, n. 32064).

16. In questi termini, del pari nel solco dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 ed alla luce – parimenti – dell’insegnamento n. 8053 del 7.4.2014 delle sezioni unite, si osserva quanto segue.

Da un lato, similmente, nessuna “anomalia motivazionale” inficia le motivazioni alla stregua delle quali il tribunale ha disconosciuto la protezione sussidiaria D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, ex lett. c).

Il tribunale, in particolare e tra l’altro, ha posto in risalto che, così come si desumeva dal report di “Amnesty International”, risalente al 27.4.2017, la situazione politica del (OMISSIS), dopo l’elezione del nuovo presidente, risultava avviata alla normalità; che dunque non si delineavano situazioni di violenza generalizzata ed indiscriminata.

Dall’altro, il ricorrente si è limitato ad addurre, del tutto genericamente, che il tribunale non ha atteso alla valutazione delle non meglio specificate “prove documentali offerte” (così ricorso, pag. 7).

17. Senza dubbio, in tema di concessione del permesso di soggiorno per ragioni umanitarie, la condizione di “vulnerabilità” del richiedente deve essere verificata caso per caso, all’esito di una valutazione individuale della sua vita privata in Italia, comparata con la situazione personale vissuta prima della partenza ed alla quale si troverebbe esposto in caso di rimpatrio, non potendosi tipizzare le categorie soggettive meritevoli di tale tutela, che è invece atipica e residuale, nel senso che copre tutte quelle situazioni in cui, pur non sussistendo i presupposti per il riconoscimento dello status di “rifugiato” o della protezione sussidiaria, tuttavia non possa disporsi l’espulsione (cfr. Cass. 15.5.2019, n. 13079; cfr. Cass. 23.2.2018, n. 4455, secondo cui, in materia di protezione umanitaria, il riconoscimento del diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari di cui al D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6, al cittadino straniero che abbia realizzato un grado adeguato di integrazione sociale in Italia, deve fondarsi su una effettiva valutazione comparativa della situazione soggettiva ed oggettiva del richiedente con riferimento al Paese d’origine, al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile costitutivo dello statuto della dignità personale, in correlazione con la situazione d’integrazione raggiunta nel Paese d’accoglienza).

18. In questo quadro, in ordine all’invocata protezione umanitaria, il tribunale ha esplicitato che il ricorrente, qualora rimpatriato, non si sarebbe ritrovato in condizioni di elevata vulnerabilità; che invero non si aveva riscontro di un suo effettivo radicamento nel contesto socioeconomico italiano, non potendo al riguardo esplicar valenza l’inserimento in un progetto scolastico e l’adesione ad una associazione sportiva dilettantistica.

19. Ebbene, l’omesso riscontro di un effettivo radicamento del ricorrente nel contesto socioeconomico italiano ha precluso in radice ogni possibilità di valutazione comparativa.

Sicché del tutto ingiustificato è l’assunto del ricorrente secondo cui “il provvedimento impugnato (…) pecca palesemente nella carenza dell’impianto argomentativo e dell’indagine individualizzata” (così ricorso, pag. 9).

20. Si tenga conto, poi, che il cattivo esercizio del potere di apprezzamento delle prove non legali da parte del giudice di merito non dà luogo ad alcun vizio denunciabile con il ricorso per cassazione, non essendo inquadrabile nel paradigma dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, né in quello del precedente n. 4, disposizione che – per il tramite dell’art. 132 c.p.c., n. 4, – dà rilievo unicamente all’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante (cfr. Cass. 10.6.2016, n. 11892; Cass. (ord.) 26.9.2018, n. 23153).

Tanto con riferimento alla doglianza del ricorrente secondo cui il tribunale ha omesso “persino di valutare tutti gli elementi forniti” (così ricorso, pag. 9).

21. Ovviamente il processo, in atto, di “stabilizzazione” del (OMISSIS) rende ingiustificati i riferimenti, in tema di protezione umanitaria, alla pretesa precarietà della situazione sociopolitica del paese africano.

22. Il Ministero dell’Interno non ha svolto difese. Nonostante il rigetto del ricorso, pertanto, nessuna statuizione va assunta in ordine alle spese del giudizio di legittimità.

23. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso ai sensi dell’art. 13, comma 1 bis D.P.R. cit., se dovuto (cfr. Cass. sez. un. 20.2.2020, n. 4315).

PQM

La Corte rigetta il ricorso; ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso ai sensi dell’art. 13, comma 1 bis D.P.R. cit., se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della sez. seconda civ. della Corte Suprema di Cassazione, il 9 marzo 2021.

Depositato in Cancelleria il 26 novembre 2021

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